RdF e chi per lei.

… Ok, non ho nulla di specifico da dire ma ho voglia di dire qualcosa – ammetterlo a se stessi ogni tanto fa bene, permette di dirsi che tutte le altre volte, invece, si ha qualcosa da dire.

Ho quasi finito Il mio cuore di traditore di Rian Malan, e lo amo senza moderazione.
Ci sono autori che sanno rimanere coerenti, o che forse lo sono proprio per questo, pur non seguendo fili conduttori concettuali o ideologici. Pur cambiando idea mentre scrivono. Pur continuamente.
Mi dà la stessa sensazione che mi aveva dato Le benevole, quel continuo oscillare tra il pensare che l’io narrante potrebbe essere catalogato come “buono” e il momento dopo come “cattivo”, come “libero” e il momento dopo come “irrimediabilmente condannato a finire dove è supposto finire dalla società che critica”, “amico” e poi “nemico” – e nel mentre diventi amico e nemico di te stesso al contempo.
Mi mangerei il fegato – o mangerei il suo – perché lo stronzo ha scritto solo questo libro. E poi, non mi odierebbe se gli mangiassi il fegato.

Inutile dire che tale lettura, accompagnata ai libri da studiare sul Sudafrica portati con me, mi fanno venire voglia di fare un viaggio lì. Ma non ne parleremo adesso, ne parleremo quando saprò veramente dove voglio andare.
Ora, giacché siamo in Italia, parliamo dello strano desiderio che mi è venuto di andare a visitare i terremotati dell’Abruzzo e gli ospiti dei centri d’accoglienza. Lo dico “strano”, questo desiderio, perché non è sospinto da un moto dissimile da quello che può portare una persona a pensare:
“Chissà com’è [paese africano a caso in stato di costante e irrisolta guerriglia].”
E questo è strano, perché dovrebbe presupporre un certo senso d’estraneità – quella che fa nascere la curiosità – e quando è sbucato fuori? Deve essere avvenuto mentre avevo nuove sui due sovraccitati argomenti stando all’estero, avendo nuove che avevano la forma pre-digerita e semplificata delle notizie dall’estero.
Che strana cosa, la cosiddetta “cronaca”.


Faccio una lista delle persone che ho sentito, o visto, o devo sentire o vedere in queste settimane ed elenco, e noto una costante di gente spezzata tra culture – in bene e in male. Per me è bene – sensazione di essere circondata da un invisibile ed etero cordone di senso – ed è male – perché di solito una delle due o più culture d’appartenenza è italiana, e il verdetto unanime è quello che conoscete e non vi ripeterò.
Dall’altra parte, tale cordone mi fa dire qualcosa come:
“Allora è possibile.”
L’italiano è una lingua in cui si può omettere il soggetto, e quando lo si fa non si può rintracciarlo, solo crearlo, ma a me lì servirebbe un bel it o es di dimensioni grandi quanto un oggetto anonimo da riempire a piacere.
Riempiamolo: è possibile vivere tra culture. È possibile vivere tra interstizi. No, non sto dicendo nulla di nuovo, ma quel che è possibile è: è possibile sentire questa possibilità. Tangibilmente, anche se il cordone è invisibile e impalpabile. Deve essere così, in un certo senso.
Potrei ri-narrarmi, a posteriori, che quella strana sensazione di non appartenere a questo luogo l’ho potuta capire solo successivamente, quando… Ma sono cazzate. È sempre facile ridipingere il passato di modo che si incastri con le letture del presente. So solo che nel cordone sto bene, perché è un non-posto.
Sto bene anche a Kiel – vi ho abbastanza trivellato le sinapsi con questo concetto, mi pare – ma Kiel è un piacere contingente. A breve durata. Città troppo piccola, percentuale ariana accecante. Da questo punto di vista il caos multiculturale milanese è stato un toccasana (o forse è il semplice vedere visi diversi uno dall’altro).
Kiel è fonte di benessere come scovare un filone d’oro – le invisibili e impalpabili cerchie lo sono come lo scoprire che l’oro esiste.
E non c’è nulla di personale, davvero.
O, per meglio dire, c’è ovviamente molto di personale nei singoli rapporti personali, ma nulla di personale come causa di questa sensazione.
È una sensazione che ha a che fare con la Sehnsucht (ah, queste parole che, usate, hanno l’apparente inutilità di un latinismo) esperita infinite volte quando mi sono trovata, ad esempio, a guardare un film coreano e poi leggere un libro tedesco di cui avevo parlato con un inglese. Ci si trova in un limbo incastrato tra mondi, di cui non c’è immagine esterna a noi, solo l’impressione che – se ci si può trovare lì con lo stato d’animo, allora deve esistere nel mondo una sensazioni che ricrei quello stesso stato d’animo, una Realtà di Fatto (la famosa RdF) che sia matrice di quelle sensazioni.
Beh, l’ho trovata e sto meglio – e immensamente peggio all’idea di scoprirmi a non averla più attorno a me.

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