Gefühlsorte.

Sono uno straccio.
Spalmarmi per terra e usarmi per pulire il lurido pavimento mi renderebbe più utile di quanto io ora sia per me stessa.
Perché sono malata, ma ho comunque cose da fare, cose che richiedono concentrazione e uscire di casa (-8°, a Kiel).
Devo aver preso stupidamente freddo. Deve essere stato quando, ubriaca, sono uscita dall’ostello con l’americano a fumare una sigaretta, e prima ancora, quando ho fatto la stessa cosa con Sascha.
Il che è ridicolo.
Intendo… Una settimana in giro a Berlino dove tutto era ghiacciato, girando attorno a una media di -8° anche lì, e ammalarsi per due sigarette…
O forse è l’insieme.
Comunque, l’escursione a Berlino è stata peggiore di quanto pensassi, in quanto a energie richieste.
Non mi riferisco allo sbattimento di stare fuori dalle 9 del mattino alle 9 di sera – perché, se ti muovi per visitare luoghi interessanti, la fatica non la senti – mi riferisco piuttosto alla consistente parte del programma che prevedeva il rimanere mezzore e ore immobili all’aperto, con i -8° sovraccitati. Non congeli, non nel senso tipico: il mio corpo non sentiva il freddo. Ma con il ghiaccio sotto di te cominciano a congelarsi le suole degli stivali, poi gli stivali con i tuoi piedi, le caviglie, la circolazione si raffredda e dopo mezzora cominci ad avere freddo in tutto il corpo e seguire discorsi in tedesco si fa ardua.
Ho sperimentato il sonno da freddo.
E l’arrendersi al Fato.
Ho sperimentato anche i germi delle sollevazioni popolari – il guardare la docente con odio pensando che ci stava massacrando tutti.
E ho pensato di essere l’unica, lì, a soffrirne così tanto, probabilmente per abitudine.
E ho scoperto che non era così, era piuttosto questione di un’altra abitudine: tutti soffrivano, nessuno si lamentava.
Ah, tedeschi…
Poi ho compreso che il loro cominciare a muovere leggermente i piedi significava: sto congelando.
Ho anche avuto le piccole angosce del pensare: domattina devo svegliarmi e ricominciare da capo.
… Ma è stata un’interessante e intensa escursione. Se avessi capito di più sarebbe stato meglio. Se fosse stata a maggio, meglio ancora. Se avessi dormito più di 4-5 ore a notte sarebbe stata divina. È problematico affrontare con una media di due volte al giorno il sonno che irrompe e ti fa cadere la testa mentre un tizio sta esponendo i come e perché di un luogo della memoria. Nessun modo di allontanarsi e dormire, nessun modo di addormentarsi senza essere notati, nessun modo di raggiungere il caffè più vicino.
Il punto più onirico è stato tra Sanssouci e l’università di Potsdam. Guardate le immagini e immaginatele coperte da venti centimetri di neve. Il tragitto nel mezzo è una camminata che ti fa capire Caspar David Friedrich. Era così. Esattamente così ma con più nebbia, e con pareti di quelli che suppongo siano pini, gotici e silenti. All’inizio avevo davanti a me l’infinito, ossia: la nebbia rendeva l’orizzonte infinito. L’università si è mostrata ai miei occhi da un momento all’altro, come un’imponente sagoma scura incombente. Il gelo aveva già lavorato su di me da un’oretta, e ho sperimentato dal vivo quell’effetto che fino ad allora avevo visto solo nei film: quando gli oggetti in primo piano si avvicinano vertiginosamente mentre lo sfondo si allontana. Che trip. Dovete provarlo. Bisogna camminare su fatica e gelo per provarlo, perché si necessita che il corpo sia in quello stato di debolezza che contamina la mente – nel Medioevo gli occultisti non si facevano cospargere di sanguisughe a caso.
Ci sono state altre infinite cose interessanti, così compressate l’una sull’altra che non potrei enumerarle se non guardando al nostro programma.
La giornata che ho preferito è stata quella sulla storia tedesca successiva alla Seconda Guerra Mondiale. La visita a Hohenschönhausen (prigione della Stasi), con come guida un ex detenuto, è stato il picco di quest’epoca contemporanea in cui i musei sono tanto più fighi quanto più sono interattivi. E la DDR mi ha sempre angosciato, molto più del Nazionalsocialismo. Ne è seguito un discorso del direttore, una personalità famosa in Germania ma non per me, ma che mi rimarrà impressa. Anche se mi stavo addormentando. Mi rimarrà impressa per il modo pacato che aveva di parlare di qualsiasi cosa, passando dalle più atroci a quelle ironiche, ma proprio per tale motivo mi stavo addormentando.
Dovrei spendere un paio di parole anche sulla barriera linguistica, che è stata pesante. Mia parziale scelta, beninteso, scelta di non ricorrere all’inglese fino all’ultimo giorno (ero ubriaca), in un’escursione che richiedeva discorsi con termini specifici in riferimento a una cultura nazionale che di solito viene impartita con la prima educazione, mentre la mia prima educazione è italiana. Ciò implica, ad esempio, non conoscere personalità famose.
Anyway…
L’ultimo giorno un ubriaco americano ci ha raggiunti nella sala biliardo, dove stavo chiacchierando con Sascha, e il mio cuore si è aperto dinnanzi a un linguaggio che capivo perfettamente. L’ho amato. Mi ha amato. Ci siamo amati ma era troppo fuori dai miei gusti estetici per celebrare tale amore, quindi il tutto si è risolto nel fare le quattro del mattino ubriachi con sveglia alle sette.
Quella sera, in mezz’ora, sono riuscita a dire due parole proibite per due differenti culture. Ognuno sul proprio curriculum ha differenti talenti da scrivere.
La prima è uscita mentre, con biliardo incastrato, i tedeschi si sono messi a scuoterlo, l’ubriaco americano li ha guardati perplessi, e io gli ho detto:
“That’s the so called Final Solution.”
Lui ha riso stringendomi la mano e i tedeschi mi hanno guardato come se fossi stata un nerboruto omaccione entrato in mutande in uno spogliatoio femminile, ove loro erano le ragazze. Poi hanno riso.
Poi è toccato all’americano fare la parte della ragazza seminuda, quando – non ricordo in quale contesto – per scherzare ho usato la parola nigga. Mi ha chiesto se usavo veramente quella parola. Avrei potuto opporgli che no, in realtà no, nel senso che non vivo in un Paese in cui rischio di essere denunciata se la uso, quindi sì, la uso, ma non vale, no?
E ora mi domando: quali sono le parole proibite in italiano?
A proposito di tabù… L’incontro con il capoccia della Nuova Sinagoga è stato massacrante. E non per lui. Lui, dopo aver fatto i propri interessi, ha concluso con un:
“L’Olocausto non è un nostro problema, è un vostro [di voi tedeschi] problema.”
Lui aveva ragione e io avrei sterminato i tedeschi – soprattutto la docente, oh, la docente! La docente che ha assunto quell’umile tono del tedesco davanti all’ebreo. La docente che è una docente di storia che tiene seminari di decostruzione della master narrative e che inesorabile davanti all’ebreo torna a fare domande propinate dalla master narrative. Fuoco e fiamme.
Sarebbe bastato porre un paio di domande. Chiedere se è bastante che una persona dica che gli ebrei sono strozzini, come gli italiani sono mentitori, perché questa persona rientri nelle nuove statistiche dell’antisemitismo in Germania. Chiedere se la religione ebraica accetta gli omosessuali e i trans (davvero, non lo so). Chiedere perché davanti a ogni fottuta istituzione ebraica del quartiere ci sono uno o due poliziotti, e perché in una via gay che visitai non ce n’era mezzo. Sarebbe bastato chiederlo non per fornire rivelazioni al capoccia, che aveva ragione, ma perché nessuno l’ha chiesto. E, beninteso, il pubblico (ossia, gli studenti) non era prostrato da un senso di colpa collettivo. Il pubblico, a posteriori, ha decretato che la visita alla Nuova Sinagoga era stata la parte peggiore dell’escursione. Tutte cose che sappiamo già. E Dio (uno a caso) danni la mia scarsa conoscenza del tedesco. Tutto il mio contributo è stato dire, al Denkmal, che avrei preferito, come “luogo della memoria”, un luogo più ricco di dati e meno di sensazioni. Ad esempio… Il Denkmal ricorda i 6 milioni di ebrei morti durante l’Olocausto, e mi sarebbe piaciuto sapere questa cifra da che fonte viene. È storia, e la storia è fatta di fonti. E io amo Jonathan Littell che inizia un suo romanzo analizzando questo numero che, da che è stato decretato, è divenuto Verità di Fatto. Lo amo perché è ebreo e quindi può farlo e lo fa. Perché va fatto. E non perché 6 milioni sono troppi o troppo pochi – va fatto e basta perché altrimenti è propaganda travestita da storia.
E, well, questo seminario questo avrebbe dovuto indagare. La propaganda travestita da storia nazionale. E io odio la docente – un odio insieme di diverse cause, dal congelare al suo modo di fare al timore che lei odi me. Quest’ultima è un’impressione, data dal fatto che non si è praticamente mai rivolta a me. Dio (uno a caso) sa perché?
Parlando con Sascha e con altri è venuto fuori che il mio Referat era un po’ troppo colto. Tradotto: da dove hai preso quelle informazioni? Può risultare un complimento se da parte degli studenti, ma se anche la docente l’ha trovato troppo colto può non andare bene.
Insomma, per dire qualcosa di poco banale, sono preoccupata per i voti.
Parlando con l’assistente della docente, ho cominciato a enumerargli i corsi che sto seguendo, e mi ha bloccato a 3/4 dicendo: “Sono abbastanza.” Il tempo no, mai.
Sono indietro, fottutamente indietro.
Mercoledì ho un Referat che ho finito ora di scrivere, peccato io sia supposta parlare senza leggere.
C’è poi una Hausarbeit, dalle 12 alle 15 pagine, per metà Febbraio, e per una volta non sentirò che il limite di pagine è troppo ristretto. Analisi di un racconto di Rilke in relazione a Nietzsche in relazione a Foucault. In tedesco. E il problema è ricavare informazioni, in tedesco.
Il problema è, sempre, che non ho tempo.

Sono le 21:35 P.M., e VB è da poco atterrata ad Amburgo. Sarei dovuta andare a prenderla, ma sto troppo male. Arriva a Kiel alle 23:27, e andrò a prenderla in stazione. Nel mentre scrivo qui perché ho bisogno di distrarmi – sono abbastanza malata da non riuscire a concentrarmi, e tutta la concentrazione necessitata per finire il Referat mi ha stremato. Non ho un televisore e non riesco a leggere. Blaterare in forma scritta, invece, mi riesce sempre.
Chi mi conosce abbastanza saprà a questo punto quanto schifo mi faccia l’idea di accogliere Daria in queste condizioni. Siamo bestioline basilari, che, quando malate, scappano nella tana in solitudine. La casa fa schifo perché sono stata via una settimana, e così ho scoperto di essere colei che qui pulisce – il che dice tutto. Avevo lasciato la spazzatura piena dicendomi che l’avrebbe buttata qualcuno e quando sono tornata era ancora più piena. Adesso non sono molto prona all’uscire al gelo per buttarla. Lo farà VB, probabilmente – e mi pesa questa mia non indipendenza attuale, perché devo ammettere che il suo arrivo mi faciliterà un paio di cose. Tipo: sto per finire le scorte di cibo, non ho più carta igienica e detersivo. Tipo: ho solo aspirina, e non so quanta febbre ho, e sto peggiorando anziché migliorare. Tipo: in ogni caso domani ho cose da fare.
Giacché sono uno straccio, l’idea di accogliere VB non è radiosa. A voi piacerebbe condividere il letto con uno straccio? Baciare uno straccio? Sesso acrobatico con uno straccio? Puzzo di malattia e la mia temperatura svetta al minimo movimento. Che schifo. Uscire di casa sarà risollevante, se non svengo, perché il gelo mi farà sentire normalmente calda, e congelerà i sintomi. Mi mescolerò nel paesaggio senza avere l’occhio puntato sulle mie condizioni. I-pod nelle orecchie. Devo solo lavarmi e vestirmi. Ci metterò eoni. Che palle.

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2 comments

  1. Come sempre scrivi coinvolgendo e risucchiando dove eri tu.

    Come ti ho già detto, secondo me queste escursioni sono il nuovo metodo di eliminazione tedesca 😛

    Come sempre pretendi troppo da te stessa.

    Come sempre riconosco in te un aspetto di m…a mio, troppo orgoglio. Leggerlo negli altri ti fa vedere sia sciocco questo eccesso.
    A volte lasciarsi accudire e coccolare ha il suo perchè… è una forma di lezione di vita.

    Mater

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