Ritualità e altre vanità.

In TV: documentario sulla comunità ebraica a Berlino.
Sottotitolo: devi vederlo.
Come ci si poteva immaginare, è costruito su luoghi della memoria – e ricordiamo quella settimana a Berlino per un seminario sui luoghi della memoria a Berlino, non solo ebraici per fortuna (anche perché quelli ebraici doveva trovarli il mio gruppo di quattro persone me compresa, con cui ho condiviso la poca voglia di risolvere il NS con cimiteri ebraici), che sarà massacrante.
Sveglia alle sette (o prima, dato che so che condivido una camerata con otto persone ma non so quanti bagni ci siano) tutte le mattine, in giro fino a cena. Gli orari sono calcolati di modo che si abbia dalle due alle tre ore libere giornaliere se si vuole dormire otto ore a notte; quando ci sono visite a musei anche di sera niente ora di libertà.
Non vedo l’ora.
(No, non sto essendo ironica; sono dannatamente curiosa di vedere cosa ne verrà fuori, se lo spirito comunitario tedesco farà tollerare la convivenza coatta a tutti o se ci saranno casi di idrofobia.)
Nelle orecchie: Primavera di Einaudi, che è parte della colonna sonora di The Reader (non ricordo mai se l’hanno tradotto A voce alta o se Ad alta voce), canzone appena caricata sull’Ipod assieme a Palladio di Jenkins (Un diamante è per sempre), ad Uprising dei Muse (che ascoltavo quest’estate, e al mio ritorno in Italia ho scoperto che qui è un tormentone da qualche mese) e a un pezzo di nome, credo, Egg, gratuitamente passatomi alla cieca da VB.
VB mi raggiungerà a Kiel a fine gennaio (se sopravvivo alla settimana berlinese), con CV in inglese e appartamenti da visitare. VB che cominciò a studiare tedesco l’anno scorso per lavoro e che tartasso con questioni di pronuncia (“Quella ‘e’ non si pronuncia ‘e’! È una schwa! E la ‘s’ corta!”) mentre io ho ancora feroci problemi di cadenza.
E penso:
Sta per fare freddo e sta per fare caldo.
Kiel, in inverno, non è molto più fredda rispetto a qui, ma c’è un vento inesorabile.
Kiel, in qualsiasi stagione, e la mia camera in cui se mi muovo posso andare in giro in maglietta – quanto, quanto, ho sofferto il freddo in questi giorni.
Domani – cioè oggi, dato che è notte – sarò a Monaco per le due e mezza del pomeriggio, lascerò i bagagli a Sebastian o ai depositi bagagli (servizio offerto dalle ferrovie tedesche, previo pagamento) e mi farò un giro nella ricca città-stato tedesca. Perché nessuno si sofferma mai sul fatto che la Germania ha tre città-stato? Anyway, giro nella ricca München il cui centro sembra vecchio ma è ricostruzione nuova di quello vecchio abbattuto, cena con Seb e forse sua sorella.
Il giorno dopo partenza per Hamburg, e infine Hamburg-Kiel.
Il giorno dopo, l’inferno.
Un dibattito in inglese da improvvisare, due presentazioni da discutere, e burocrazia urgente per l’affitto e il prolungamento del soggiorno.
Sto cercando di figurarmi giorni più rilassati di quelli che mi sono lasciata alle spalle lì, anche se il pensiero logico mi porta a conclusioni più impegnative – proprio perché il pensiero logico mi porta a ciò mi ribadisco aspettative tranquille. Ho bisogno di coccole, dell’unico genere che nomino: quelle della bestia che si lecca in solitudine.
Perché so che mi sentirò molto, molto sola. Perché queste quasi tre settimane in Italia mi hanno lasciato dentro la consapevolezza di un vuoto, di uno slot sgombro come un piatto di carestia, e quindi rimane Kiel – quella Kiel nella quale negli ultimi due mesi mi sono isolata per studiare. Circondata di solitudine – che potrò colmare, ma più avanti. Molti tornano una settimana dopo di me, e andrò ad abbracciare Marcus e farò qualche progetto di svago – ci siamo ripromessi di andare in una discoteca etero. Abbraccerò Laura che nel frattempo si è fidanzata e che è tenera così, con quella faccia da britannica vittoriana da foto di famiglia – e che ha motivo di avercela con me, dato il mio isolamento.
(Ommioddio, in questo void sociale ed esistenziale la mia mente ripesca britannici. Ommioddio.)
Ma ci sono anche i francesi, chiamati “i francesi” in tutte le lingue lì parlate – i francesi di cui non ricordo tutti i nomi e comunque non saprei scriverli (dovrei controllare su Facebook e non ne ho voglia), ma di cui uno fa tenerezza, con uno c’è una simpatia tagliente, l’altro un moderato e piacevole buon discorrere.
E ci sono… E ci sono…
… E basta elenchi di nazionalità – pessimo influsso dei corsi di lingua che inneggiano alla multiculturalità ribadendo le differenze culturali.
Mi sento in un punto pericolosamente instabile della mia vita e, accanto al prenderla con filosofia e con un po’ di cecità, mi dico che perlomeno accade mentre sono a Kiel e non mentre sono in Italia. Sennò affonderei – no, corretto: affonderei se sapessi di non poter tornare in Germania o dove per lei.
La Germania funge un po’ da capro espiatorio (tanto c’è abituata): tu, oh stronza, che mi hai fatto realizzare che.
Che cosa esattamente io abbia realizzato non lo so, lo sanno le mie sensazioni. Il mio umore al mattino in queste settimane, il mio fisico impigrito e malaticcio (è da due settimane che ho una specie di pre-maldigola), l’accidia e l’irresolutezza. E un ben conosciuto senso di inutilità, ovviamente.
Anni fa un mio amico A, parlando di un mio amico B, disse:
“Il problema è che il suo cielo e la sua terra sono troppo distanti.”
Non so che volesse intendere, so cosa intesi io: che le sue aspettative e le correlate realizzazioni erano troppo distanti.
Feci, pochi giorni dopo, un discorso a un’amica C, dicendole che la vita va a fasi di sincronizzazione: prima bisogna sincronizzarsi con sé stessi e trovare il proprio baricentro, poi sincronizzare il proprio baricentro con quello del mondo (del mondo in cui si vive, dalla propria cella alla città al mondo intero).
Glielo dissi da persona che aveva avuto critici problemi nel sincronizzarsi con se stessa, bastanti a ribaltare se stessa e un buon quantitativo di cose e persone attorno a sé. Ma alla fine ce l’ho fatta.
Il mio problema attuale deve riguardare la mia sincronizzazione con il mondo.
Ho convinzioni troppo salde su di me. Per quanto io possa dire e ribadire che io sia incapace di giudicarmi, e che alterno grande stima a gran disprezzo, infine mi salvo sempre. Mi difendo sempre dal prossimo – quelle rare volte che il prossimo arriva a raggio e mi colpisce. Ci devo tenere, a questa cosa che è me e Me. Ci devo credere, per dirla più correttamente – quando credi a qualcosa e per quel qualcosa sei disposto a sacrificare tutto il resto.
Ma la sincronizzazione con il mondo…
Il soggiorno a Kiel, con tutte le incapacità e i muri e le incomprensioni, agevola tale sincronizzazione. La rende più soddisfacente.
Forse perché non sono mai stata capace di fare della mia cerchia di persone care un mondo; non so esimerle dai miei spietati giudizi, non so “salvarle” da ciò che credo siano. Non è in loro che cerco me.
Non che io cerchi me in Kiel – graziosa cittadina, Kiel, in cui passerei molti mesi ma non una vita – graziosa perché ha un porto e da lì puoi partire, che è un bel pensiero – ma Kiel è un “mondo” abbastanza grosso da fungere da Mondo, al momento.
Più grosso del mio vicinato, che seppellirei per metà – la metà autoctona, circa. Amo il mio quartiere a Lecco, quattro vie e infinite auto, che adesso ha un market cinese, un alimentari greco e un fruttivendolo (nord?)africano. Sono affezionata a tale Babele – perché non sento il bisogno di avere una cultura che mi accomuni con il prossimo, ma di quella coltivata me, che assieme alla Me di sottofondo, si interfaccino al diverso prossimo per trarne il più possibile. Si fotta la cultura. Si fotta quella intesa come superiorità intellettuale e quella intesa come aggregante sociale. Lasciate la mente collettiva ai Borg, gli spaghetti italiani agli americani e la birra tedesca ai turisti dell’Oktoberfest. Senza turisti e viaggiatori che inseguivano tutto tranne che la propria cultura non avremmo un’idea così precisa delle culture altrui e della nostra. Sono gli introiti della Barilla a fare la cultura italiana nel mondo, Italia compresa, non il vostro attaccamento alla purezza dello spaghetto.
Ma sto divagando – il che mi ricorda che io sono sempre io.
Anni fa, più anni fa degli anni fa prima citati, una donna che ha avuto un ruolo strano nella mia vita, nel senso che mi avrebbe voluto nella sua ma non in quella di sua figlia, mi regalò una moneta con sopra una nave.
Era un pezzo raro a causa di un errore – la nave era stampata nel verso sbagliato – o forse era un errore voluto, chi lo sa?
Mi diede questa moneta con l’augurio di un buon viaggio, e non dovevo partire. Forse si augurava che mi levassi dalle palle? In tal caso me lo augurò con un affetto mal coordinato con l’intento.
Non so dove sia quella moneta ora. Da qualche parte. Ai tempi stavo leggendo Rimbaud e le diede un ancor più intenso significato, e perciò la misi così al sicuro che non la trovo più. Non è mia abitudine vivere di ricordi, e così li dimentico in giro non appena li faccio diventare tali.
VB, qualche mese fa, mi ha regalato una bussola nautica. L’ho qui, ora. Presa dalla libreria dove era stata riposta, perché una bussola in una città – anche se straniera – ha poca utilità.
Le dico spesso (a VB, non alla bussola) di non farmi regali inutili, perché non sono il genere di persona che sappia dare loro un senso. Li metto da qualche parte e lì li dimentico, ben riposti, lamentandomi quando, sistemando la camera, mi trovo piena di questi oggetti che non si possono buttare perché non ha mai avuto senso tenerli.
Ma la bussola, forse, sfuggirà a questo destino, finendo al fianco della moneta.
Se la bussola si volatilizzasse sarebbe come se avesse raggiunto il suo scopo: divenire un puro simbolo. Un oggetto bruciato sull’altare per essere sublimato. Mi piace pensarla così – ma non sono una persona che sappia seguire molti rituali, come non so seguire i ricordi, e così non dipenderà da me il destino della bussola. Indago troppo il rituale per farne uno esplicitamente.
Ma ora è tempo di un rituale obbligato: finire di fare le valigie.

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3 comments

  1. Ma guarda un po’, se l’avessi saputo prima che passavi da Monaco avremmo anche potuto incontrarci.. vivo a 70 km da li! Beh, la prossima volta che sei da queste parti, fammi sapere in tempo 🙂 Spero che avrai una piacevole passeggiata..fa un freddo bestia!

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