Aspasia e altri sconosciuti.

Aspasia cammina a piedi nudi anche quando non c’è nessuno in casa. Il suo incedere è sfuggente come quello di una medusa, e si incastra nel ritmo indolente con cui i leoni cercano di evitare vittime. È una donna fatta, ha un figlio, ma si addormenta sul divano come una bambina. Cammina tra i vigneti con lo sguardo acquoso di chi invecchia al ritmo del tramonto, muore ogni giorno senza soffrirne mai.

… E io traduco a analizzo. Der Apostel, di Rilke. Il racconto ridicolo.
Sto dormendo, tanto, troppo. Bevò caffè e vino sudafricano e il paesaggio fuori è uguale a quello che ho lasciato qui a dicembre. Stesso svuotamento di persone, stessa neve – ma questa è più dura, posata su uno strato di ghiaccio. Il thermos è mezzo pieno e la mente mezza vuota. Un esempio di Hausarbeit scaricato verte sulla tematica del Doppelgänger – e nessuno sa spiegarmi perché inquieta, nessuna spiegazione oltre a quelle già date, che si fanno sorreggere dalla paura che l’ha creato – e leggo La tempesta di Maurensig, la cui intera carriera non esisterebbe senza Doppelgänger, trovandolo un po’ simile al Pendolo di Foucault di Eco. Il Pendolo è uno dei miei libri preferiti – anche se dovrei rileggerlo, per dirlo – mentre La tempesta mi fa dire critica che Maurensig si crogiola nel suo estetizzato intellettualismo europeo. Lo facciamo un po’ tutti, no?
Io particolarmente, mente speculativa e arrogante, da mente reclusa in una torre d’avorio – che a tratti, al tramonto, assomiglia inquietantemente a quella in cui Hölderlin stette per… 35 anni?
Non era solo, no: era in compagnia della sua follia.
Perché non leggo Hölderlin?
Voglio dire, è perfetto. Frequentò un collegio terrificante – quel genere di struttura di reclusione che è stata riassunta mirabilmente nel Törless di Musil, loro e la loro disciplina prussiana – paragonato a un Apollo per la sua bellezza mentre come compagni aveva Hegel e Schelling.
Vorrei tanto scrivere qualcosa che concerna Hölderling, Hegel e Schelling a studiare assieme. Ve li immaginate? So che sapete a malapena chi siano. Ora, Schelling viene spacciato da wikiwiki come filosofo, ma io non ci credo. Ho studiato Schelling, ed è diventato filosofo per sbaglio. È come se una personalità della TV a caso si mettesse a leggere 2 o 3 libri di filosofia coeva e poi ne scrivesse uno proprio, completando le lacune traendo dai romanzi d’avventura che ha scritto. Schelling, se non erro, dal collegio fuggì – ecco, Schelling deve risultare come l’avventuroso del gruppo. Dico “deve risultare” perché siamo in Germania a fine 1700, il che significa che il picco massimo di trasgressione deve comunque rientrare in limiti comprensibili dalla generazione precedente.
Ricordiamoci che gli avventurosi eroi dello Sturm&Drang erano un gruppo di groupies, che un dì si misero d’accordo per vestirsi tutti come Werther e così conciati andarono con Goethe a fare un picnic sul lago. Secondo me Goethe non se l’è mai perdonata. I critici ci provano, a perdonargliela, e a perdonargli il fatto che – essendo i tedeschi dei tempi un gruppo di invasate groupies – a seguito della pubblicazione del Werther ci fu un’ondata di suicidi di massa, sulla scia del nostro sfigato Werther.
… Ma comunque.
Schelling era quello avventuroso, un po’ ostico ma infine digeribile, come un film Disney vecchio stampo che finge di essere per adulti.
Ma poi c’è Hegel.
Voglio dire… Hegel. Hegel che, con tale bruttezza e con il pensiero che poi ha costruito, doveva fare la bestia nella sceneggiatura con Hölderlin. Me li immagino nella stessa aula, con Schelling che smania per diventare un Robin Hood nei boschi e freme guardando fuori dalla finestra, pensando che tutti i suoi compagni sono morti dentro, soprattutto la bella e la bestia; la bestia, ossia Hegel, accucciato sulla propria sedia, schiena curva, a farsi tutte le seghe mentali che porteranno alla sua filosofia, così convolute da fargli pensare che un tizio come Schelling, così frivolo, non le capirà mai; e non le capirà neanche la bella, ossia Hölderlin, perso nel suo mondo in compagnia di Gesù Cristo.
Dovrei leggere Hölderlin perché ha preso la fama di novello Apollo e se l’è dimenticata da qualche parte subito dopo. Lui amava Cristo. Che era morto. Per questo lo amava.
Dovrei leggere Hölderlin perché rimembro vagamente che i motivi della sua follia hanno a che fare con qualcosa che chiamerei “disarticolazione del tempo”. Qualcosa tra il suo personale scorrere del tempo e Il Tempo deve essere andato a puttane – e, oh, posso capirlo.
Probabilmente quei tre non sono mai stati nella stessa stanza. Non importa. Sono tre volti di un Giano bifronte che si sdoppia incompiuto di un’epoca – Zeitgeist, la parola piaceva molto ai tempi, oggi designa un film-documentario che rivomita for dummies ragionamenti che non rendono nessuno un genio, ma un essere mediocre accettabile.
Comunque il collegio esiste ancora – per i feticisti della storia (qualsiasi cosa sia).

Ho voglia di scrivere.
Aspasia non è un’evanescente immagine per il cui nome sono ricorsa a evanescenti miti, ma la madre di Van Beumer. La mia mente freme, e quindi trova significati anche dove non ce ne sono. La mia penna, anche, freme, ma la signora Van Beumer vive oggi da qualche parte fuori Città del Capo, e giacché l’argomento mi interessa vorrei evitare di scrivere cazzate romanzate giusto per completare una pagina di narrativa.
Come vedete, a modo mio, anche io detengo una certa decenza.
Ci sono altri frammenti di pensieri e sensazioni che mi fanno fremere.
C’è lo stendersi a letto e osservare, insonne, un volto conosciuto. C’è l’osservarlo prima chiudendo un occhio e poi l’altro, e i due volti sono così diversi a seconda del punto di vista, e il chiedermi con quale dignità l’essere umano possa dirsi obiettivo. Basta chiudere un occhio e tutto cambia. Se si guarda prima con un occhio e poi con l’altro, in veloce sequenza, il volto si sdoppia come fa in certi film horror, sempre più veloce, e ti aspetti che a un certo punto compaia un terzo, terrificante, volto. Così, insonne e annoiata a letto, credo di aver colto uno dei Leitmotiven che compongono l’horrorifico attuale.
C’è una canottiera non mia il cui profumo di lavanda mi ha stordito come l’erba gatta stordirebbe un gatto. Avrei scosso la testa come per scrollarmi di dosso troppa sensazione tutta assieme, e strusciato il viso contro l’odore stesso. Non aveva nulla a che fare con la romanticizzazione dell’evento – non sapevo neanche fosse lavanda – ma con l’odore solo, nudo e sconosciuto, che mi ha fatto girare su me stessa come una marionetta. Lo avrei annusato fino a svenirne – ma è lentamente andato via, come la vita dal cadavere di donna ne Il profumo di Suskind.

C’è il testo di Der Apostel sul mio PC, in dieci diversi colori a indicare dieci cose diverse, note a margine a nausea, termini in tedesco-chiave da trovare, e via discorrendo.

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