Zonbi e altre anelabilità.

Datemi pillole di insostenibile leggerezza dell’essere.
Il libro non l’ho mai letto, e rientra in quel genere di libri di cui tanto mi è stato parlato – pratica che odio, perché titilla la tendenza umana a farsi pre-giudizi, e come mi smonto un pregiudizio se non ho intenzione di leggerlo?
Ma mi ha colpito da subito il titolo, e in negativo: non ho mai visto motivo di lamentarsi di un essere leggero. Senza tal leggerezza, si tende al dramma – e il dramma mi piace su carta o quando c’è di mezzo qualcosa di abbastanza consistente da rientrare nelle preoccupazioni dell’ONU.
Da un paio di giorni quella sostenibilissima leggerezza mi sta mancando, e la reclamo senza sapere a chi rivolgermi, deambulando con le idee confuse, zonbi che vaga senza senso al di fuori dell’occhio delle telecamere.
Ho finito un libro, sugli zombi, di Claudia Salvatori. L’ho letto perché è suo, non per gli zombi – ripudio ciò che è fantasy, tanto più se parla di mitiche creature non-morte, ma la penna della Salvatori è la penna della Salvatori, e una recensione del libro celava un’ironia di fondo che mi ha conquistata:

Il futuro, in un tempo che già è incominciato e in un mondo oscuramente utopico, è popolato di mostri. La paura per ogni tipo di diversità sembra ormai superata, dopo un intero ciclo storico all’insegna della persecuzione dell’innocente e dell’estraneo. Anche i mostri dunque, da sempre relegati a un’esistenza sotterranea e notturna, sono adesso parte integrante della società.

Il libro mi è moderatamente piaciuto. Ciò che mi ha fatto tornare in libreria alla ricerca di altri suoi libri non è però stato il romanzo nella sua interezza, ma il modo in cui lei presenta ciò di cui scrive, e, insomma, il fatto che sono innamorata della testa dell’autrice, motivo per cui anche una pessima sua performance non mi farebbe desistere dal cercare suo opere. Accanto a bambini di una crudeltà intollerabile, e a indifferenze così atroci da far sviluppare la sindrome dell’abbandono, ha posto un modello di zombi che si è così ben incastrato negli zombi dei miei sogni vividi.
Una volta lo zombi era la mia paura prima, una fobia mentale per questo creature che incedono lentamente ma inesorabilmente, inutili da ferire. Dio sa cosa vi proiettassi. Superai questa paura entrando sola in una casa abbandonata in un periodo in cui mi aspettavo di vedere ciò che è oltre il velo di Maya apparirmi davanti in forme atte ad atterrirmi. Di zombi non ne incontrai, ma affrontai la paura e mi vinsi.
Da allora, negli anni a seguire, gli zombi sono apparsi sporadicamente in sogni strambi e fatti di sensi. Ricordo nettamente la sensazione di un cadavere parlante nel mio letto, che era mio amante, e che lentamente si disfaceva nella sua immobilità. Poteva solo parlare. Sentivo la sua carne cedere di giorno in giorno, e al posto dello schifo si sviluppava in me una tenera accortezza, il cercare di non schiacciare organi molli, di non penetrare una pelle disfatta.
Gli zombi salvatoriani sono creature tenere dedite all’amore, in ogni sua forma, che empaticamente godono del godere altrui. A ciò si aggiunge il fatto che la morte li ha resi sfrontatamente ma candidamente ironici dinnanzi a qualsiasi cosa. Sono e devono essere quindi adorabili.
Al mi dice, durante, che è empatico. Tale sua empatia dovrebbe essere una risposta a molte domande, e parzialmente lo è. Dello zombi potrebbe avere agilmente il sembiante – un volto fatto di ombre dolorose e gravi – e discutiamo di amori per il prossimo. D’altro canto è un argomento centrale alla fottuta Hausarbeit, anche se al contrario: Rilke e Nietzsche mi ribadiscono quanto sia vile la compassione. Concordo con Nietzsche con i presupposti che lui le dà, poi guardo la dedizione che Al riserva a certi precetti interiorizzati e mi commuovo.
Ho salutato Al in quel di Milano e sono andata sul binario 18 ad aspettare un treno. Ero triste, potrei dire, ma lo stato d’animo esperito – e che parzialmente esperisco ora – è più complesso. Vi rientrano molte cose ed è dovuto da molte persone, sparse qui e lì. Mi fa sentire un peso dentro, come se avessi inghiottito un dolcissimo boccone di panna e non riuscissi a mandarlo giù. Per questo reclamo dell’insostenibile leggerezza dell’essere, che mi è più consona. In stazione ho osservato i binari vuoti e mi sono lucidamente detta che non stavo realizzando. Non stavo realizzando che significasse salutare Al per poi non vederlo per mesi, perché una situazione del genere non mi è mai accaduta prima. Dover salutare una persona appena assaggiata, intendo. Sono abituata alle distanze e quindi ai saluti, e quindi alle tristezze dei saluti, ma non a questo genere di coito interrotto. Non essendovi abituata, non potevo realizzare.
Alla pesantezza interiore si aggiungono altri saluti, questi di una forma a me conosciuta. Ci sono persone che ho visto una sola volta, in questo mese, e quella volta è stata insufficiente.
Alla fine ce l’ho fatta: il mio mese italiano non è corrisposto a una morte interiore. Sono riuscita a godermelo, un po’ a spese altrui – di Mater, ad esempio, che in casa mi ha visto fare ben poco. Ho visto chi volevo vedere e gli incontri sono rimasti come buoni ricordi – e la costante impressione di vivere il momento essendo pronti a metterlo in memoria, perché unico e non ripetibile a breve. C’è poi l’impressione che, paradossalmente, molti rapporti siano stati upgradati proprio in questo mese, con il risultato che stavolta sento di lasciare qui qualcosa – svariate cose. È uno stato d’animo figlio di un artificio: il mio, di programmare gli incontri migliori e d’ignorare il resto dell’Italia, in carne e spirito. Ho affrontato la mia Madrepatria con una sfacciataggine irriverente, simile al modo in cui si deride qualcuno per stare su di morale, ben sapendo che così facendo si deteriora il rapporto. Brucio quello che voglio lasciarmi dietro per non poter cedere alla pavidità e tornare indietro.
Kiel è rimasta la meta dei sogni, piccola città dove tutto funziona, e così – quando ho scoperto una VB di malumore in quel di Kiel – qualcosa nel mio sistema mentale ha fatto cilecca. Sono inciampata in quella che la mia mente rileggeva come un’illogicità. Vado incontro a una VB giù di morale preoccupata per tale stato e allo stesso tempo perplessa di una perplessità che mi confonde ancor di più. È un gioco di aspettative ribaltate. Si aggiunge il fatto che nei primi giorni sarò iper-occupata, cosa di cui l’ho avvisata da prima che sapessi del suo umore, e che si risolverà in un’atrocità: ignorarla. Già è atroce non poter godere di lei perché sono impegnata; se ci aggiungo il suo umore l’ignorarla diventa il perpretare controvoglia un crimine. Dinnanzi a questo gioco di priorità non ho avuto difficoltà nel ricordarmi che il mio presente (e il futuro prossimo) è figlio delle mie scelte di vita (la carriera prima di tutto), ma questo non toglie che starò da cani. Già sto così ogni volta che sento il suo tono stressato e reprimo ciò che mi verrebbe automatico: reagire con la mia consolidata capacità di sgravarmi il prossimo di malumore di dosso, secondo il principio per cui il malumore altrui non devo pagarlo io, se la causa non sono io.
Ho riflettuto su questo mio essere, e sui miei malumori, e mi sono trovata davanti a un vicolo cieco: sono una misantropa che nel dolore si risolve in solitudine, e che sa attirare con leggerezza l’attenzione altrui, sì da potersi far distrarre, nel mentre, a basso costo. Il tutto rientra in un quadro benedetto dalla legge del più forte (e, di nuovo, salutiamo Nietzsche), in cui il più forte è quello che non ha necessità di procacciarsi l’attenzione altrui per stare meglio, ma sa agevolmente attirarla qua e là, senza impegno. Quando ho cominciato a reputare indignitoso mostrare lo sbattimento morale…? Ci devo riflettere; lo farò, quando avrò tempo.
Intanto, ci sono di mezzo altri fattori a mandare a puttane tutte le mie salde certezze, come il fatto che se VB è a Kiel è perché a Kiel c’ero io e io l’ho spronata a venire lì per imparare il tedesco. La mia tendenza a sentirmi iperresponsabile nei confronti delle cose che anche solo minimamente mi riguardano assume la forma di un paternalismo pesante, a cui si aggiunge il fatto che VB di malumore è un peccato capitale che va risolto – che a sua volta cozza con il fatto che una VB di malumore si fa più impositiva e atta a richiedere attenzioni, altre due cose che di norma scalcerei via con eleganza interiore, e che ora, semplicemente, non ho le facoltà mentali (ciao, stress) per valutare interiormente: come valutarle? Come rileggerle? Come reagirvi? Stamattina ho chiesto mezza addormentata due favori a Mater, e al secondo lei ha risposto con l’incipit di una lamentela, interrotta da un mio “Lascia stare” (o qualcosa del genere; chi ricorda?), poi da un secondo perché stava continuando fino a farmi giungere alla netta non-voglia di sentire lamentele, e ne ho urlato un terzo. Urlato. La mia germanicizzata persona si è perplessa dinnanzi al proprio scomposto urlare. Sì, era composto e per nulla contenuto. Non era l’urlare di chi capisce che alzare la voce è la soluzione, ma una reazione non voluta. Me ne sono sentita colpevole – nei confronti di me stessa, suppongo, in primis. Stress, ho pensato, che sento palpabile tra un mio passo è l’altro. Molto British, perplimermi dinnanzi a un mio urlo, ho pensato giocando con un cliché, ma non mi ha aiutato a esorcizzare. Mi sono riaddormentata (in un modo simile allo svenire) e mi sono svegliata con una voglia di solitudine immane. Via, via, lasciatemi nel mio mondo e sarò innocua. Mi sento in cattività, e ho imparato a temermi in cattività: non sono un buon animale addestrabile. Ho reazione smisurate rispetto alla minaccia, come fossi costantemente all’erta – e i prossimi giorni sono fatti di un continuo avere a che fare con il prossimo.

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6 comments

  1. Non era stamattina… era ieri sera… ed ero appena entrata in casa… con tutte la giornata addosso e altre cose da fare subito, mentre tu dormivi dopo una notte di gozzovigli Il fatto che ho solo fatto delle lamentele devi vederlo come una cosa positiva, potevo anche sbranarti 😛

    1. [Non era stamattina… era ieri sera…]
      … Appunto. 😛
      Anyway, potevo aspettarmelo, fossi stata lucida, ed ero io quella “in colpa” (io ti chiedevo i favori), ma quel che ho scritto qui non vuole mettere sulla bilancia torti e ragioni, vuole solo descrivere la mia spropositata reazione.

      1. Non era un torto o ragione.
        Era un evidenziare quanto sei un esempio vivente della teoria della relatività dello spazio e del tempo 😛

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