Bel Paese.

Fisso l’orologio in cerca di un’idea.
Quel che scrivo spesso contiene, da qualche parte, un meccanismo della trama che richiede un certo esemplare ingegno, perché il lettore aborrisca dinnanzi alla fertilità della fantasia umana usata nei modi peggiori.
Così scrivendo ci si improvvisa vandali e machiavellici sabotatori.
Ma fisso l’orologio e l’idea non viene. Stesso orologio-sveglia che potevo fissare sei mesi fa, e lo fissavo, nella semioscurità, e la lancetta metallica dei secondi mi sembrava una lama che calava.

Seminario fatto, poi a casa, bagno pulito, e anche qualche ripiano in camera, tradotto e analizzato trattati internazionali e sistemato appunti mentre aiutavo VB con il tedesco. VB è andata e io ho continuato, in attesa di poter dire che avevo finito il lavoro della giornata, sì da dedicarmi alla scrittura.
È il mio piacere di questi giorni, la scrittura.
“Gioco della rosa” procede, anche se diversi punti andranno sistemati a livello di prosa. Ma procede. Maneggio la prima persona narrante e mi chiedo perché mi ci trovo sempre così tanto a mio agio. Forse è una domanda stupida. Sì, ok, lo è.

Domenica arriva VB e sta qui finché non ripartiamo assieme per l’Italia. Sono quasi due settimane. Ma aspetto domenica per staccare, più che le due settimane, perché queste non dovranno essere troppo differenti dalle due passate.
Devo studiare, non c’è eccezione.
Ci saranno, ma siano piccole e contenute – datemi passeggiate al gelo e Glühwein e shopping pre-ritorno e sesso.
E realizzo che il lasso di tempo che comincia con la partenza di VB da Kiel e che finisce con il suo ritorno è una grande bolla di voglie irrisolte e quindi infine attesa. VB funge da stacco incarnato, qualcosa che mi costringe a diversificare le mie giornate – non solo studiare, farmi da segretaria, mangiare, pisciare e dormire. Ci sono momenti in cui la odierò proprio perché mi distrae, ma saranno affari miei.
La volta scorsa l’ho minacciata con la mia veloce-a-nascere esasperazione dicendole di non spostarmi le cose. Di riempire la camera di merda ma non spostarmi le cose, ho pensato, perché un oggetto spostato minacciava la mia ottimizzazione del tempo.
Mi ha poi accudito a modo suo, un modo molto accudente di accudire (trovo spesso persone con questa vena; devo fare pena), concernente il finire le sue passeggiate andando a comprare cose a caso da mangiare o piccole cazzate mentre ero a lezione.
E farò discorsi triti e ritriti, ma tornare a casa e trovare qualcuno è sgravante – discorsi triti e ritriti poco romanticizzati: tornare a casa e trovare cibo già pronto, dolce in aggiunta, computer già acceso e uno svago che non va creato ma è già pronto.
Amo questi piccoli “alleggerimenti”, perché non ho una Mater che me li sgravi di dosso più di quanto io faccia con lei. Ho una Mater che cucina e fa lavatrici quanto me, in uno splendido rapporto di coesistenza senza pesarsi addosso. Ne sono felice, perché mi ha abituato a una certa indipendenza da certe comodità – che mi gusto come mi gusterei il dolce in aggiunta.
Che poi io sia incapace di badare a me stessa, nel senso che mi curo con la dedizione che necessita una pianta grassa (ossia, ricordarsi per caso che va curata), è un Leitmotiv altrettanto trito e ritrito. Se lo facessi, non avrei i miei momenti di scrittura e di osservazione profonda dell’orologio, che valgono mille volte più del dolce in aggiunta, perché senza il secondo sopravvivo, senza i primi se sopravvivo do di testa (non è un modo di dire: quando mi sento alienata da me stessa divento aggressiva, solo che non so veramente essere aggressiva con convinzione, solo per finta, quindi accumulo ed entro in empatia con Fight Club).
Sto prendendo la biada omeopatica per dormire e non so se funziona o se accondiscende la mia volontà, che è forse l’unico rimedio a cui credo (per questo, quando non funziona, vado in crisi religiosa).
So che ho voglia di fare pausa quanto entusiasmo ho mentre a una lezione riesco a dire qualcosa che valga la pena di ascoltare, ed ambo i sentimenti sono incerti e traballanti.
Ho voglia di tornare a casa, ma non ho voglia di tornare in Italia.
Non so dire se ho paura di tornare in Italia, so che qualcosa mi inquieta, e non so se ne ho ragione più di quante ne avrei al pensiero di vivere qui. Non conosco politicamente la Germania di oggi. Posso seguire poco i giornali. I problemi tedeschi mi sembrano a tratti incredibilmente ridicoli rispetto a quelli italiani e tratti immensamente peggiori, semplicemente inghiottiti e digeriti più in fretta perché il sistema funziona e macina ogni disfunzionamento senza pietà.
Mi vergogno di venire dall’Italia. No, non per Berlusconi – che è un uomo, e un uomo non fa una Nazione – non per così tanto a lungo. Penso spesso che mi troverei in sintonia con il suddetto molto più di quanto mi trovo in sintonia con miei conoscenti che patteggiano per lui; anche più di quanto io lo sia con i conoscenti che sono contro di lui.
È che mi sembra tutta la stessa latina confusione, una politica fatta di indignazione urlata e scegliere con chi schierarsi per avere qualcosa di cui parlare durante l’aperitivo (o altro incontro socializzante). Tanto sono tutti scontenti a priori per colpa di qualcuno – Berlusconi, i comunisti o la Chiesa Cattolica. Si possono anche accoppiare, volendo.
Mi manca qualcosa su cui non sono aggiornata, e da qui ho l’ottica estera – che peggiora la visione che ho dell’Italia, perché non me la fa più vedere come colpevole di se stessa, ma come vittima ridicolizzabile di se stessa. Un piccolo paradosso a cui si perdona molto perché è buono per le vacanze ed è paradigma delle romanticherie. Berlusconi, letto dall’esterno, ha addosso questo “culto di Berlusconi” dai toni tragicomici, che uniscono trame politiche machiavelliche a una maschera da Grande Fratello che controlla i media per oscuri scopi a questo Casanova impudente e perciò adorato. Da chi? Dall’Italia? Dopotutto è la visione estera, e le visioni estere generalizzano sempre. Ma devo dare colpa agli italiani, a tutti i singoli, se permettono che questa sia l’idea pubblica, se permettono che ci sia un muro a livello comunicativo, con i vecchietti nelle case a rincoglionirsi di TV e i loro figli che potrebbero accedere a testate estere per informarsi e usare questa cazzo di lingua di scambio che è l’inglese ma non lo fanno. Tanto, sarebbe inutile.
E se ho temuto che la Comunità Europea o addirittura l’ONU potessero indignarsi al punto di sollevare veramente il dito contro l’Italia, mi sono sbagliata. Siamo uno sputo romanticizzato. Avremo l’attenzione internazionale quando eguaglieremo qualche sterminio di massa – per il momento, possiamo avere l’attenzione di curiosi intelletti radical-chic che si divertono ad addossare all’Italia concetti temuti (il Grande Fratello, la monopolizzazione dei media, il culto di Berlusconi) che finalmente possono riattualizzare e analizzare dal vero. Se l’Italia va a rotoli sono cazzi dell’Italia – ma prima che ci vada totalmente ci sono una serie di stadi di mezzo che non voglio esperire, ecco il punto. Li esperirei con piacere se mi sentissi parte di una popolazione soppressa che vive un brutto momento e quindi vale la pena di mettersi in gioco, ma mi sento nata in una Nazione che lascerei a se stessa dando le sue ricchezze a qualcun altro che sappia gestirle meglio.
Non sto parlando di rivolte popolari mancate o altri scenari affetti da nostalgia per il ’68 o per la fratellanza ai tempi del Fascismo. Di questo si parla sempre e non si fa mai veramente – non è possibile farlo, perché non ci sono barriere da superare per mostrare la propria convinzione. Il poliziotto italiano davanti alla sollevazione non rade tutto al suolo, e una sollevazione è come sparare a un cadavere. Il poliziotto non spara non perché è umano (humane), ma perché altrimenti finisce dentro. No, non sto dicendo che “i poliziotti dovrebbero fare il loro dovere e ammazzare i rivoltosi”. Non è il dovere dei poliziotti il punto.
Parlo di lasciare il cesso pubblico pulito e di non usare la propria posizione lavorativa per assoggettare il prossimo prima che ti assoggetti – anche se in molti casi il problema non si pone, perché i lavori vengono dati per amicizie e conoscenze e quindi i dipendenti non hanno dignità da ferire. Partono felicemente assoggettati – sono fortunati, loro, che hanno un lavoro grazie a Tizio, che è così gentile e simpatico. E se qualcuno, mentre il proprio lavoro lo svolgono, viene a reclamare i propri diritti, suona ridicolo e basta.
Vi immaginate una persona che va a reclamare in posta perché la lettera che doveva arrivare entro cinque giorni è arrivata il sesto? Qualche vecchietta, forse, e stranieri (che ingenuamente, nella povertà dei Paesi da cui vengono, pensano che in questo Paese, che invece è civilizzato, i cittadini non vengano presi per il culo). Non c’è spiegazione da dargli. Gli si direbbe: “Se avevi fretta, pagavi di più.”
Marcel dice che vorrebbe vivere in Italia perché in Italia sei sopra alle leggi se hai soldi.
Marcel dice che la cosa strana, in Italia, è che puoi avere esattamente quel che puoi avere in Germania, solo che le stesse cose in Germania sono per tutti e in Italia sono a pagamento. E ha ragione.
Se prendo le cose necessarie per vivere (alloggio, cibo) è peggio: qui costano meno. E non devo neanche pagare i mezzi perché sono studentessa, e per essere studentessa pago meno. Non devo neanche comprare chili di libri scritti dai miei professori.
Eppure la Germania è un Paese ricco, più ricco dell’Italia, quindi dove vanno a finire gli stipendi?
Qui posso scegliere. Posso andare in centro ad Amburgo e comprare nella stessa via un orologio da €12,000, una confezione di the a €130, un vestito a €3000 e una penna a €900. Trovo ciò francamente inquietante, ma quel che conta sui grandi numeri (le singole persone), è che posso scegliere. Che lo studente può scegliere di continuare a studiare: lavorerà ma potrà permetterselo anche senza essere uno di quei rari esempi che in una Milano vengono additati come eroi dello stakanovismo. Tra l’altro, qui mi sento meno presa per il culo: le lezioni sono fatte dell’analisi e del confronto, e lo studente deve creare la propria conoscenza, non è una macchinetta fotocopiatrice di nozioni che non sa come applicare perché non gli viene insegnato. Lo studente non deve assoggettarsi al docente, come prerequisito per avere un bel voto (cosa che ho puntualmente evitato e con grande soddisfazione, convinta che i docenti non assoggettanti si sentano ignorati e quelli assoggettanti si sentano soli a quell’altitudine).
Parlo di istruzione perché è fondamentale. Non per romanticismi, ma perché crea forza-lavoro qualificata.
E menti diverse.
Seguire un corso non significa più procedere per l’obiettivo di compiacere il docente, o lavorare significherà compiacere il capo (da compiacere e temere, come l’insegnante). Mi piace compiacere i professori – no, adoro entrare nelle grazie dei professori, purché mi lascino la libertà di studiare a modo mio. Purché mi lascino una certa dignità, e non la funzione di ripetere quello che loro credono sia giusto.
Ottica italiana: diventa amico di Tizio e sarai esonerato dai compiti più pallosi. Questa ottica, da me spesso così ben applicata, ha ovviamente fatto sollevare da chi non mi conosceva (e forse anche da chi mi conosceva) indignate lamentele su ingiuste preferenze. Il che è formalmente corretto, non fosse che studiavo più di loro – ma cose diverse, cose più interessanti e meno umilianti.
L’Italia è quel posto dove ho dovuto insistere perché una docente mi facesse fare un esame, poiché voleva darmi trenta e lode a priori, e ho insistito perché se non me l’avesse fatto fare avrebbe dato un cattivo esempio – e ancora più studenti avrebbe emulato la cosa sbagliata, non l’amore per lo studio ma il cercare di entrare nelle grazie di un docente umiliando (ulteriormente, oltre che studiando cazzate) se stessi.
Il caro OE – per chi lo ricorda – ironizzava sul fatto (con certa acrimonia) che una certa pubblicità a Milano asseriva che fosse un diritto umano possedere un certo pezzo di tecnologia. OE domandava dove stessero i doveri.
E capisco il trito e ritrito dire che per avere diritti bisogna svolgersi i propri doveri. Non è una questione morale, per me. È il realizzare che se non si ha la coscienza a posto sui doveri dovuti, non ce la si avrà sul reclamare diritti.
Ho spesso tacciato gli italiani di reclamare sempre e lamentarsi per ogni cazzata, e ho cambiato idea. Gli italiani non reclamano diritti, fanno qualcos’altro. Non so cosa, ma qualcos’altro – perché a livello di diritti l’abitudine media è una presa per il culo.
È una presa per il culo l’impiegata che dice che non è sua competenza il tuo problema, e non perché lo sia, ma perché ciò che conta per lei è che tu non le rompa le palle. Qualcuno le ha tolto il diritto di avere responsabilità quando le è stato tolto quello di fare un lavoro dignitoso, e chi è il folle che si carica sulle spalle responsabilità indegne?
Perché in Italia il tizio al bar si comporta come se fosse mio fratello dopo che abbiamo bevuto una birra insieme, e poi non aiuta lo sconosciuto che non sa come obliterare un biglietto?
Perché la compagna di università mi lava i piatti e poi lascia la bottiglia vuota di birra in bilico su un muretto?
Perché la collega sul lavoro mi confida le sue paturnie sentimentali pretendendo me le tenga per me quando siamo nello stesso ufficio per caso, e poi allunga il collo per sentire un pettegolezzo indiscreto che non si dovrebbe sapere?
Perché, ricordando la ridicola posizione degli esseri umani dotati di vagina in Italia, il mio ragazzo mi tratta come se fossi una principessa indiana e quando ci lasciamo ci prova ubriaco con una tizia sfogando tutta la propria volgarità, che nella quotidianità dice essere offensiva, con una tizia che sa che non rivedrà mai più?
Non l’ho mai capito.
No, è inesatto: mi sono immedesimata e ho colto sprazzi, ma è qualcosa che mi sono lasciata alle spalle ed è come se fosse successo eoni fa. Non lo voglio sapere come non voglio sapere i segreti di nessuno, che non sono regali ma vincoli – a qualcosa di chiuso in una bella scatola decorata a marcire.
Beninteso, non sto facendo un confronto assoluto tra Italia e Germania. Non ho né dati né competenze. Kiel mi ha semplicemente mostrato delle alternative a problemi di una società che conosco (quella italiana), e mi chiedo perché non dovrebbero funzionare. A partire dai cessi puliti. O forse mi chiedo con che diritto un italiano può rivendicare diritti quando lascia il cesso sporco, ecco.
E, per la cronaca, sì, sto generalizzando. Ho detto di essere estraniata dall’Italia, che vedo dall’esterno. Il punto non è che non voglio rientrare in questo sistema che ho descritto nelle sue imprecise generalità, ma che voglio potermi sedere sui cessi pubblici perché li lascio puliti, voglio che la mia lettera arrivi in cinque giorni se c’è scritto che arriva in cinque giorni sotto al prezzo, voglio che il mio prossimo mi tratti con rispetto chiunque io sia, perché faccio lo stesso.
“Voglio” è, pure, impreciso.
Non credo si possa esigere qualcosa da una collettività più di quanto lo si possa pretendere da un singolo. Semmai, se il rapporto è sbilanciato, si può troncarlo – l’ho detto che parlo dell’Italia come una fidanzatina che ha appena mollato il fidanzatino, no? Peccato che non abbia mollato l’Italia.

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