Latousen.

Aristide diviene nome creolo alle orecchie la prima volta che lo si sente.
Si sarà al Latousen, con le narici bruciate da troppe essenze diffuse in stanze sempre chiuse – oppio e chiodi di garofano, e rum e vino acido, artificiali e vendute per naturali, naturali con la possenza di un artificio – si sarà all’entrata ma sarà come essere ospiti abituali, con i vestiti impregnati dei fili di fumo che si disfano solo quando raggiungono il basso soffitto.
Su un divano ingrigito da scorie di pelle umana e macchie di sudore ormai innocue, con vestiti che scoprono quel che andrebbe coperto, una ragazza dalla pelle color caramello lo pronuncerà con quel tono indolente che solo in bocca a una puttana non è sintomo di noia.
Aristide.
Arrota la r raschiando la gola e serra le labbra prima di sputarlo.
Aristide lo riconoscerai per sottrazione, eliminando tutti gli astanti dalla pelle scura o abbronzata, rosolata a fuoco di candela o dorata. Di quel che rimane escluderai tutti gli uomini, e le poche donne, che hanno dipinto in viso l’agio di chi è lì per essere servito.
Esclusi lavoratori e clienti, Aristide è quello bianco come un neon che rivolge servizievoli ma dignitosi sorrisi a chiunque – l’ospitalità di un nobile all’antica, che si toglie il mantello per non far sporcare i piedi al santo – un nobile di un’antichità romanzata per puttanieri santificati.
È così poco credibile come magnaccia che acconsenti alla messinscena per gentilezza – quella faccia giovane, quasi ingenua, facile a sorprendersi davanti a secondarie inezie, ammicca a un’anima da bambino che ci rimarrebbe male, se qualcuno gli mostrasse la dura realtà dei fatti: non intimorirebbe neanche uno zoppo senza protesi. Gente con quel faccino, nel quartiere, non dura una settimana.
Ma Aristide non esce mai dalle mura affumicate del Latousen, e quando lo fa è preceduto dalla fama del Latousen. Clienti temibili rendono rispettabile l’ospite e – benché anche Aristide un paio di volte sia tornato alla tana trascinandosi su arti maciullati – continua imperterrito a essere il neon bianco e soffice a cui potresti spezzare le ossa per sbaglio.
“È questione di riverbero.” dice Ajit, cliente stagionale. “Il rispetto in cui viene tenuto dai lavoratori riverbera e viene trasfuso nei clienti, che se lo confermano senza avere prove per smentirlo. È un gioco di specchi.”
Ajit è in città per due mesi all’anno, quando la compagnia lo spedisce a coordinare gli incontri dei capi-sede. Un lavoro moderatamente inutile e decisamente umiliante, a sua detta, ma ben pagato.
Al Latousen ci è finito per una breve serie di decisivi equivoci.
Gli era stato detto, tanto per dire, che in un certo posto cucinavano un certo piatto tipico delle sue parti, e lui aveva preso le chiacchiere alla lettera.
Gli era stato detto che era pollo al curry, o forse aveva capito male lui, fatto sta che al Latousen si mangia pollo al rum, bevanda che Ajit odia cordialmente, ma una volta sul posto aveva scoperto che non si trattava di un ristorante – per quanto il Latousen cerchi, a suo modo, di rivendersi anche come tale – e, per quanto Ajit non sia un uomo dedito al vizio, l’accogliente benvenuto lo aveva convinto a pernottare.
Prima dell’alba Sahahie era anche riuscita a fargli mangiare del pollo al rum.
Il gran mistero del successo del Latousen, a detta di Ajit, è che si regge su una serie di ingarbugliati equivoci che nessuno ha motivo di motivo di sciogliere – e ti passa la voglia di indagare mentre una diciassettenne ti spinge pollo al rum in bocca con i propri seni. Ti passa la voglia anche di essere schizzinoso – ed è la cosa più importante, perché senza giochi di specchi e favole per adulti il Latousen apparirebbe tragicamente per quel che è: una bettola sporca e consumata.
Ajit non esclude neanche che la bruma profumata che galleggia su entrambi i piani sia allucinogena. Tossica lo è di sicuro, come lo è non riuscire a respirare per mancanza di ossigeno, ma chi si lamenta di allucinazioni che agevolano un orgasmo?
“Allucinazioni?” domanda Sahahie risucchiando il punto interrogativo tra le labbra. “Questa parola non ha senso, cheri.” conclude con una scrollata di spalle e squittisce ridendo.
Sahahie non si è mai preoccupata di domandarsi a cosa possa essere associato quel suo così acuto timbro di voce. Frivola, puerile, vagamente isterica, forse volgare – no, sicuramente volgare – semplicemente stupida – ha sentito queste parole e altre, nel brusio che ogni notte le fa spazio, ma erano di sfondo, lontane e ininfluente, messe a tacere da ben altri epiteti.
“Neanche il Latousen ne ha…” ribatte Ajit, con un centesimo della pedanteria che condisce le sue parole quando coordina le riunioni.
Sahahie, il Latousen, le allucinazioni… Niente che possa essere analizzato, pena il vedere crollare la favola per adulti che gli inturgidisce i sensi prima che la carne.
Riporta le mani sui fianchi di lei – come se potesse cadergli dalle gambe, la piccola Sahahie che non è più piccola da qualche anno, e sparire sotto uno dei tappeti ingrigiti.
“Lo senti, Aristide? Ajit non ci vuole più bene…” lamenta Sahahie con un broncio dipinto per attirare tutt’altro che compassione.
Lo squittio a venire viene soffocato sotto ai baffi di Ajit – che è un buon cliente, di quelli che fanno dire a Nali:
Fossero tutti come lui, Aristide, potresti startene a casa a riposare.
Aristide raddrizza l’ultima bottiglia posata sul bancone, l’ultima del rifornimento di oggi. Sangue di San Patrizio. Un vino speziato, liquoroso, di un rosso così intenso da sfiorare il rosa fucsia, chimico come un trip deliberatamente cercato, sinfonia chiassosa di ingredienti per palati poco fini e assetati di sapori unici,
Come Sahahie, che si divincola ridendo sotto al bacio di Ajit e che, racchiusa tra le mura del Latousen, è una principessa. Di quelle cresciute con la cecità degli eletti.
È una puttana convinta che le puttane siano il più ambito traguardo di ogni uomo – e Aristide le darebbe ragione. Ajit gliene dà ogni volta, come la maggior parte dei clienti.
Come contraddirla?

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3 comments

  1. …Perché finisco sempre per rimanere incuriosita e affascinata dalle puttane che descrivi? -_-”

    E, a parte questa fascinazione, il pezzo è davvero ben scritto, ti catapulta dritto lì, in quello squallido e glorioso bordello, non mi dispiacerebbe lavorarci 😛

    1. Ackacka, le mie puttane ti tirano fuori il lesbismo? 😛
      Io non so perché amo descrivere puttane, e con quell’affetto paziente da pat-pat sulla testa, e comparse che di persona disprezzerei.
      Forse perché dovrei aprire un bordello – e farti la proposta indecente, contratto da firmare incluso.

      Questi sono stralci. Sto cercando di trasporre una serie di personaggi, conosciuti o nuovi, in un’unica ambientazione. Non riesco a farlo nella mia testa, devo buttare giù. Ma mentre scrivo le cose mutano, si assestano, e così questi pezzi sono poco affidabili. Ad esempio, il Gesù Cristo di qualche post fa è diventato una donna.

      Ah, io non ti ho scritto quanto mi fa piacere che tu legga. Ti ho scritto blaterando dell’utilità del LJ, ma non del piacere. 🙂

  2. Ackacka, le mie puttane ti tirano fuori il lesbismo? 😛

    Più che altro tirano fuori la zoccola che è in me, e che – peraltro – mi è anche assai simpatica:P
    E a proposito della proposta indecente, tu fammi vedere il contratto, e se è vantaggioso te lo firmo e poi ti faccio fare taaanti bei soldini… *grins*

    Ah, io non ti ho scritto quanto mi fa piacere che tu legga. Ti ho scritto blaterando dell’utilità del LJ, ma non del piacere. 🙂

    Il piacere è tutto mio, credimi… ^_-

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