Irrealtà.

(Scritto oggi in treno.)

Treno München-Hamburg, partenza alle 10:20 del mattino, arrivo fra cinque ore e mezza.
Fuori dal finestrino: verde e bianco.
Il verde della vegetazione e il bianco della neve e del cielo.
Nelle orecchie: una commossa e commovente canzone, il cui nome ovviamente non ricordo, tratta dalla colonna sonora di Romeo+Juliet.
Mi piace cercare la mia posizione nel mondo quando sono in viaggio, e i pensieri lanciati si disperdono da qualche parte nel paesaggio – che è un luogo a cui non puoi arrivare e da cui non puoi partire, è un passaggio, luogo di mezzo.
E questo paesaggio, assieme a quello che ho attorno – il vagone del treno e le persone che lo compongono – non deve fingere di essere qualcosa di diverso perché io possa farmelo stare attorno con agio. Non devo fingere che sia diverso da ciò che è: non devo ignorare alcune cose né significare particolarmente altre.
Sta lì, anonimo e quieto attorno a me.
Sebastian, mio gentile ospite a Monaco, mi ha messo in mano del cibo prima che partissi: una focaccia farcita che potrebbe sfamarmi per due giorni. Sottotitolo: qui è vietato morire di fame. Bentrovata, Germania.
I pantaloni mi stanno stretti, perché sono un esemplare raro, che in Germania dimagrisce e in Italia ingrassa – ok, ci sono anche i due litri di birra bevuti ieri – e Seb ha insistito per ficcarmi in valigia un’altra bottiglia, come se dove sto andando non ci fosse birra (c’è ma non è birra della Baviera, bestemmia!). Anzi, mi manca la nordica e amarognola Jever – da quelle lande dove la gente impara a pescare entro i quattro anni, come da bocca di Seb o di sua sorella, non ricordo.
Ieri sera cena fuori in ristorante tipico dal grazioso lusso bavarese, con superfici lucidate e decorate alla cattolica – il cattolicesimo tedesco, meno frivolo di quello italiano. Quasi educativo.
La sorella di Seb è molto simpatica, e la serata è stata un toccasana per l’umore. Mi piace dirigermi in quel di Kiel un passo alla volta, a gradini, attraversando la Germania. Qui le chiese hanno campanili arrotondati, e le case sono cubi dall’eleganza imponente – a Kiel i palazzi sono alti e stretti e le chiese hanno campanili appuntiti. La protestante Kiel.
Per un seminario sto leggendo il Tonio Kröger, che gioca sulle differenze tra Lübeck (a un’ora da Kiel) – città nordica, danese, protestante, grezza – e Monaco – splendente e meridionale Monaco, dell’arte e dei vizi.
Quel che so è che a Kiel nevica. Che non ha smesso di nevicare, a quanto pare – e Kiel non è città in cui di solito nevichi.
C’è un che di isolante (che rende isolati) in tutta questa neve, nell’idea di andare nelle sue braccia – di tornare al freddo visibile. È la rarefazione a cui associo la Germania – brucianti nuclei caldi isolati nella landa piatta e silenziosa. Dà pace, e – secondo ogni cliché – è una pace che deriva da una sensazione di morte, di già morto o mai nato, di verginità. Lascia soli con se stessi e con qualcosa – qualcosa di imponente e silente, e qui Dio deve avere tutt’altro sapore.

Qualche ora dopo…
… È ancora tutto inesorabilmente bianco, ancor più bianco, sempre più bianco. Città come Norimberga sono chiazze di mattoni per palazzi d’inizio secolo scorso – se lo siano veramente, o se fingano, come München, non lo so. Palazzi come titani addossati gli uni sugli altri – hanno la pesantezza delle cose vecchie e tenaci, e quei mattoni rosso-scuro qui onnipresenti, che nelle zone industriali fanno molto steam-punk.
Come Amburgo, a cui sono diretta – grossa città-bestia che per me non avrebbe alcuna attrattiva se non fosse per il fatto che voglio capire per quale motivo ha attrattiva. La fortuna di una città grossa in una zona negli ultimi decenni non particolarmente florida rispetto alle altre? Amburgo e le sue vie in centro con negozi con prezzi proibitivi anche per l’alta borghesia, e di fianco la pericolosità di una città che conosce la povertà.
Amburgo mi fa venire in mente un grosso mattone.

E vorrei sapervi dire che alberi mi sfrecciano di fianco, ma sono di un’ignoranza sconfinata circa la flora, e posso solo supporre siano pini. Conoscere nomi di alberi e fiori e uccelli si rivela fatalmente utile solo quando ci si trova davanti a una descrizione estetizzante – allora sarebbe comodo avere in mente un centinaio di nomi, anziché cercare fino alla nausea sinonimi per «albero».
Fuori dal finestrino ci sono:
Alberi e alberi e alberi.
A voi non fregherà di che specie, tanto sono o goticamente alti e spogli da metà in giù, o meno svettanti e nudi come la stagione richiede. Sono macchie nere su sfondo bianco, perché anche quel poco di verde rimasto si amalgama con le ombre.
E il sole, qui, comincia a lanciare ombre fredde – vedrò, alle cinque, il crepuscolo del Nord, con chiaroscuri violacei e atmosfere bluastre. Il sole italiano è troppo dorato per tali atmosfere alienanti; il sole italiano ti bacia; questo ti circonda – e quale fastidio al pensiero che non è riproducibile in foto, perché quando la macchina fotografica coglie i giusti colori, su carta (o su schermo) risultano così vividi da non sembrare veri, ossia da suonare falsi, e la magia – che è un attimo di equilibrio tra reale e irreale – non riesce a sussistere.
È come se i colori caldi venissero privati dal proprio calore – ed ecco che anche gli interni del treno si stanno facendo rosati, la neve è azzurra e le punte degli alberi sono blu – e tutto ciò che era secco e marrone si trasforma in una cacofonia di terre dipinte di viola e prugna e indaco.
Mi è capitato, di ritorno dall’Uni, di fermarmi al centro di un viale per raccogliere da terra una foglia secca o un filo d’erba verde, per appurare se – al confronto con la mia pelle, il cui colore conosco bene – non perdessero la magia. L’ho fatto più volte. Il senso d’irrealtà preme così tanto che ci si ritrova a essere un po’ scimmie, che devono toccare e assaggiare ciò che vedono.
Il mio ritorno in Italia mi ha rovinato la fiaba della neve, che nelle mie lande natie diventa grigia e sporca dopo dodici ore, accumulandosi come fango ai lati della strada. Si fa secca in fretta, dura ma fragile, o vischiosa e tenace, come rigurgito di fogna destinato a riversarsi in strada solo lentamente, giorno dopo giorno, rivelando cartacce e bottiglie di plastica.
Spazzatura e altre amenità.
Come fa una strada a diventare così sporca?
Me lo sono chiesta al mio arrivo in Italia, osservando spazzatura indefinita macchiarmi la neve. La sporcizia, quella costituita da prodotti creati dall’uomo, si crea accumulandosi, ossia: venendo accumulata. In ambo i casi c’è un’impersonalità che non so risolvere – accumulandosi, venendo accumulata – dov’è colui che agisce? A furia di non saperlo si comincia ad avere l’impressione che la spazzatura si generi da sé, si attiri e richiami in un’inesorabile spirale discendente che alla fine sporca anche le persone.
Certo, parlarne mentre sono seduta su un treno tedesco non vale. I tedeschi, non valgono – che quando abbattono un albero polverizzano ciò che rimane a terra, strappano le radici e in un giorno non è rimasto più nulla – un po’ inquietante, perché con tale efficienza ci vogliono cinque minuti a far sparire un uomo, e perché tanta smania di polverizzare anche le radici?

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8 comments

  1. E’ una cosa che mi sono chiesta anch’io durante i 26 inverni passati in Italia.. come fa a diventare cosi sporca e schifosa la neve cosi in fretta in questo paese? Subisce qualche influenza dal subconscio collettivo italiano? Assorbe l’angoscia che tutte le cose troppo ordinate e pulite appartenenti a nessuno o a tutti causano agli italiani (non è cosi per le cose di proprietà privata, tutte le massaie italiane desiderano il bucato più bianco del reame. Ma fuori casa, il bianco, pulito e ordinato fa orrore, forse).

    1. Non ho risposte – ma credo siano in qualche modo da cercare in quell’impersonalità, quel si – le strade si sporcano, le strade vengono sporcate – un Passiv in una costruzione in cui il soggetto sparisce.

  2. Mi piace la tua analogia paesaggio-passaggio.
    Ci ho pensato anche io qualche settimana fa, nello scrivere sul cinema d’immigrazione. E` un concetto sul quale voglio tornare, gli spazi liminali e di transizione.

    Per il momento vado a presentare un paper che tocca il tema della liminalita` dello spazio (e dei migranti stessi) in Michigan il 23-24 aprile.

        1. La prima volta che ho trovato il termine “soglia” usato come termine-chiave è stato leggendo di cthlulhismi che si prendevano sul serio – era il Deuteronomiqualcosa – e il concetto mi era rimasto impresso. C’era un’entità che stava sulla soglia.
          Per rimanere nei tuoi (ribadisco: tuoi. Così me ne libero) temi, settimana prossima ho una presentazione sul Memoriale di Berlino come luogo della memoria analizzato storico-sociologicamente.

  3. [È la rarefazione a cui associo la Germania – brucianti nuclei caldi isolati nella landa piatta e silenziosa.]

    Interessante. Ho la stessa impressione degli Stati Uniti.
    Sara` che viviamo in un paese sovrappopolato.

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