Nnerstill.

Lo spazioporto di Moabit puzza di disinfettante nocivo esattamente come sette mesi fa.
Certe minacce all’istinto di sopravvivenza non le cancelli dalla memoria con un semplice atto di volontà.
Folla, cavi ad alta tensione scoperti, troppa stanchezza per avere paura.
Puzza di urgenza di levarsi dai piedi, esattamente come quando Klaus è arrivato.
Cammina o ti cammineranno sopra. Silenziosamente, gravemente.
Ma è ora di ripartire.
Ha aspettato questo momento per sei mesi e venticinque giorni.
Cinque giorni – gli sono bastati per dirsi che per quanto infinito possa essere l’universo, il suo personale inferno lo aveva già incontrato: Moabit, caldaie della A.F.K. Corp., sei giorni su sette e le domeniche in cui vorresti solo svenire in un sonno eterno.
Un uomo incredibilmente decrepito lo saluta con una spallata prima di confondersi nell’anonimato. Klaus è solo uno tra tanti, topi, premuti senza isteria uno sull’altro. La chiamano nnerstill, la capacità delle popolazioni dei bassi livelli orbitali di resistere al panico. Puoi chiamarla apatia – ma non la chiamerai affatto. Dopo un po’ non ce n’è più bisogno. Le cose scivolano e tu con loro, più veloce e sottile della morte.
Klaus incede finché la fila di palazzi antistanti la zona portuale non gli è davanti e sopra. Li ricordava più alti, questi vecchi casermoni, e imponenti – ma può un rudere mettere soggezione? La ruggine ormai se la sente nelle vene, e non è spiacevole, non è spiacevole affatto sentirsi un po’ più vicini all’anzianità dell’universo.
Un vicolo ricavato a posteriori, specie di tana scavata tra un portone e l’altro, lo ingloba sottraendolo alla folla. Qui le persone camminano, davanti e dietro a lui, staccate le une dalle altre, tanto solitarie in quel loro incedere da fargli salire una lacrima fredda.
Sta dando di testa, ma lo avevano avvisato.
Sarà molto più difficile abituarsi all’avere una cabina tutta per sé – sarà atroce il silenzio dello spazio, lo hanno avvisato, c’è chi impazzisce veramente, gliel’hanno detto, minacciato e ammonito, spaventato spaventandosi.
Ma è quella la sua strada, secondo il fatalismo che accompagna la nnerstill, e nulla ve lo sottrarrà.
Klaus la vede.
È un filo di fumo violaceo che gli esce dalle nocche, levandosi dalla pelle spaccata, e che ondeggia davanti a lui.
È sensuale come tutte le cose che lo sono state nella sua vita – le ricorda, le può elencare, ma le sensazioni sono le prime a morire quando la memoria si solidifica. Da qualche mese i sensi hanno smesso di parlare in termini di piacere o dolore. Ha ancora il retrogusto della bevanda gassata che ha bevuto prima di uscire dalle caldaie, ma non è una sensazione: è un input al cervello. Le corde vibrano senza emettere suono, il corpo si dissangua senza sospiri.
Ma quell’ondeggiare che ora si fa cremisi e lo conduce al luogo dell’appuntamento parla di reazioni che non hanno causa. Sapori senza cibo. Profumi senza puzza a far da contraltare.
Basta veramente poco a impazzire, quando per mesi la tua vita è scandita da tre routine. Klaus potrebbe addirittura apprezzarlo se, prima di sbarcare a Moabit, avesse salutato il mondo dei vivi con qualche aspettativa irrisolta. Se pur ne avesse avute, è stato tutto raso al suolo, i detriti sono stati spazzati via e ora rimane solo la vertigine di un orizzonte infinito, proiettato sulle doppie porte ad apertura manuale che gli si parano davanti.
Patchanka, è scritto al neon, in una sfumatura cupa.
Fornitura quebra, è scritto sotto.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...