(Post scritto ieri.)


Incastrata nella realtà vuota.
Sottotitolo: ricarica Internet scaduta e rifatta, ma bisogna aspettare che si attivi, e io aspetto di capire se tutte queste ore di attesa siano un’eccezione o se io debba chiamare il servizio clienti per risolvere l’eventuale problema.

Oggi ho dormito.
Circa 14 ore – somma delle ore non dormite nelle notti precedenti e dell’alcool da smaltire.
Ho bevuto troppo.
Ho preso una strana nuova abitudine nel bere: ingurgito costantemente piccole quantità di diversi alcolici senza mai giungere a un culmine di ubriacatura, e rimanendo in un costante stato di energia artificialmente iniettata nel sangue e di bastante euforia.
Marcus, compiendo 21 anni, era supposto bere 21 drinks – l’ultima volta che l’ho visto era a 17 e asseriva non avrebbe bevuto più, ed eravamo sul cubo installato sul palco della discoteca, attaccati al palo assiso al centro.
C’era Dick su quello stesso cubo, ondeggiante attorno allo stesso palo – Dick, che spero non si scriva così, gaio gay di Kiel con cui Marcus ha avuto qualcosa, un qualcosa che avrebbe dovuto concludersi con un «Amici e basta.», ma ieri sera i due sono spariti contemporaneamente e non si sono più visti, quindi immagino abbiano festeggiato un’eccezione.
Circa sei ore prima eravamo all’Oblomow (il solito locale) a bere e chiacchierare con più o meno conosciuta gente.
Io, ad esempio, ho intavolato una discussione di circa mezz’ora con un tedesco di cui non so il nome, amico dell’amico di dio sa chi, su master narrative e storia sociale.
E la conclusione è: li fanno così.
Li: i tedeschi.
Fanno: istruiscono.
Abbiamo discusso dei metodi d’insegnamento della storia, e da quel che ho capito in Germania va decisamente di moda lo studiare diverse prospettive sugli stessi fatti storici. Io ho sentito blaterare di storia sociale e master narrative (ma esiste un termine italiano corrispondente?) per la prima volta all’università, durante un corso di sociologia e studiando per un esame di cultura inglese. Da allora ho deciso che quella era la via, e l’insegnamento della storia nelle scuole superiori per me è propaganda.
Dopo un’analisi socio-storico-geografica dei Paesi europei e un discorso sulla storia delle storie delle parti del mondo, sono andata a fumarmi una sigaretta, dicendomi che parlare per mezz’ora in tedesco con un tedesco di cose interessanti è la quotidianità che voglio. La parola «tedesco», in questo contesto, è sostituibile con qualsivoglia lingua mi interessi imparare o migliorare.
Poco dopo sono venute delle francesi e gente varia e altri vari discorsi, tragitto in auto fino alla discoteca, e una bella nottata.
Gente, amo le diversità.
Visceralmente.
L’ammessa diversità (giacché la diversità è una costante, qualsivoglia pensiero ci si ribadisca) pone le persone in uno stato d’animo attento e curioso. Ti abitui a valutarti in continuazione quando hai a che fare con cinque modi diversi di salutarsi, dalle parole agli abbracci ai baci ai sorrisi alle formule di rito alla neutralità. Il prossimo non è supposto capirti in automatico ma per godere della tua compagnia deve sbattersi per capirti. Il prossimo non è autorizzato da cause esterne e anonime e impersonali a importi sue abitudini che dà per scontate come condivise, e ciò è stupendo.
È stato stupendo anche colonizzare il cubo con palo annesso, trascinandoci sopra gente sì che sbattesse il proprio culo in maniera divertente. Divertente. Amata Germania in cui la rilettura ironica viene prima di quella sensuale. In cui ballare attaccata a un tizio emulando ritriti video musicali grondanti romanticismo non significa che qualcuno stia provando a fare qualcosa oltre a quello che sta facendo (nello specifico: il cretino).
Si è sviluppata una buona sintonia con molte persone, e un cameratismo che neanche cercavo, perché mi ero arresa a priori – non avrai mai quella bellissima sintonia fatta di cooperazione e non cospirazione e quant’altro, oh tu donna. Well, non è vero, l’ho avuta e l’ho con italiani, ma quanta fatica richiede – e rileggo a posteriori miei atteggiamenti in Italia così scomodi e assurdi, se ci pensi, come il dire a un tizio di reputarti un uomo o setterà in automatico un certo modo di fare che trovi risibile, l’essere qualche goccia più volgare di quanto saresti (quindi: essere volgare con malizia) per far capire al tuo prossimo di testicoli munito che può rilassarsi e dire quel che gli passa per la testa, e via discorrendo.
Sono molto fiera di alcuni miei rapporti italiani, perché sono giunti a un punto di intesa che va oltre alle differenze e ai generi (tutti i generi di genere). Un rapporto è tanto più fruttuoso quanto più è un sincero travaso in contemporanea.
E mi stupisce, quindi, che qui tali risultati si raggiungano senza sbattimento, senza neanche provarci. Beninteso, parlo di rapporti che sono per la maggior parte superficiali (superficialissimi, data la mia memoria), ma è il modo con cui si impostano che cambia la quotidianità. Meno sbattimento, meno stress – e più possibilità di divertirsi.
Non posso neanche fare un’analisi di culture a confronto, perché ce ne sono troppe. L’impressione che ricevo proviene da un parco umano di provenienze disparate, quindi non potrei generalizzare neanche volendo, a meno che io non generalizzi a livello mondiale nei confronti dell’Italia – ma, well, mi pare eccessivo.
Nel mentre penso al livello personale, a come ieri mi sia trovata a pensare che i francesi (che fra poco partono) mi mancheranno, nel modo in cui mi manca la presenza di Mary Kate o Amir. Non è un dramma, ma è un dispiacere vero – e ho pensato che è un po’ triste questo incontrarsi sapendo che ci si lascerà, ma credo che l’entusiasmo condiviso affondi le sue radici anche in questo senso di precarietà.
Spero ci saranno online delle foto di quel cubo con palo annesso, perché voglio mostrare quell’agglomerato variopinto di esseri umani che si reincontrano abbracciandosi e poi si trascinano su a ballare insieme. Non posso invece mostrare cosa significhi guardare negli occhi un amico con cui stai ballando e così, dal nulla, senza avviso o motivo, sporgersi per abbracciarsi contemporaneamente. Non è qualcosa che ha a che fare con la serietà e la profondità di dio sa quali sentimenti, o con la purezza d’animo o vaccate del genere; ha più a che fare con la tangibilità della parola humane (al solito, andate a cercarvi la differenza tra humane e human) nella sua accezione più festeggiabile. Il gruppo improvvisato che festeggia se stesso.
Tutto ciò deve anche avere a che fare con la diversità che accomuna gli studenti stranieri. Trovarti in terra straniera ti costringe – se già non l’avessi fatto – a considerare che il mondo non segue le leggi del luogo da cui provieni, e che di cose scontate ne esistono veramente poche. E io amo le persone che sanno togliersi dall’abbraccio della cultura che le ha sfornate. Le amo come una persona per la laicità ama un tizio che si professa ateo nel 1500 europeo, come disprezzo il suddetto laico che non sa guardare con altri occhi che non siano quelli fornitigli dalla cultura di provenienza.
E sono felice che ciò accada a Kiel, anche perché Kiel è un po’ «un posto sconosciuto sperduto in culo ai lupi danesi». Questa città ha ovviamente la sua storia e i suoi tratti distintivi, ma sono abbastanza sconosciuti da renderla zona franca. Kiel è una porta socchiusa sul mare, che significa sul nulla e su tutto.
E, con ciò, ho un grosso problema.
Il grosso problema si chiama «ritorno in Italia».
E prima di pensare al mio ritorno in Italia l’anno prossimo (sto concludendo le burocrazie necessarie per stare qui un anno), il problema è il mio ritorno a marzo, perché ho paura.
Sì, paura.
Perché nelle italiane vacanze natalizie ho certo dormito riprendendo energie fisiche disperse, ma esistenzialmente ho sofferto di una morte apparente.
Svegliarsi al mattino depressi è un mostro che non so combattere, soprattutto quando l’incedere della giornata non dà buoni motivi per risollevarsi. Lavarsi i denti, farsi un caffè, sentire per caso quel che dice la TV mentre lo si versa nella tazza. I vani giochi machiavellici del Grande Fratello e i servizi resi commoventi con musiche trite e ritrite su singoli esseri umani che hanno lo scopo di farti sentire fortunato e humane. I litigi politici e, soprattutto, quello che la TV non dice. È terrificante, da paranoia, passare dall’informazione tramite web alla TV italiana: hai l’impressione che il relativismo sia un concetto abusato, perché la TV italiana omette del tutto alcuni aspetti della cronaca italiana, mentre quella straniera li cita ma da una distanza troppo grande per approfondirli, e così ti trovi a metà tra una censura sistematica dei demoni e il ribadire dei demoni resi cliché perché visti solo dall’esterno.
E io non ho più una stabilità di giudizio.
La gente in Italia si è sempre lamentata, e ora che i fatti mi appaiono più gravi del solito mi domando se non sia la classica impressione data dal tempo che scorre. Quando ero giovane non facevo così freddo… E risolvo pensando che la soluzione non è stabilire il giudizio definitivo, ma capire dove sto, e agire di conseguenza. Perché, se metto piede sul territorio italiano, ora mi sentirei obbligata ad andare a fare una gita turistica nei centri d’accoglienza. Come faccio a blaterare di banalità del male applicabile a un passato popolo tedesco senza appurare le condizioni nei centri d’accoglienza italiani?
Quando sono tornata a Kiel, e mi sono aggiornata con le persone qui, mi sono trovata in quella situazione in cui bisogna «tradurre» e non in senso linguistico. «Tradurre»: narrare un fatto che, per essere capito, va espresso usando concetti e similitudini che la persona con cui stai parlando ha nel proprio bagaglio.
Descrivere il senso e uso di un centro d’accoglienza italiano a un tedesco richiama nella loro mente un ben conosciuto concetto – ma sarebbe errato. E non voglio aggiornare il prossimo con informazioni errate.
Se invece devo spiegare il senso e uso di un centro d’accoglienza italiano a un tizio di cui non conosco la cultura, cosa posso dirgli, sapendo che le informazioni vengono sempre riassunte e clichéizzate? A cosa assomiglia, nell’immaginario collettivo internazionale, un centro d’accoglienza? È una domanda che non potevo pormi stando in Italia, in cui non devo spiegare né a me né al prossimo le premesse necessarie (quelle che conosco, oltretutto).
Ma vale per molte altre cose.
Un francese e una polacca mi hanno chiesto leggeri e divertiti se è vero che in Italia gli uomini urlano complimenti alle donne per strada. Ho riso. Ho riso perché riassumere una prassi data per scontata spesso fa partorire una rilettura della prassi a cui non avevi pensato, neutrale e interessante come le abitudini alimentari di un thailandese per un europeo.
Sto imparando il dizionario dei cliché con cui viene dipinta l’Italia all’estero, e ci gioco. So quali gesti vengono riconosciuti come italiani, e farli apposta – quando sono gesti che in Italia non faccio – sdrammatizza. Farli apposta mi fa sentire estranea dal luogo da cui provengono, mi fa pensare che posso giocarci prendendoli un po’ per il culo anziché fondermi il cervello pensando alle loro implicazioni.
È vero, generalizzando, che gli italiani urlano complimenti alle ragazze. «È vero» nel senso che è un dato appurabile: basta essere una ragazza decente che cammina per strada in Italia.
Quando sono tornata in Italia, entro i primi due giorni, mi è accaduto due volte, e ho osservato allibita come la mia prima reazione fosse molto poco diplomatica. Il primo soggetto, che era a raggio, era diventato la meta anelata del mio pugno destro; anelata e basta. Il secondo, che era in auto, ha avuto solo il mio dito medio alzato – solo, dico, ma quel solo è tantissimo. Significa una cessazione della mia tolleranza. Significa che la mia persona si sente in qualche modo offesa e quindi, per ripristinare le cose, reagisce.
Non riesco, come potrei se fossi polacca o francese o nordcoreana, prendere il complimento urlato come una varietà di folklore, perché so cosa c’è dietro. Perché so che il tizio che me lo urla, quando è in giro con la sua ragazza, spaccherebbe la faccia a chi osasse fare lo stesso alla sua ragazza, e questo perché è convinzione diffusa che il cosiddetto «complimento urlato» del complimento ha solo le parole usate, ma né l’intenzione né la forma. È questo «fare al tuo prossimo quel che non vorresti fosse fatto a te o alla tua ragazza» che mi fa sentire offesa, ma che soprattutto mi fa incazzare.
È vero, generalizzando, che gli italiani urlano complimenti alle ragazze. È vero, generalizzando, che gli italiani fanno al loro prossimo quel che non vorrebbero fosse fatto a loro o ai loro cari.
Ma io so che chi legge non si sente tirato in causa, perché non urla complimenti o quando li urla lo fa con simpatia, o perché i complimenti le vengono urlati e quindi non ha colpa.
Ma sono quel genere di persona che, quando sente che una povera donna dopo 18 anni di matrimonio e pestaggi denuncia il marito, dà la colpa alla donna quanto all’uomo. L’accettazione passiva di un atto che si condanna conferma la dinamica. Non parlo della donna che davanti all’inaspettata violenza cerca di fare tutto il possibile, legalmente e privatamente, con le buone e con le cattive, per proteggersi. Purtroppo però sento poco spesso parlare di donne che reagiscono al primo pestaggio comprando una mazza da baseball o uno spray al peperoncino, o che al primo pestaggio chiedono il divorzio. Le storielle sulle povere donne tendono a essere troppo spesso coronate dalla dimostrazione della loro bontà, di donne che affermano che «lo amavano» o «avevano paura». Non amo le vittime che si auto-insigniscono come tali e aspettano l’arrivo dello Spirito Santo per essere cosparse di elogi. Trovo lo spray al peperoncino più utile.
Ma io sono di parte.
Io sono cresciuta muovendo le dita su una tastiera per falcidiare fila di zombie e marines su uno schermo, e perciò – amo il perciò che le persone pongono a questo punto – sono un po’ un uomo. Amo come le persone che asseriscono che le armi sono una passione maschile per natura dimentichino che le armi le hanno costruite gli esseri umani e abbiano quindi deciso gli esseri umani in mano a chi andavano. Trovo altrettanto ridicolo affermare che la violenza è tipicamente maschile quando le società che lo dicono abbiano fino a poco fa vietato il servizio militare per le donne. (A che pro vietare una cosa, se per natura le donne non lo farebbero? Non vieti alle mele di contraddire la legge di gravità.)
Perciò questa creaturina di parte è venuta fuori deviata. In una società che presuppone che si debba reagire alla stessa cosa (stress) in modo diverso a seconda del sesso di nascita (violenza introiettata con conseguente depressione per le donne, esternata per gli uomini), io reagisco allo stress diventando violenta. Fisicamente. E anche per questo non voglio tornare in Italia: quando mi sento a disagio reagisco armandomi. Non so a cosa sia dovuto, se ai videogames o all’imposizione del pacifismo, ma quando sto male si attivano gli impulsi fisici prima di quelli mentali. E questa è una mia vecchia paura: la paura di stare male per come divento. E non voglio diventare così, non voglio diventare il «marito che picchia la moglie» (che, translato, è una persona che quando è scontenta è aggressiva con chi le è vicino). Preferisco la creatura che sono al momento.
La creatura che sono al momento non deve essere all’erta ogni volta che esce di casa, pronta a deprimersi esistenzialmente o ad alzare il medio dinnanzi al primo essere di sesso maschile che vuole fare il simpatico. Beninteso, anche qui ai vertici lavorano più uomini che donne e le donne cercano la mia collaborazione nell’affermare che gli uomini sono più violenti. Ma, in qualche modo, è diverso. Forse è solo una questione di quantità, e non di qualità. Come, ad esempio, anche qui gli studenti si lamentano che le classi sono troppo numerose, ma qui quel «troppo numeroso» è 30, mentre in Italia è 70. Chissà com’è negli U.S.? E quanti sono gli iscritti all’università negli U.S.? E chissà com’è in Vietnam? Non lo so. Non ho l’onniscienza e la mia conoscenza è terribilmente limitata, quindi mi trovo incastrata nel confronto tra Germania e Italia – con una Germania che conosco da un punto di vista a se stante, quello della studentessa internazionale, ossia della persona acculturata straniera in ambito universitario&dintorni.
Non è un confronto che, comunque, vorrei fare. Perché poi in Italia ci devo tornare, quindi va a mio sfavore. Va a mio sfavore anche nel breve periodo, per il ritorno a marzo. È che… non ho voglia di sbattermi per cause inutili. Davvero. Non ho voglia di alzare il medio in direzione dell’automobilista, perché poi – se mi dovessi trovare a bere un aperitivo con donne – mi sentirei dire che «noi donne siamo vittime» di tutto ciò. Vaffanculo. Alza anche tu il dito medio e sii pronta a venire alle mani. Non è vero che gli uomini non picchiano le donne alla pari. Se smetti di essere riconoscibile come donna cercheranno di alzare le mani su di te, l’equazione è semplice. Se alzi il medio e e quando vieni minacciata fisicamente per ciò ti appelli di nuovo al ruolo della vittima cercando l’intervento di una terza persona, o ti copri il viso con le mani per apparire indifesa, allora, fottiti.
Non credo verrò accusata di incitare alla violenza, perché tanto non accadrà – o accadrà così poche volte da non essere credute. O verranno rilette solo quelle che confermano il cliché. E io mi troverò a parlare con una mia amica e vedrò anche in lei la traccia della compartecipazione a questo meccanismo nel momento in cui strilla vedendo un ragno. Perché le donne aracnofobiche quando vedono un ragno strillano scappando? Perché gli uomini aracnofobici dicono a denti stretti che non amano i ragni e si allontanano in silenzio, o cercano qualcosa con cui ammazzare il ragno? PERCHÉ? Dio, è intollerabile. È intollerabile perché poi la tizia, quando è sola, andrà a cercare qualcosa con cui ammazzare il ragno, perché – strano eppur vero – anche lei ha questa facoltà. E gli uomini piangono! Vi prego, ditemi che dico banalità, banalità così banali che oggi, giorno in cui Boys don’t cry è una frase conosciuta a ogni livello e in diverse lingue per ciò a cui si riferisce, di uomini visti piangere me ne vengono in mente pochi. (No, non vi sto incitando a piangere, non vi sto incitando a essere tristi.) Anzi, ditemi che sbaglio. Ditemi che faccio critiche demodé e inutili, che il problema è risolto. Ditemi perché gli uomini che fanno danza sono gay. Avete mai speso una notte tra le gambe di una ballerina? Well, può uccidervi stringendole. Lo so, è così terribilmente fuori cliché. È così terribilmente maschile avere gambe così muscolose – e i ballerini sono gay. Le donne sono supposte cucinare e i grandi cuochi sono uomini. Perché i cuochi non sono gay e i ballerini sì? Mai capito. Eppure quella vaccata per cui cucinare è un modo di badare alla prole è collegata all’istinto femminile. (Sì, sono di parte, odio cucinare.) Avete la più pallida idea di quale prestanza fisica richieda il ballo classico? Io no. Io usavo giacere tra le gambe di ballerini e ballerine che me ne parlavano con orrore, tracciando paralleli con calciatori, che a loro detta non erano nulla in confronto a un ballerino di classica. Allora perché, secondo il nostro amato cliché della forza fisica, la danza è per donne e i mondiali di calcio sono giocati da uomini? Dov’è la connessione tra il rincorrere una palla e l’essere maschili? (Non dirò «virili», perché la parola «virile» etimologicamente si riallaccia all’essere umano, non al maschile.) E perché le segretarie italiane sono tutte donne? E perché nel 1700 erano tutti uomini? Perché oggi i porci sono gli uomini, mentre nel 1600 erano le donne quelle libidinose, da cui i virtuosi dovevano difendersi? Mi hanno spiegato che gli uomini sono più libidinosi perché devono inseminare quanto più possibile – altra spiegazione al perché gli uomini siano traditori naturali (e, sottolineo, traditori non poco monogami; l’essere umano inventa questa cosa chiamata «fedeltà coniugale» e poi dice che la non ottemperanza in relazione alla stessa è dettata da un istinto naturale). Io ho una mente basilare e penso: se le donne facessero le porche al posto degli uomini, come pare fossero nel 1600 europeo, il risultato non sarebbe la stessa dispersione (utile) di seme? Mi si è opposto che non puoi violentare un uomo – quindi si necessita che gli uomini siano naturalmente sia poligami che violenti perché la spiegazione dei ruoli sessuali in riferimento alla prosecuzione della specie sia valida. E gli uomini devono, per natura, essere incapaci di controllarsi – sennò come possono inseminare tutte queste donne stuprandole? Che poi sappiano controllarsi davanti a un ragno meglio di una donna è un mistero. Bisogna anche aggiungere che le donne, che sono per natura più deboli, non possono difendersi da tali stupri. E non solo sono deboli, devono anche essere così scoordinate da non saper usare uno spray al peperoncino, o così poco lungimiranti da essere incapaci di fingere di acconsentire per poi recidere alla base il violento e poligamo pene che vuole introdursi. Per motivi a me ignoti, nella letteratura che descrive mondi solo maschili (carceri e via discorrendo, quella roba che Foucault amò analizzare), si trovano stuprati che reagiscono allo stupro con angherie cento volte peggiori. Quando i malcapitati sono stati stuprati perché più piccoli e deboli, tocca loro trovare modi più ingegnosi per ferire il prossimo ed evitare un bis. È buona norma, considerando ciò, spaccare tutti i denti alla tua «sorellina» (che è un uomo, ma per ristabilire la logica dei generi sessuali è meglio chiamarla «sorellina») in carcere, prima che decida di reciderti il cazzo mentre ti fai fare un pompino. Le donne, quindi, pare siano incapaci di serrare la bocca mentre fanno pompini. Non so, non ho mai provato, ma mi fido sulla parola.
Ora, il mio problema fondamentale è: come faccio a convivere con persone che non si fanno queste domande, e costruiscono la propria vita (il proprio carattere, le proprie debolezze, il proprio lavoro, la propria morte) su queste cazzate facilmente smentibili? Come faccio a stimarle intellettualmente?
La mia cagna, che come unico compagno di giochi ha un orso di peluche, è più acuta della maggior parte delle mie conoscenze: giacché l’orso di peluche non può montarla (e dico giacché, ma potrebbe anche non esserci da quanto ne so), lo trascina sul divano, lo tiene fermo con i denti prima che decida di sfuggirle, e se lo monta con gusto.

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15 comments

      1. Sono sparita per un po’. Ora è tempo di iniziare a tornare.
        Va anche a me. Se mi sarà possibile, mi troverai in aeroporto ad aspettarti con un foglio con nome e scritte imbarazzanti in mano. 😛

        1. Quando sono arrivata a Kiel a Sept Marcel mi ha aspettato con un cartello con su scritto “It’s me”, dopo che gli avevo detto ironicamente che potevo usarlo per farmi riconoscere.
          Potresti mettere il nome di una marca famosissima, o di una famosa multinazionale, e vedere come ti guardano. 😛

        2. Originale, se non altro!
          Ora che mi ci fai pensare, potrei scriverci “Serena De Beers” o “Michel Foucault”. Chissà come mi guarderebbero. Con la seconda opzione mi aspetto un approccio del tipo: “signorina, l’ultimo aereo proveniente da Parigi è atterrato tre ore fa”.

        3. Quello, molto professional, o “De Foucault Beers Ltd” che, con volo proveniente dalla Germania, fa molto multinazionale di birra. Ad ogni modo, ci vediamo a marzo e ci sentiamo prima.

  1. Devo dire che tra le ragioni principali per le quali infine ho deciso di lasciare l’Italia era proprio quell’aggressività crescente in me verso questi atteggiamenti cosi da cliché dei maschi italiani. Cose che fino a una decina d’anni fa, seppur a fatia, riuscivo a disprezzantemente ignorare, ormai mi facevano imbestialire all’inverosimile, e ho più volte fatto cose che mi mettevano anche in pericolo, e che involvevano violenza fisica da parte mia, cosa che in realtà aborro. Il richiamo volgare del maschio italico verso la femmina per strada.. da sempre mi sono chiesto come le donne italiane riuscissero a sopportare l’umiliazione di tale oggettificazione, ma la maggior parte di loro rideva se glielo chiedevo, dicendomi che era un apprezzamento, un po’ volgare, si, ma in fondo un sottolineare della loro attrattività come donna, e che neanche ci facevano più caso.

    Riguardo ai denti serrati mi è caro il ricordo di un tuo compaesano che durante un pompino concesso (in mancanza di meglio in giro quella sera) dalla sottoscritta, ebbe la stupida idea di “incoraggiarmi” tirandomi per i capelli per un ingoiamento più profondo. La prima volta gli diedi solo un morsetto leggero e uno schiaffetto sulla mano offensiva. Quando non capì, e tiro’ più forte, gli piantai una sganasciata alla base dell suo orgoglio maschile che lo mando’ al pronto soccorso. Il malcapitato cercò poi di denunciarmi per tentato omicidio, il che, visto che lui era una montagna di muscoli almeno il dopio di me, probabilmente anche dopo diversi anni è materiale di risate per il comissariato di zona dove si era recato per la denuncia. Povero, probabilmente l’avro’ traumatizzato a vita, sognerà Lorene Bobbit crucche che lo rincorrono per i corridoi del pronto soccorso…

    1. Tentato omicidio?
      Complimenti al tizio.

      Grazie, Dadi, i tuoi commenti sono importanti perché sei una di quelle creature che stanno tra due culture e quanto mi servono tali feedback adesso.

      La questione del complimento urlato, e delle spiegazioni che ne vengono date… Ci sarebbe da scriverci una tesi. Questa commistione tra complimento, e quindi l’essere lusingate, e offesa, e quindi il sentirsi offese, è ardua da comprendere, da ambo le parti. Logica vorrebbe che se vuoi fare un complimento lo fai nella forma di un complimento, e se vuoi offendere lo fai nella forma di un’offesa – non so come si sia arrivati a questa via di mezzo, che crea donne italiane viziate d’attenzioni ma sempre all’erta e un po’ sdegnate, e uomini italiani che settano in automatico un modo di fare lusinghiero davanti a una donna che piace loro, ma che al contempo usano gestualità da magnaccia sudamericano stereotipizzato.

  2. [Trovarti in terra straniera ti costringe – se già non l’avessi fatto – a considerare che il mondo non segue le leggi del luogo da cui provieni, e che di cose scontate ne esistono veramente poche. E io amo le persone che sanno togliersi dall’abbraccio della cultura che le ha sfornate. Le amo come una persona per la laicità ama un tizio che si professa ateo nel 1500 europeo, come disprezzo il suddetto laico che non sa guardare con altri occhi che non siano quelli fornitigli dalla cultura di provenienza.]

    Commento solo ora perche` sono appena tornata da 10 giorni d’inferno, tra LA, Verona, Londra e Birmingham/Warwick, il tutto per una conferenza.
    Trovarsi in terra straniera e` l’unico modo per evitare una mentalita` fatalmente ristretta al paese d’origine. Che ci sia Internet e che cio` possa espandere i nostri orizzonti mentali, e` una solenne cazzata; potra` aiutare la conoscenza spicciola, ma di certo non rende l’esperienza di trovarsi in un paese sconosciuto, e, guess what, doversi adattare. C’e` chi riesce, e chi fallisce miseramente. Io mi inserisco tra i primi, di diritto (e fanculo alla modestia), e sono felice di trovarci anche te 🙂

    Ci pensavo oggi tornando in the US, all’immigrazione: tutti facce scure, preoccupati dalle 2985467345 misure di sicurezza che questo paese applica agli stranieri, io che scherzavo con la guardia, commentando “Avatar” e “The dark knight.”

    A proposito della scuola, parlando con i colleghi britannici, e` emerso che l’universita` statunitense e` totalmente altra rispetto all’europea. Davvero, un altro mondo, che difficilmente si puo` comparare. Dovresti provare – and yes, you’re welcome here anytime, since you like LA laid back accent so much 😉

    p.s. condivido il senso di depressione sin dal risveglio. Uno dei motivi per cui ho lasciato la soffocante verona. Mai capitato qui (yet, at least).
    Baci.

    1. [Trovarsi in terra straniera e` l’unico modo per evitare una mentalita` fatalmente ristretta al paese d’origine. Che ci sia Internet e che cio` possa espandere i nostri orizzonti mentali, e` una solenne cazzata; potra` aiutare la conoscenza spicciola, ma di certo non rende l’esperienza di trovarsi in un paese sconosciuto, e, guess what, doversi adattare.]
      Non concordo del tutto.
      Credo ci siano “ampliamenti della mente” possibili con la mente sola, sviluppabili standosene a casa e riflettendo e che può accadere non si sviluppino anche quando la persona sta all’estero per eoni.
      Certo, idealmente tendo ad ampliamenti della mente e degli orizzonti di ogni genere, non solo quello speculativo.

      Sai che sto pensando a LA? O comunque gli States. O comunque venirti a trovare quando finisco la triennale.

      1. I would agree with that 🙂
        Let’s say that being abroad kinda forces you to a certain kind of change in your mindset 🙂

        Benissimo, qui sei sempre benvenuta – sempre che tu non abbia problemi con Mike, che vivra` nello stesso spazio da settembre in poi (sempre che noi non si litighi irrimediabilmente prima di allora). Al massimo potete discutere della validita` o meno dei Marine Corps, ma sospetto andreste d’accordo su quel particolare punto.

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