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Argh.
È da ore che scrivo e correggo e-mail mentre cerco corsi e controllo dati. No, prima stavo correggendo un racconto. E prima stavo correggendo il CV di VB.
E c’è un seminario che si chiama così: Stories of the Sea: British Maritime Fiction across the Centuries.
E quindi: gh.
E il mio cervello è fritto, e dovrei anche andare da un dottore. La mia gola e qualcosa all’altezza del petto scricchiolano e cigolano come un antico malanno nel corpo di un vecchio, perché per il resto sto bene. Forse fa solo parte del personaggio. Quella tosse secca casuale rientra nel cliché (quale? Non importa, uno a caso).
Tra un momento organizzativo e l’altro m’impongo di non lamentarmi interiormente per cose come: dormire senza prima aver scopato è ardua. Mi ero viziata. E il letto qui è anche più freddo – ma ho deciso che non avrò freddo, e per ora mi sta riuscendo bene. Fuori, d’altro canto, fa caldo – un caldo fottuto. Tre giorni prima che partissi nevicava, e quando sono arrivata qui si erano appena alzate le temperature. Insomma, di giorno è estate torrida. Milano puzzava di cemento riscaldato ma abbiamo scoperto che non è la Germania a essere pulita, ossia, anche, ma il punto fondamentale è che Kiel è una specie di paradiso sperduto tra i lupi danesi. Che faccio, idealizzo l’amante? Sto riflettendo molto su questo mio rapportarmi ai luoghi come fossero amanti. Cominciai con Venezia. (Voglio tornare a Venezia – tornerò a Venezia.)
In questo quieto delirio fatto di tante piccole cose, non troppo ammonticchiate, mi diverto con piccole cose. L’aprire il racconto che devo correggere sulla frase:

Sedlacek non è mai stato una persona seria.

Sono belle cose. Come Uprising dei Muse che a me continua a ricordare Monkey Island. Pensieri stupidi e leggeri come il disimpegno.
Vedete, avrei voglia di essere grave. O prendermi sul serio. Avrei voglia di scrivere addentrandomi in una passione – ho questi piedi nudi di Aspasia che camminano per stanze immani di una residenza vergognosamente grande e isolata, Aspasia con l’utero rotto e lo sguardo da bambina – ma diversi tipi di passioni si sovrappongono e mi pare, a volte, che alla base di un becero atto di bullonismo (si dice così?) di periferia milanese ci sia la stessa passionalità che sta alla base del sorriso dall’utero rotto di un’Aspasia, della forza d’animo di un santone agnostico e di quella di un fondamentalista religioso come lo intendono i giornali. Insomma, che tutte queste cose siano in fondo un po’ tutte la stessa cosa: la capacità umana di smettere di avere una visione d’insieme, di vivere nel piccolo che gli occhi riescono a racchiudere. Allora mi viene in mente, ad esempio, un Malan che dice che qualcuno ha detto che per gli Zulu la vita di un uomo vale quanto quella di una vacca, e viceversa: muoiono le vacche e muoiono gli uomini, ammazzi le vacche e ammazzi gli uomini. Ora, io non vorrei tirare in causa gli Zulu, che non conosco, anzi voi mettete una bella X al posto degli Zulu e rileggete la frase. Non è il significato a lasciarmi un po’ sulla soglia (cosa significa "lasciarmi un po’ sulla soglia?" Sembra una frase idiomatica di una lingua tutta mia, qualcosa di non traducibile), il significato analizzato lo condivido: una mucca non ha nulla di più e nulla di meno rispetto un uomo, in quanto a diritto alla vita. Non c’è scritto da nessuna parte che si richiede un certo tipo di intelligenza per avere il diritto alla vita, o dovremmo falcidiare un po’ di gente nata sfortunata. Ciò che mi lascia sulla soglia è il senso d’imparzialità che mi viene messo davanti – e il fatto che è l’estremizzazione di quello che condivido. Non è il lato truculento suggerito dal macellare una vacca, è il contrario: è l’appiattimento. Non vi dirò mai che, in generale, un essere umano vale più di una vacca, ma messa come l’ha messa Malan mi uccide le intenzioni.
Incastrata in questa logica dall’esposizione d’impatto, rimane sempre la stessa soluzione a questa teodicea (flutta, nella mia testa, un titolo mai posato: irrisolta teodicea): la coscienza dell’atto, che dovrebbe moderarlo (sì, sì, sì: retaggio illuminista). Mi venne dal sentirmi raccontare di non so quale sperduta popolazione americana che si fermava a ritualizzare ogni morte data, dando un po’ del proprio sangue. Non ricordo quale popolazione fosse, ma non importa: è una cosa trovabile in diversi contesti. Non si accorda alle mie inclinazioni il versare mio sangue per com-patire dopo aver versato sangue, e più che di patire parlerei di consapevolezza. Di un prendere atto. Di ricollocare l’azione in un quadro più ampio, in spazio e tempo – è la nenia che vi ripetono nelle trasmissioni finto-alternative, della disumanizzazione oggi vissuta, del mangiare cibo che non si è mai visto in forma naturale – che non si è ucciso, direi io.
Mi domando poi se un mondo in cui una vacca vale quanto un essere umano e viceversa sia poi tanto male. Per le vacche certo no – non sono ironica. Per l’essere umano? Qualcuno mi opporrà che è l’istinto di sopravvivenza a farci elevare al di sopra delle vacche, ma l’istinto di sopravvivenza individuale è qualcosa di contingente – e l’istinto di sopravvivenza della specie è nato da relativamente poco, come concetto. Non tutte le popolazioni si organizzano per far campare i propri membri virtualmente 80 anni. E noi oggi in questo siamo un estremo – ciao, eutanasia. E mi domando spesso perché la fiction e la cronaca lodino il singolo che è sopravvissuto anziché lasciarsi morire. Si parla di coraggio. Perché coraggio? Giuro, non lo capisco. L’equazione mi sembra governata da due fattori: la voglia di vivere o la mancanza della stessa (o la voglia di morire, sempre che la cultura non abbia un terrore di base per la morte) e l’istinto di sopravvivenza. Il secondo o scatta o non scatta, e il coraggio non c’entra. La prima è un desiderio, e che c’entra il coraggio? Perché è universalizzato il fatto che ci voglia più coraggio per vivere che per morire? Da dove viene ciò? Un radicato pessimismo di base?
"Avrebbe potuto cavarsela a buon prezzo e morire ma si diede coraggio e acconsentì a vivere."

Per quanto riguarda il politicume vario, su vari livelli, compreso e in primis il sociale, sono perplessa.
Quando sono partita dall’Italia quest’estate avevo la salda impressione che i casini italiani fossero scaramucce secondarie rispetto alla Grande Storia e alla Grande Cronaca. Ora non lo so. Non lo so perché non capisco. Troppe fonti diverse, troppi giudizi diversi, assumo io stessa troppe posizioni diverse perché è il modo che adotto per cercare una forma di verità. Quindi, sono perplessa e nauseata – asserragliata nel mio mondo, zitta, perché non so cosa dire. Ho l’impressione che tutte le parole – destra, sinistra, centro, l’orizzontalità – alla fine convergano in qualcosa, qualcosa che causa in me quella nausea da vanitas. Mi dico che dovrei allora guardare in senso verticale, ad alto e basso, ma “alto” e “basso” non sono considerati in una Repubblica che si dice democratica e in cui tutti virtualmente sono uguali dinnanzi alla legge, e quindi rimango così, perplessa, come se stessi ascoltando dell’ennesimo dittatore lontano che si è appena fatto costruire una vasca da bagno d’oro decorata con denti umani. Sono in crisi mistica sul piano politico-sociale. Un giornale mette in prima pagina la notizia delle manifestazioni contro il decreto salvaliste e l’idea che dà è che l’opposizione sia forte, ma il primo numero che leggo è "5000 persone in piazza". Che sono cinquemila persone in piazza? Dodici volte i miei amici su Facebook. Nulla.
C’è qualcosa di contorto di base nell’usare le fonti di informazione come metodo per capire, in Italia, con un monopolio dei media in mano al Governo. Non è lampante? E non sto dicendo che il Governo è cattivo, ma che con tale base qualcunque giornale finisce con l’essere di parte: l’una o l’altra.
Al ritorno da Kiel, in treno, chiacchierando con due signori di Ginevra, VB ha detto qualcosa che mi ha colpito, qualcosa sul come – dalle sue parti – la gente avesse perso quel legame che dovrebbe esserci tra persona e luogo in cui vive. Non mi riferisco a canti popolari e la sagra del pesce e brucia il negro in Val Padana, mi riferisco al vivere il posto in cui vivi come se fosse casa tua, e non come se fosse trincea tra il tuo appartamento e il momento in cui ci torni. È questa l’atmosfera che respiro parlando ccon italiani. Ora, le trincee non sono l’inferno, sono trincee, dove butti in fretta il mozzicone di sigaretta prima che ti possano sparare.
Ma è un’ipotesi. Vaga e confusa. Buttata lì giusto per dire qualcosa. In verità, non so. Sono così:

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