Tutto molto pietistico.
I due germano reali (o “germani reali”? Che brutto realizzare di non conoscere la propria lingua) arrivano puntuali davanti alla porta-finestra quando torno a casa, reclamanti cibo. Ci sono voluti 3 giorni a far sì che prendessero il pane dalle mie dita (azzannandolo e trascinandoselo via, ma non formalizziamoci) e mi affezionerò a questo genuino opportunismo. Se il cane del vicino è fuori, si avvicina per farsi accarezzare. Oggi mi è entrato in camera, con gran disappunto (ossia, imbarazzo) del padrone.
Insomma, è arrivata la primavera.
Torno a casa al termine della lezione a pezzi. Dormirei, e spesso dormo, di fatto. Ho la sveglia presto tre volte a settimana, e ovviamente questo non significa che io vada a dormire prima. Mi berrei una redbull ma sono finite. A caffè e cappuccino ormai sono assuefatta. Prima di dormire bevo the nero per rilassarmi (se non bevessi del tutto eccitanti mi sveglierei per crisi d’astinenza).
Kiel è un piccolo tesoro da custodire gelosamente, anche ora che il tedesco lo capisco (sì, lo capisco, ho oltrepassato la soglia) e che comincio a uscire dal mondo degli studenti internazionali. Ma anche loro sono sacri, mia compagine divisa per nazionalità e sottonazionalità (a Kiel non ci sono francesi, solo bretoni; nessuno spagnolo, solo baschi).
J, nuova conoscenza tedesca, è simpatica e tenera e di una mancanza di politeness mirabile. Kiel è piccola, quindi quando hai conosciuto una persona la incontrerai almeno 2 volte nella settimana seguente. Lo stesso vale per T. I germano/i reali seguono lo stesso principio, e tornano davanti a camera mia in cerca di briciole rimaste. Kiel è piccola, e immagino che dopo due anni qui il suicidio possa apparire un’attività divertente. Ma non è, splendidamente, un mio problema. Saluto persone X in un locale di sera, e non c’è neanche bisogno di ridurle a una lettera per mantenerle anonime, sono sempre stata pessima con i nomi e ho saltuariamente e intensamente, ed esponenzialmente, adorato la folla di semi-conoscenti. Si passa dal “Come va?” a questioni esistenziali e il diritto e lo sguardo di L che mi rimprovera di non esserci mai stata e tre baci sulla guancia scambiati con P con sentori di relazioni pericolose prima di capire in quale locale andare a bere venerdì. Venerdì è domani e non so se farò qualcosa – non ho fretta, e ho più tempo libero, e basta il percorso università-casa per farmi stare bene, tra visioni di partite a pallone e sportivi che corrono e studenti in bicicletta.
Insomma, sto bene.
Sto proprio bene.
Questa volta sono tornata a Kiel.
E ho voglia di festeggiare ciò ogni giorno.
Anche l’università ha i suoi contro, e questi li subisco più direttamente: un quantitativo di lavoro a casa sconsiderato rispetto ai canoni italiani. Ma le lezioni sono discussioni, il docente di fonetica lo andrei a trovare per bere un caffè, se non insegnasse, e i miei appunti e gli infiniti fogli stampati feticisticamente ordinati.
Rimango una studentessa che non sa il tedesco e non sa abbastanza l’inglese, rimane la solita situazione – sono supposta fare più di quel che in teoria saprei fare – ma non è così anche in Italia? Qui ha il sapore di una sfida maggiore, in un ambiente che mi dà più mezzi per vincerla.
Insomma, sto bene.
Sto proprio bene.

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7 comments

      1. ma mi sentirebbe importante, perchè le sembrebbe ti proteggerti, cè sempre un lato lumisono in ogni cosa
        (ok ok oggi osn particolarmente new age :p)

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