Lokasenna con troppa eco.

So che, essendo tornata in Italia, dovrei fare un resoconto.
Ma non ne ho voglia.
Perché sto diventando una nazista.
Quelle da “Sei proprio una nazista!” quando caldeggi logica anziché istinto, moderazione anziché libero sfogo (non espressione, ma sfogo) della propria opinione.
E non sto diventando una nazista perché sono di ritorno dalla Germania – al tempo della nascita del Nazismo la Germania stava messa molto male, e si reclamava maggior spazio vitale – quello che oggi in Stazione Centrale a Milano non c’era.
Mi sono venuti addosso in 100 e 3 hanno chiesto scusa.
Ho chiesto 100 volte “Permesso?” e si sono spostati in 10. Per 4 volte ho dovuto ripeterlo urlando. E stavo già parlando nelle loro orecchie.
Probabilmente erano lì da ieri. Probabilmente andava oltre le loro capacità e forze muovere la bocca per chiedere scusa o il culo per spostarmi, ma.
Ma.
Metà delle persone che hanno chiesto scusa e si sono spostate non erano italiane.
Non che conti, o meglio, non che debba contare, perché se venisse usato questo dato come fondante per una disamina si dovrebbe concludere che è irrisolvibile la mancanza di rispetto all’italiana.
Ma non lo è.
Prima di partire per Kiel chiedevo scusa e mi spostavo.
E quando parlo di ciò a miei amici mi dicono:
“Io chiedo scusa e mi sposto.”
E infatti io conosco la cerchia eletta dell’Italia. Conosco tutti quegli italiani migliori, superiori, più educati, meno criticabili.
E tutto il resto è “la massa”?
Non credo sia così.
Credo piuttosto che l’essere umano sia educabile quanto capace di diseducarsi da solo dalle brutte abitudini.
E credo di averne ancora, di “brutte abitudini”, come chiedere scusa 80 volte su 100 e non 100 su 100 – e non è questione di buona cortesia.
Sapete che ci farei con la buona cortesia.
È questione di logica.
Gente curata e truccata e coperta di emulazione di uno status superiore stipata in una stazione in uno Stato in cui i treni non funzionano e i cittadini vengono lasciati a dormire in Stazione Centrale ha la logica di una di quelle Neo-Democrazie africane per cui noi – noi, democratizzati occidentali cittadini – diciamo che un popolo deve essere maturo per essere democratico.
Qualsiasi cosa democratico sia.
È come il grottesco nigga con catena d’oro al collo che vive nel ghetto, e che per permettersi quella collana deve fottere il prossimo.
E sto parlando di te e te e te e me.
Anche del ritornare a sentire e vedere di donne in posa in attesa di uomini che emulano l’aria di un magnaccia sudamericano (vita invidiabile, quando sostanziale e non di facciata). Per tornare al tema sessista. Che ho osservato come si osservano i rituali di una delle tante tribù del villaggio globale, ognuno con i propri inutili e reiterati gesti – perché gli inutili e reiterati gesti qui fanno addobbare le persone con la dedizione che si userebbe per un lampadario swarovski natalizio, quando la tavola sottostante ha pane troppo costoso per la bocca di tutti e i camerieri non sono capaci di prendersi le responsabilità del proprio servizio?
Credo si possa chiamare, esteticamente parlando, “decadenza”.
Ha il suo fascino.
Il locale dall’estetica curata, perfetto per una fotografia – in cui, nello scorrere del tempo, i camerieri ci mettono il doppio del tempo per il doppio del prezzo. Il doppio del prezzo assicura lo status del locale, che impone che i cessi siano puliti. Paga per avere il cesso pulito, come se nettarsi il culo fosse un’abitudine di pochi.
Ma le mie sono parole inaffidabili. La mia è una visione influenzata non da disamine accurate, ma dal mio umore, dal senso d’inutilità che sento di nuovo. Il piccolo malumore quotidiano delle neve annerita dallo smog, dal malumore altrui causato dal ritardo del treno, dal non sapere se il mio, di treno, domani partirà, e dal sapere che se ci saranno problemi nessuno saprà rispondermi e nessuno farà neanche il gesto di risarcirmi.
Se si lasciano persone a dormire in stazione centrale, chi sono io per essere risarcita?
Se questi sono i limiti di un malfunzionamento di una società, a che punto bisogna arrivare per essere risarciti?
Dialogo in auto:

“Quel che mi angoscia è che se si dovesse fermare la macchina non avrei certezza che il supposto servizio per queste evenienze verrebbe a prelevarmi, perché ci sono troppi problemi più gravi, e io rimarrei in mezzo al nulla.”
“Chiamerei un amico.”

Quando dipendi dagli amici per servizi che dovrebbero essere pubblici (dovrebbero nella società democratica che tanto inneggiamo, e che continuo a non condividere; amo solo la coerenza), come fanno i rapporti interpersonali a essere sinceri?
Se ti mando a fare in culo che faccio, rimango in mezzo al nulla con la mia macchina ferma?
E poi condanniamo i matrimoni d’interesse?
Con la coscienza di chi li condanniamo?
A chi la stiamo prendendo in prestito?

E faccio ancora la fidanzatina che elenca i difetti del fidanzatino, e che pensa:
“La prosecuzione di questo rapporto affossa la possibilità di avere una mia dignità.”
Tengo alla dignità. Troppo. Sono romantica, e non nel senso attuale che prevede scenari a cuore prima di testare se vi sia un significato che corrisponda a quel significante. Sono una romantica del romanticismo, ma senza Nazione. (Insomma, sono inutile.)
E, da fidanzatina, potrei dire che è colpa di lui (dell’Italia), che non ci posso fare nulla, che è impossibile cambiarlo – ma la mia dignità non è faccenda che riguardi lui. Dovrebbe, se mi amasse. Se non mi ama, la faccenda sta a me.
Odio essere presa per il culo.
Odio pensare che se vengo maltrattata per qualcosa che mi dovrebbe essere garantito il mio fidanzatino sparirà per non sentire le mie lamentele – odio che domani in stazione, se il servizio che mi dovrebbe essere garantito non ci sarà, non ci sarà nessuno che saprà spiegarmi il perché.
Mi umilia pensare che quando ho trovato qualcuno che lo sapeva e me lo ha detto mi sono sentita fortunata e felice – come un bambino di Dickens. Peccato che mi venga svenduto che sono una cittadina di uno Stato democratico e bla bla bla e perciò in diritto di parlare delle culture non democratiche e non occidentali come inferiori.
È più coglione il tizio a cui lo Stato non assicura il treno e poi il treno non lo trova, o il tizio a cui viene ribadito che il treno è un suo diritto, per cui paga, e poi il treno non lo trova?
Una giornata di lamentele mi ha tolto le energie.
Le lamentele dei viaggiatori in Centrale, quelle del capotreno, quelle di mia madre, quelle delle mie conoscenze qui, e degli sconosciuti, e anche le mie.
Due giorni prima c’erano quelle della cameriera che si sente trattata male e quella della cliente che non riceve quello che ha ordinato.
Lamentarmi mi toglie energie, e non vedo perché non debba toglierne anche ad altri. Non vedo soprattutto perché dovrei sprecare così le mie energie.
Non voglio, perché è suicida.
Non voglio perché stare qui mi ammazza – in senso esistenziale, il lento declino della creatura che incede verso la propria inutilità.
È sicuramente questione di gusti.
Spendere una serata in compagnia per sentir parlare di come l’amica X ora sia felice, realizzata, perché ora ha motivo di curarsi ed essere bella e ciò in quanto ha trovato un fidanzato non migliora il mio umore, ma lo affossa.
Meglio la collana d’oro: almeno dà uno status rivendibile sul mercato.
È una masturbazione a stomaco vuoto, ma non ammicca alla sindrome di Stoccolma.
E comunque odio essermi disabituata.
Ho fatto dito due volte, le due volte in cui un essere di sesso maschile ha reputato lecito fare apprezzamenti non elevanti (secondo i canoni della cultura a cui appartiene, non della mia personale cultura), e non voglio lamentarmi della poca cortesia maschile all’italiana, perché mi sentirei rispondere che sì, è un problema di sostanza, da ragazze e donne che poi escono di sera per andare ad appostarsi come pappagalli su un trespolo (e non necessitano neanche di cordicella a tenerle lì: ci rimangono da sole) su un qualche sgabello in qualche locale in attesa che qualche uomo prenda l’iniziativa – perché il maschilismo non è giusto, ma a me in quanto donna piace essere conquistata.
Come se il diritto di posare il proprio culo e non muoverlo più non avesse un prezzo.
Lo fanno anche le alte cerchie della finanza, ma pagano in denaro, non in mancante parità di trattamento.
E io vorrei sapere con quale intelletto un essere umano possa pensare di essere trattato da principessa senza essere, di conseguenza, trattato da investimento in status sociale. Muovete il culo e aprite la porta al vostro prossimo: non è galanteria innata, è gentilezza. A tutti piace faticare poco. E aprire una porta non è un dispendio d’energie eccessivo. Prendere l’iniziativa nell’accoppiamento sì, con il rischio di fare figure di merda, ma per ogni diritto equivale un dovere. Non perché è bello e cortese, ma perché l’essere umano, di media, funziona così – se non funzionasse così non pretendereste di essere corteggiate con rituali che necessitano una laurea prima di essere scopate, vi pare? Per quanto mettere sul mercato dei diritti/doveri il proprio piacere sessuale sia per me più aberrante della prostituzione, che vende un servizio e non un piacere personale.
Finché un pappagallo sta sul trespolo, con o senza cordicella, è un animale decorativo. Imparare a ripetere quel che dice il suo proprietario (a elencare i propri diritti, lamentandosi di non averli), finché starà sul trespolo, non lo renderà qualcosa di diverso.

Odio la sensazione di essere il protegonista di uno di quei film radical-chic in cui il tizio proveniente da un Paese del Terzo Mondo torna a casa in vacanza dopo mesi in un “Paese democratico e sviluppato”, e si trova davanti servizi di cui ora riesce a elencare tutte le inefficienze – ma sono belli così, bastano così, perché sanno di qualcosa di conosciuto, la loro funzione è di essere catalizzatori di affetto, non di essere rispettabili.

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12 comments

  1. Io non mi lamento (e mi sposto, quando sento :D).
    Dubito che riusciremo a vederci il 27, perchè se forse ci sono io forse non ci sei tu, e poi, il treno, c’è?
    L’unica cosa che mi dispiace davvero è non vederti. Ci tenevo molto. Eppure non prentendo nemmeno che la trenitalia mi offra un servizio con centimetri e centimetri di neve quando con il sole e nelle condizioni atmosferiche ideali già non va. Credo di essermi rassegnata…

    1. L’ho ricevuta, ma la sto custodendo in attesa del primo lungo lasso di tempo libero per rispondere. Non basta mezz’ora. Ma hai ragione, mea culpa, avrei dovuto avvisarti.

      … Però oggi c’era sole, ho ritrovato l’Italia delle cartoline, mezza fake e amabile.

      1. Fai con calma, so che hai tante cose da fare, te l’ho chiesto solo perché non sarebbe la prima volta che la mia mail si fagocita la posta in uscita.:)

        E, beh… sono contenta che lo stupido fidanzatino inconcludente ogni tanto sappia ancora stupire con qualche guizzo di involontario charme. Tu lo guardi e ti dici: “ah, ecco come ho fatto a farmi scopare da questo coglione per più di vent’anni!” Non una buona ragione per tornarci insieme, ma sufficiente a non pendere il seghetto e a castrargli le gonadi 😛

        1. Sto scrivendo un Referat per un corso in cui affermo che la Germania vede l’Italia come un’amante mentre percepisce se stessa come moglie-madre.
          Mi sto autoconvincendo della mia tesi mettendomi in panni tedeschi.

        2. Mail arrivata! 🙂

          Risponderò as soon as possible, ma intanto grazie di cuore per aver trovato il tempo di scrivermi; so quanto sia difficile per te trovare degli slot liberi nelle tue giornate. ^^

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