Ipse dixit.

Carne in cottura, e-mail in scrittura.
La carne è un gentile pensiero di Mater, che cerca di rendermi meno atroce l’effetto lost-in-translation culinario, quello per cui vado avanti a banane e dubbi piatti precotti con tofu.
L’e-mail è da scriversi in tedesco per spiegare un problema nato da differenti sistemi universitari, il classico casino burocratico per cui dovrei mettermi prima a pensare a come spiegarlo in italiano, impresa già ardua.
Fumo come una ciminiera, o così credo. Difficile calcolarlo quando qui i pacchetti sono da 20, mentre in Germania sono a random da 17, 23 e 28 (se non erro). Deve essere l’alternativa al deprimermi. No, non mi sto deprimendo. Continuo a guardare basita i camerieri frettolosi e – parola che non ho mai sopportato – cafoni. "Cafone", come "maleducato", è il genere di parola che rende insopportabilmente e inutilmente snob e delicato chi la usa. È una lamentela che suona inutile quanto il dire che ai tuoi tempi la gente era meno superficiale.
Farsi perplessi anziché lamentosi è un buon modo per esorcizzarsi, suppongo.

La carne era buona. Sarebbe stata migliore se l’avessi mangiata prima, ma gli avi mi hanno insegnato che per correggere della carne non freschissima basta abbondare con le spezie (della nascita delle nostre raffinate speziate ricette).
Sono una professata carnivora che si compiace nel significare quel che mangia. L’erba è per le capre, oh vegetariani. Sia la mia morte per gotta e sifilide. Ma la carne ha i suoi contro, ad esempio: sapere di cadavere quando non è buona – che significa farla sapere del significato negativo che diamo ai cadaveri, perché tutta la carne che mangiamo è carne di cadavere. Ci pensate mai? Mangio carne con una consapevolezza che potrebbe rendermi vegetariana, se non significassi l’atto dandogli un valore irrinunciable.

Il cafone cameriere era al Beda House nel giorno di San Patrizio.
Ho passato un’ottima giornata con il mio ospite in quel di Milano, una di quelle giornate che poi mi fanno divenire romantica e dire: "Eh, mi manca un po’ Milano." La Milano delle passeggiate e dei negozi sparsi, trafficata al punto giusto e con Parco Sempione come oasi. Mi sono gustata l’italico sole – quello giallo che riscalda al contatto, e non mi stupisco del fatto che molti in passato abbiano usato il clima italico per metafore erotiche: un tale calore è confrontabile con quello di una carezza. Ho avuto l’incontro citabile della giornata, un signore che ci ha spiegato l’etimologia di Mc e O’ gratuitamente, e il godermi la compagnia di qualcuno come non facevo da tempo. Qualcosa come il constatare il piacere di avere la persona di fianco, senza voler togliere nulla alla situazione e senza la smania di voler giungere a qualcosa che non sia la situazione presente. Beh, quasi – il cameriere è una delle componenti di cui avrei fatto a meno, ma quando sei in buona compagnia anche le cose più becere si trasformano in buoni inputs (vedi la mostra d’arte contemporanea di artisti che amano non farsi capire; il lusso derivato dall’essere incompresi, e quindi genii).
Vorrei portare il mio ospite a Kiel per mostrargli lo spazio vitale individuale di 4 metri contro gli 0,4 milanesi, in un environment più consono alla sua britannica pacatezza, ma, alas!, il mondo è crudele e quindi mi limiterò a trascinarlo in qualche buco milanese alla ricerca di divertimento fine a se stesso.

Leggo I miserabili di Hugo, e ritrovo quel che di Hugo mi aveva fatto pensare: "Ecco chi potrò nominare quando mi si chiederà quali siano i miei scrittori preferiti."
Quel qualcosa è: la presenza speculatrice del narratore. Nel caso di Hugo è una presenza moralizzante, rilettrice della storia che narra, ne I miserabili narra e al contempo dà l’interpretazione di ciò che è narrato, mia stessa tendenza che probabilmente proprio da Hugo mi viene, e che oggi – nella fiction – non può risultare che pedante e noiosa (a meno che non sia ironica o cinica – ma può l’ironia dare interpretazioni univoche?).
Mi vengono in mente "grandi lezioni" di "grandi maestri della fiction", riassunte in pillole zen da leggere online e linkare. Cosa fare e cosa non fare quando si scrive.
Sono spessa rimasta a contemplare regole date per scontate e assolute quali: show, don’t tell. Beh, il problema è che Hugo fa esattamente il contrario, eppure è uno dei riconosciuti grandi maestri del passato. Allora sbagliava? O è il principio del "Show, don’t tell" a essere sbagliato?
Mi viene in mente una frase stampata sull’involucro degli assorbenti esterni che dice qualcosa come: "Sapevi che il (percentuale che non ricordo) delle donne soffre di sindrome premestruale?" Dietro a tale affermazioni ci sono una serie di specificazioni che per motivi d’economia – altro must della comunicazione scritta contemporanea – non sono giunte a noi. Ad esempio, che le percentuali provengono dalle statistiche, e le statistiche si avvalgono di campioni, che – essendo la marca italiana – quella percentuale si riferisce alle donne italiane. E se la marca fosse belga e la frase tradotta? L’informazione diverrebbe falsa?
Mi vengono in mente insegnanti di inglese che spiegano come "to love" non possa avere la forma in -ing, dimenticando di dire (o forse non considerandolo?) che stanno insegnando quel che è stato loro insegnato (di solito, in Italia, scuola britannica) e l’esistenza di una certa multinazionale il cui motto è "I’m loving it!".
Mi vengono in mente le regole per la buona scrittura di un paper, che poi sono in parte le regole per una buona presentazione, così certe nel dire cosa va assolutamente evitato, cesoie tenute in mano da persone a cui non è mai stato spiegato che un albero può essere potato anche con strumenti diversi – dipende dallo spazio-tempo.
Io – mente speculativa che ha un racconto fatto per essere letto in questo spazio-tempo da finire – m’infliggo a voi con un blog speculativo e pedante, che segue la regola "Show, don’t tell" solo quando narra fatti astrusi che coinvolgono terzi (terzi oltre a me e Me, si sa), solitamente perché tali fatti astrusi hanno la profondità di un bassorilievo (bello perché piatto), e in cui l’uso dello "Show, don’t tell" sussiste perché non è carino prendere quel che ha fatto X – esistente e vivente – come esempio morale da non seguire. (Poi X pensa che io abbia usato il blog per parlargli trasversalmente, non capendo che il blog è e rimarrà la discarica abbellita delle mie masturbazioni intellettuali; l’essere umano si prende un po’ troppo sul personale.)
Siete ancora qui a leggere, mie creaturine tediate, questa pallosa speculazione che tella ma non showa niente, perché l’idea astratta non è showibile?
I miserabili ebbe un eccezionale riscontro tra le fasce più basse della popolazione. Pare facessero collette per comprarne una copia. Suppongo facessero come ai tempi della Bibbia luterana: chi sapeva leggere leggeva a voce alta (ciao, Der Vorleser) per gli altri. Mi tocca allora immaginarmi queste masse di operai interessati alle speculazioni di Hugo. Ma non è la massa quella che vuole prodotti facili e istantanei? Credetemi (non è insopportabile quando qualcuno dice al pubblico di credergli? Insopportabilmente inutile, forse utile perché performativo – ossia, se vi sprono a farlo, mi crederete?), I miserabili è un libro per le masse: Hugo si è semplificato, e ha abbondato con esempi comprensibili al popolo (o così ha tentato, trasformando le sue metafore in esempi tratti dalla vita povera), ma ciò nonostante metà di quel che scrive è la spiegazione di quel che ha scritto, l’interpretazione morale da darsi. Forse che non è vero che le masse hanno sempre voluto, dalla fiction, ciò che è d’impatto e si appella ai cinque sensi? Non si faccia una presentazione che fa dissertazioni allontanandosi dall’argomento principale: il pubblico, che diamo per scontato essere un frammento della "massa", si annoierà. Perché all’epoca di Hugo non si annoiava? Forse valeva una regola inversa al nostro "Show, don’t tell". Chissà?
Per un certo periodo, e forse tutt’ora, c’è stata la moda del blog aperto per dissacrare gli scritti altrui. Tali blogs prendevano fiction scritta da altri – solitamente altri che non erano scrittori affermati – e sottolineavano con astiosa ironia (ma l’ironia presuppone un certo distacco; che diventa quando il distacco viene a mancare?) tutti gli errori compiuti dallo scrittore. Ho letto diverse volte correzioni come ", quando affermazione, si scrive con l’accento – chi non lo sa? Se non lo sai non scrivere." sostenute da un ego così gonfio da poter smettere di riempirsi e cominciare a criticare il prossimo. La maggior parte di queste correzioni si basa, ovviamente, su regole codificate quali le grammatiche (così che la grammatica possa avvalorare la Verità con cui affossi il prossimo) – quel genere di conoscenze che si conoscono perché così ci viene insegnato. Il problema è che quelli che vengono riconosciuti come i grandi maestri tipicamente se ne fregano dei dettagli grammaticali (si chiama "licenza poetica", credo; per permettertela non devi essere bravo, ma essere famoso – Hugo scrive di come il successo renda automaticamente abili le persone agli occhi del pubblico).
Ovviamente non scrivo ciò per difendere me, persona che l’altro giorno ha ri-realizzato che "spirits" in italiano non è "spiriti" ma "distillati", e che ogni tanto omette un "che" trattandolo alla stregua di un "that" ("Gli spiriti ho bevuto l’altra sera erano buoni.")
Tutto questo sproloquiare non deve essere altro che il seguito della mia attuale battaglia, quella contro l’ipse dixit.
C’è da dire che scrivo da persona di parte, la parte di quelli che hanno imparato la propria lingua leggendo. Un liceo artistico non ti insegna l’uso del congiuntivo, e l’attuale consapevolezza di cosa una subordinata sia è stata da me acquisita un paio di anni dopo il liceo artistico frequentato. Poi varie vicende, tra cui l’università, mi hanno riempito la testa di nozioni teoriche (quali il know-how della subordinata di cui sopra) con cui posso farvi consumare inutilmente le sinapsi, ma è stato veramente grottesco sentirsi spiegare la differenza tra verbi transitivi e intransitivi da persone che parlavano un italiano meno ricco del mio. E sono in un certo modo felice del fatto che in Italia non mi venga chiesto così di frequente di scrivere papers & similia, perché mi troverei a essere corretta in nome di grammatiche da persone che non sanno che parlare un solo italiano.

Italiano: Quando esce in campo una dizione nuova, strana, la qual non pretenda se non fare il medesimo uffizio che già è fatto da un’altra, convien ributtarla, soffocarla, non lasciarla allignare, se si può.

Italiano: Cazzo, c’è una che a cui sto dietro, si chiama silvia, ed è una gnocca pazzesca, e abbiamo iniziato a messaggiare ieri, e cazzo, per scherzare gli ho detto che è una secchiona, minchia, mai l’avessi detto! Mi ha detto di tutto, che non dovevo rompergli i coglioni, che ero io che lo cercata, che non avevo cervello!

Italiano: Emerse dalla polvere.
Profezia e sterminio.
Un uomo in una giubba colore della tenebra, su un cavallo da tenebra da guerra colore del metallo. Un viandante. Nient’altro che un viandante in nero.

Italiano: Appoggiare un listello (o un righello) sul lato superiore del serbatoio di scarico accompagnandolo orizzontalmente fino a toccare il lato interno dello sportello. Contrassegnate tale punto con una linea orizzontale.

Italiano: Ma però che non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto, ma vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrari che lo ‘mpediscano, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra lo pensiero del suo nutrimento e quello che li era contraro, lo quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancora la rocca de la mia mente.

Italiano: secondo me si xke’ ha la cittadinanza italiana xcio’ e’ italiano a tutti gli effetti!!mi sembra vergognoso ke Lippi nn lo voglia !!! nn lo trovo giusto anke xke’ e’ un giocatore molto bravo!quindi avremmo una possibilita’ in + x vincere ai mondiali cmq FORZA INTER!

Italiano: Potrebbe essere la perfezione – immagine per occhi divini – mondo che accade e basta, il muto esistere di acqua e terra, opera finita ed esatta, verità – verità – ma ancora una volta è il salvifico granello dell’uomo che inceppa il meccanismo di quel paradiso, un’inezia che basta da sola a sospendere tutto il grande apparato di inesorabile verità, una cosa da nulla, ma piantata nella sabbia, impercettibile strappo nella superficie di quella santa icona, minuscola eccezione posatasi sulla perfezione della spiaggia sterminata. A vederlo da lontano non sarebbe che un punto nero: nel nulla, il niente di un uomo e di un cavalletto da pittore.

Italiano: All’articolo 1:
dopo il comma 1, è aggiunto il seguente:
"1-bis. Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle regioni a statuto speciale e alle province autonome di Trento e di Bolzano in conformità agli statuti speciali e alle relative norme di attuazione".

Per la cronaca, i linguisti (quelli che compilano le grammatiche) riconoscono attualmente la polivalenza del "che" in italiano ("Il giorno che sono andato a Roma…") e l’uso di "gli" al posto di "le" ("Gli [a mia madre] ho detto che…"). Quindi quando correggete queste cose a qualcuno state fondamentalmente dicendo cazzate.

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3 comments

  1. Al

    [Vorrei portare il mio ospite a Kiel per mostrargli lo spazio vitale individuale di 4 metri contro gli 0,4 milanesi, in un environment più consono alla sua britannica pacatezza,] I’ll put it in “the places to visit one day” list [ma, alas!, il mondo è crudele e quindi mi limiterò a trascinarlo in qualche buco milanese alla ricerca di divertimento fine a se stesso.] ho dear me..

    1. Re: Al

      [I’ll put it in “the places to visit one day” list]
      Full of ships. Old ships, I mean – and Scottish people! Don’t forget the Jolly Roger.

      [ho dear me..]
      The disco is: http://www.thisisplastic.com/
      But since you’re leaving before, I’ll send you info about where to drink something before.
      Anyway, you know Danilo Oberti. I know you know him because he knows you, and I didn’t know he knew you, but anyway you’re meeting him this Friday.

      1. Re: Al

        [But since you’re leaving before,] really my time line is around 2.00/3.00am, I just advised that I won’t stay to see the sun rising as the rest of you will probably do 😛
        [ you know Danilo Oberti] could be.. I’m terrible with names.. anyway (as you said) we will meet on Friday 🙂

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