Die ganze Bellezza macht mich nervös.

Se scrivo, di nuovo, non è perché abbia qualcosa da dire, ma perché ho passato le ultime ore a scrivere e-mails, mandarne, leggerne, in tre diverse lingue e a correggere un mio racconto ("Sedlacek non è mai stato una persona seria") che noi tutti speriamo (vero?) venga pubblicato.
In mezzo mi sono concessa di scrivere in inglese, scambi di corrispondenza online, e ora devo dare tregua al cervello prima di mettermi a tradurre per l’uni.
Mangio un qualcosa della SojaSun fatto di verdure e tofu, quel genere di prodotti che devono soddisfare sia vegetariani che gente a dieta. Non sono a dieta, ma mia madre sì, ed è un vecchio vizio quello di apprezzare smoderatamente prodotti dietetici che dovrebbero risultare pessimi. Nello specifico mangiare tofu è come mangiare gomme per cancellare – avete mai provato? Beh, mi sto cancellando i denti.
Domani, cioè oggi, ho un pranzo a cinque che doveva essere una colazione a due. Non è mera voglia di sterile socialità (sempre che la socialità possa essere sterile – intendo, senza ingestione di sostanze illegali di mezzo o l’essere usciti di casa solo per scopare), dato che le personcine sono personcine che mi mancavano – e mi mancano, dato che anche se domani è oggi non le ho ancora incontrate.
Amo le suddette personcine anche perché vanno d’accordo tra loro pur non avendo, a tratti, un cazzo da spartire l’una con l’altra. O magari fingono, non lo so. Comunque l’apparenza mi dice che io ho ragione, che le persone interessanti per me sono interessanti, e a chi non piace avere ragione? Mi beerò in ciò e nell’ingurgitamento di sashimi.
In calendario ci sono anche una pizzata, una cena e svariati altri incontri, alcuni fissati e altri no. Ce n’è uno a Milano a cui tengo, con Al, e m’incuriosisce stavolta il confronto tra RealLife(RL) e Internet. Di solito me ne sbatto (non siamo più in tempi in cui su Internet si possa essere tanto diversi da come si è di persona), e di fatto l’ho già incontrato (svariati anni fa) di persona, ma quando passano troppi anni è come se si tornasse a zero, e la peculiarità stavolta è che ci scriviamo in inglese. Anche in ciò, nulla di strano. Lui è madrelingua e non ha modo di usare la sua madrelingua, io non lo sono e in quel di Kiel evito l’inglese perché devo parlare tedesco. Ma quanto influisce la lingua che usi sui rapporti che crea?
A parte queste mere curiosità da linguista fallita, è un appuntamento a cui tengo. Ho ritrovato una persona con cui mi trovo bene, mi piace il suo approccio ad alcune tematiche, ed era da tanto che non mi capita una simile "buona raccolta" online. Capitemi, non ho avuto tempo. E quando a Kiel ho conosciuto persone anche la più profonda e interessante discussione (ne ho avute diverse, in tedesco, giusto per facilitarsi la vita) è stata in qualche modo inquadrata nella frenesia del "Party time!". Lo scambio di messaggi con Al si situa in una dimensione paradossale, a causa della mia abitudine mentale sviluppata a Kiel, per cui l’inglese è la lingua "familiare" rispetto al tedesco, quella con cui posso dire più cose e più correttamente, e questa sensazone permane fottendosene della presa di coscienza che mi dice che con Al potrei scrivere in italiano, facendomi permanere nella sensazione che mi vuole rilassata perché usante una lingua familiare.
Strano il cervello umano.
Di fatto, nel mio secondo semestre a Kiel avrò alcune lezioni in inglese, se tutto va come deve. Il proposito è di seguire meno corsi che nel primo semestre, con meno sbattimento, e migliorare il mio tedesco nella vita quotidiana e non in traduzioni di trattati internazionali e narrativa d’epoca. Non mi serve a nulla utilizzare il Konjunktiv I se non so esprimere le più basilari necessità e sensazioni della quotidianità e se le preposizioni, argomento non studiabile a tavolino come altri che sono più regolamentati, non le so usare.
Ho una quantità di termini tedeschi sospesi nel nulla del "vocabolario passivo", quello che hai ma in condizionale, nel senso che li (ri)conosci ma non li usi mai. Devo usarli. Dubito userò spesso parole come "garantire" o "ammazzare" o "infrazione", ma una mente speculativa è una mente speculativa in qualsiasi lingua, e quindi non si sa mai. Il mio tedesco scritto è migliorato in quanto a fluency, non devo ogni volta risolvere un’equazione matematica, ma di nuovo: non serve a nulla saper scrivere lettere formali e cortesi se poi non sai, di persona, discutere degli argomenti sui quali hai fatto domande via e-mail.
Il mio inglese, ovviamente, riceverà dure botte all’autostima, perché il tedesco medio che studia inglese lo sa meglio di me a parità di studio. Mi troverete e infliggermi punizioni morali per ciò. Ma mi manca, mi manca tantissimo il poter seguire una lezione capendo abbastanza, in una lingua che conosco abbastanza da poter cogliere certe sfumature, e sono stremata dalla sensazione, con il tedesco, sempre presente di aver compreso qualcosa che è solo vagamente simile a quel che è stato scritto o detto.
Nel frattempo, nel limbo italiano in cui sto vivendo, mi sono resa conto di aver adottato una mente un po’ da trincea. Vedete, l’idea di tornare in pianta stabile in Italia – ossia: dovermi riferire all’Italia per quanto concerne i miei bisogni, i miei desideri, la mia istruzione – mi ammazza. Credo sia una cosa quasi patologica. Dopo due giorni qui mi sono svegliata con il magone, e senza motivo. Sì, è patologica. In ogni caso, la consapevolezza dell’ineluttabilità del ritorno (voglio finire l’uni) mi piomberebbe in una depressione infinita – se ci pensassi.
Così, psicopaticamente, non ci penso e vivo la vita giorno per giorno. So che adesso va bene, e so che domani (ossia, al mio ritorno) le cose potrebbero andare immensamente male. Lo accetto ciecamente, nel senso che l’idea della morte si è fatta via via più lieve, una possibilità tra molte altre, di certo non la peggiore. (Sì, è patologico.) (Sì, sono di un romanticismo vergognoso – quello originaio, quello letterario, quello fatto di Patria.)
Ricordo come stavo prima di partire per Kiel. Non ero depressa, non nel significato comune del termine, ero svuotata di senso e di desiderio. Ero un vegetale pensante, incapace di comprendere perché si sentisse così, e arreso alla conclusione che quello era il suo carattere per natura.
Ed erano cazzate.
Ora che so che il mio carattere è probabilmente responsabile al 100% dell’impostazione ma non dell’estremismo di tali sensazioni, e ciò grazie al soggiorno a Kiel, ho un metro di confronto e so che esiste un’altra possibilità.
Le cose potrebbero andare immensamente male qualora il soggiorno italiano mi ripiombasse nella mancanza di senso, e a quel punto saprei cosa mi sto perdendo. Gentaglia, a dicembre ero veramente depressa – così dicono. Ci ho messo giorni a riprendermi, tornata su a Kiel.
Vedete, è come le sabbie mobili. Quando ci metti piede non solo sai che sei nel fango, ma quel fango ti ostacola dall’andartene. Sapete quante iniziative ci sono a Kiel per andare all’estero? La maggior parte degli studenti sono stati almeno 6 mesi in un Paese straniero. Se vuoi migliorare il tuo curriculum vai alla Volkhochschule e per 200 euro hai un corso di lingua di 100 ore. Le possibilità sono dietro l’angolo. Te le attaccano alla porta di casa. Così come le possibilità di divertirsi, perché oltre a migliorare il proprio curriculum c’è il divertimento. Poi torni all’uni e hai come docenti persone poco più grandi di te, e non ottuagenari, e il sottofondo è: Potresti fare anche questo, nei prossimi anni. Il tuo curriculum si riempie mentre studi, perché devi scrivere papers e Hausarbeite. Non sei un puntino dimenticato dalle segreterie studenti. Mi lamento del mio scrivere e-mails in continuazione, ma è una lamentela che si regge su un fatto positivo: mi sento in diritto di rompere il cazzo ai docenti per ottenere le informazioni che voglio, i docenti sono mediamente più disponibili a creare lavoro su misura, e se ci sono così tante e-mails è perché mi rispondono in massimo due giorni.
Una tizia non mi aveva più risposto, le ho chiesto se le era arrivata la mia e-mail dopo due settimane, e mi ha scritto:

I am so sorry that I did not answer your mail yet. Please excuse me.

… Cioè, capitemi.
E, se per lavoro vi trovate a scrivere e-mail, vi prego, siate così. Vi prego. Vi prego personalmente e di cuore. Anche se il mondo vi è contro ed è colpa di qualcun altro se non avete potuto rispondere, vi prego ricordatevi che l’anonimo a cui rispondete in ritardo non c’entra nulla e che voi siete personalmente in difetto – o meglio, che se sapete di aver commesso un torto, di chiunque sia la colpa, lo sconosciuto anonimo non c’entra.
Sto scrivendo tante e-mails anche in italiano (docenti italiani), e abbondano di formule cordiali imparate per esperienza lavorativa, al punto che le formule declinano la forma stessa delle frasi. Niente più e niente meno della cortesia. Nelle risposte a volte non c’è neanche questa.
Il controllore sul treno passa in silenzio, mi prende il biglietto, lo buca e se ne va senza aver aperto bocca né avermi guardato. Gli ho detto "grazie", nel frattempo. Aspettarmi un "buon viaggio" come da esperienza di treno tedesca sarebbe troppo, e capisco che una vita stressante possa limare certe cortesie, ma un nulla totale su tutta la linea equivale a uno zero totale di tentativi da parte del controllore. E la sera stessa in un locale un emerito sconosciuto che mi trova carina mi stende un tappeto di complimenti e gentilezze che in Germania non hai neanche se stai ricevendo una proposta di matrimonio. Ma non mi servono i tappeti, non mi serve essere trattata – nelle situazioni "personali" – come una regina. Non lo sono. Non voglio essere rimbambita da quest’illusione nella vita privata mentre quella pubblica mi tratta come se fossi un brufolo – a meno che io non sia importante, lavorativamente o per fama o intimamente per qualcuno.
È stata l’Italia a portarmi all’ottica del "cane mangia cane" sociale. Spicca nel sociale e sarai a posto. Annienta il prossimo al primo suo tentativo di darti cattiva luce.
La docente di Business English di Kiel mi scrive:

I recognized your confidence in your communication with the audience.

E io penso: "E grazie al cazzo. Ha mai avuto a che fare lei con una classe di trenta studenti italiani? Impari a essere comunicativa e interessante o aiuti il tuo ego a suicidarsi."
Io amo Me. Non l’ho mai nascosto. Paladino di questo amore è un orgoglio manifesto pronto a scattare alla prima tentata infrazione. Non ha nulla a che fare con la mia reale umiltà interiore: l’orgoglio mi scatta come sussidiario dell’istinto di sopravvivenza dell’ego.
Ma non posso più districarli, amor proprio e orgoglio, anche se sono nati separati. Ormai si sono uniti, e ci metterò un sacco di tempo a risolvermi.
Mi sono impegnata tanto, a Kiel, a moderare il mio tono di voce. A non intervenire sul prossimo. Perché devi interrompere il prossimo se il prossimo non ti interrompe? Amo dire quel che penso, si sa, ma questo non coincide con il doversi conquistare lo spazio per parlare. Perché mi veniva automatico farlo? Perché nel contrappormi a un’opinione dovevo alzare la voce? Non sto parlando di urlare, sto parlando di alzare la voce un po’ di più. Non ce n’è necessità se sai che l’altro ti ascolta anche se bisbigli.
(Perché urlate?)
Sono di nuovo freudiana, ma sostituendo a “genitori” la parola “Paese di nascita”. Odio come mi ha cresciuto, per certi versi, a sua immagine e somiglianza. Me le sto facendo tutte: Italia come fidanzato, Italia come genitori, e arriverò all’Italia come figlio? (No, no, no, non voglio scoprire che compartecipo alla creazione di ciò che aborro.)
Tornando all’iper-cortesia propria dell’Italia (ho visto due tedesche commuoversi dinnanzi all’essere “trattate come principesse” da un italiano), mi sono chiesta da dove venga questo “servilismo”, così proprio dell’italiano quando si corteggia.
Ho cercato di analizzare un po’ questa faccenda nella mia esperienza e nei miei ricordi, e sono giunta alla conclusione che il lombardo medio abbia in testa che trattare bene qualcuno significa trattarlo come un Re, quindi quando il lombardo medio non sta lavorando si comporta come un Re che abbia un seguito di servitori: chi raccoglie le cartacce che ha buttato a terra, chi pulisce il tavolo su cui ha rovesciato un po’ di caffè, l’essere gentile solo con le persone che gli stanno personalmente simpatiche, il non dovere nulla a nessuno.
Ma non siamo una Colonia con governatore e file di autoctoni che ci puliscono il culo. Di fatto, siamo degli straccioni rispetto alla ricca Germania (che è stracciona a fasi, solitamente dopo aver perso una guerra che ha rotto le palle a mezzo globo conosciuto), e io cammino su strade sporche e piene di cartacce avendo di fianco tizie con alle spalle un’ora di preparazione tra guardaroba e trucco, che entrano in cessi cosparsi di piscio – sono gli stessi tacchi che le rendono così raffinate, quelli che sono stati benedetti da piscio anonimo. Sembra un sontuoso banchetto allestito in una città assediata.
È di una decadenza quasi commovente.


Die ganze Bellezza macht mich nervös. (“Tonio Kröger”, Thomas Mann)

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17 comments

  1. Credimi, anche dopo diversi mesi di nuovo immersa nella vita privata e pubblica tedesca, ancora mi stupisco quando riesco a finire una frase senza essere interrotta. Questo davvero e´uno dei vizi piú brutti degli italiani.. di pensare sempre di sapere giá cosa vuoi dire prima che hai aperto bocca. E la cosa peggiore e´che questo e´pure contagioso.. mi e´stato rimarcato da piú di una persona qui che tendo a interrompere gli altri, con mia grandissima vergogna. Ora cerco di stare attenta ed essere presente a me stessa per evitarlo.. e riabituarmi al dialogo civile. Non facilissimo, visto che almeno una volta al mese lavorativamente ho ancora a che fare con l´italia e devo ritirare fuori tutte quelle brutte abitudini acquisite per evitare di essere presa sotto i piedi.. che miseria.
    Quanti anni avrai ancora prima di finire l´uni in italia quando torni?

    1. Sai, Dadi, non so se mi conforta più trovare qualcuno che la pensa come me o se mi angoscia di più, perché rende le mie impressioni (che sono limitate e di singola) più corpose.

      Almeno un anno ancora in Italia dovrò farlo (annualità di inglese).
      Il problema è il dopo, che dipende da finanze e organizzazione. So che ho tempo per decidere, ma non così tanto.

      1. Se posso darti un consiglio, dopo che finisci l´uni meglio andare a fare un po´la lavapiatti in germania, pagata, mentre ti guardi in giro e pensi cosa vuoi fare.. che stare sospesa nel nulla in Italia…

        1. So cosa voglio fare – finire triennale e continuare in Paese anglofono anziché in Italia – il problema è dove. Sono così poco informata, al momento, che potrei dirti “USA” e “Sud Africa” con due ragioni inconsistenti e poco informate.

  2. Al

    [(non siamo più in tempi in cui su Internet si possa essere tanto diversi da come si è di persona)] I think it’s time I told you I’m really a 300 pound ex biker, 68 years old, that took the identity of Al with information I found on the web!
    I hope you don’t mind…

        1. Re: Al

          Why unfair? You were a perfect tomtom! Without your map we would be still looking for Palestro

        2. Re: Al

          With such a map we’d need a compass and a God to prey to. You’ll be the indigenous who for some useless costume jewelery will lead us into the Dark City.

        3. Re: Al

          Ok, I’ll bring the compass, you the jewelery..a lot! Maybe we can convince the indigenous to sell us the city..

        4. Re: Al

          [ You’ll be the indigenous who for some useless costume jewelery will lead us into the Dark City]
          Hon, that’s the discovery of America, not a RPG.

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