Una rosa è una rosa è una lucertola.

Ah, come sto dando di testa.
Non è lo studio, no, è l’agenda che scandisce tutto con appuntamenti irrinunciabili. Venerdì – giornata libera – si è aggiunto un seminario di quattro ore per internazionali sul trovare lavoro etc etc in Germania. Mi sarà utile. Irrinunciabile.
Sto scrivendo. O, meglio, ieri sera ho scritto – ma è da giorni che non riesco a dormire (anche) perché trame e idee mi vengono in testa, e quindi devo accendere la luce e appuntarmele.
Mi sento stupida.
Mi sento stupida perché non conosco gente con così poco tempo libero quanto me (qui, beninteso). E non è abbastanza non è abbastanza non è abbastanza. So che anche sto facendo degli investimenti a lungo termine, ossia: la traduzione di pagine e pagine per tre o quattro ore al giorno – più le lezioni – mi sta riempiendo la testa di termini che ora non ricordo, ma che saprò quando la mia testa avrà modo di fare pausa e quindi digerirli.
Al corso di tedesco stiamo facendo il Konjunktiv I, "quella cosa che anche i tedeschi sbagliano a usare" (non c’entra nulla con il congiuntivo italiano; in italiano non esiste un equivalente), e io riderei (se ne avessi le facoltà mentali) perché scrivo testi con il Konjunktiv I (se sono corretti lo saprò settimana prossima) e continuo a non capire quello che dice la gente. Non capire abbastanza, intendo. Se poi parlo con studenti capisco ancora meno. (Non ho capito cosa stava dicendo la mia coinquilina, me l’ha dovuto mimare, e stava semplicemente dicendo "Hunger" – non l’ho minimamente riconosciuto.)
E sono le quattro del mattino.
Il sonno è un incubo.
Mancano meno di tre settimane, e non posso permettermi quel rallentamento pre-vacanze che tanto volentieri mi godrei – e quanto ne gioverei.
Settimana prossima un Referat, questa un altro (e non ho ancora capito cosa dovrò dire esattamente). Di settimana in settimana brevi testi da scrivere, altri da tradurre e poi analizzare, stampo materiale e materiale e materiale e – Dio!, quanta di quella roba non riuscirò a leggere?
Non ditemi che studio troppo, sarebbe inutile, perché il fatto è che sto lasciando indietro lo studio di fotocopie di uno dei corsi.
E sto disperatamente cercando una soluzione ottimizzante. Per gennaio, come ennesimo racconto settimanale da analizzare, ho "Tonio Kröger". 128 pagine. Verrà letto in italiano con testo a fronte (leggendo il testo a fronte e consultando quello in italiano). Non trovo altra soluzione – e vorrei dirmi che mi dico ciò per frenarmi dallo sbattermi di più, ma non riesco a sbattermi di più. Tutta la volontà defluita nello studio e nella costanza (e in altre incombenze), al mattino non voglio nettamente svegliarmi. L’idea di andare a dormire, poi, è terrificante – terrificante l’idea di dover attendere il sonno, perché perlomeno – finché traduco – penso a una sola cosa per volta – oh, ci sarebbe altrimenti sempre qualcosa a cui pensare – ma in quell’inferno ad attendere ci devo andare perché devo dormire.
E, così, sento che sto per crollare.
Solitamente (cioè: dalle superiori in poi) mi do piccole pause per non sentirmi ingabbiata. Se qui, con questo sistema (che preferisco), perdo una lezione, non la ritrovo più. Perché già le colgo così poco.
Oggi, al corso di tedesco, il compito era: ascoltare un testo letto a normale velocità e riassumerlo su carta.
Mentre parlava, ho pensato che avrei detto qualcosa del genere:
"Non ho capito abbastanza da scrivere un discorso sensato. Posso riportare parole e connetterle tra loro con coordinate e subordinate e congiuntivi, se vuole."
Se non avesse riletto quel testo non so che ne avrei ricavato.
Ma sono domande inutili, perché ogni giorno ho questa costante impressione di non farcela abbastanza neanche da comporre – scrivendo o studiando o organizzando – il minimo indispensabile.
Certo, ora parlo con più fluency. Sto anche eliminando l’odiosa "e" finale all’italiana (ma la "i" è ancora da correggere). Al corso le lezioni sono fatte per farci parlare, discutere di temi d’attualità e non, dalla Bibbia alla pillola del giorno dopo alla lingua come mezzo culturale, e sono una delle persone che parlano di più. È qualcosa (ma non abbastanza).
Mi pesa non avere alle spalle anni di tedesco come le persone del mio gruppo né essere in un gruppo inferiore; mi pesa questa posizione interstiziale, per quanto io ami le posizioni interstiziali, nel senso che ci sono abbonata. Mi pesa essere supposta fare due scritti in tedesco di giurisprudenza e non essere considerabile così priva di padronanza da essere facilitata. Sarò facilitata? Pare che di solito gli studenti Erasmus lo siano – di solito gli studenti Erasmus non studiano, pare. Mi pesa l’aver scritto e-mail formali in tedesco complesse per dimostrare che potevo seguire un seminario; no, mi pesa che mi abbino creduto, che abbiano creduto alla mia padronanza; mi pesa che i docenti italiani vogliano che faccia il doppio e quelli tedeschi possano pensare che io sappia fare la metà. Mi pesa non sapere quanto posso fare. Voglio un esame, ora. Non avrò pause per studiare cose lasciate indietro, non tempi vuoti in cui infilare studio aggiuntivo, quindi un esame ora è verosimile quanto uno a gennaio.
Mi pesa l’ineluttabilità con cui voglio imparare il tedesco. Non voglio trovarmi ad avere nessun’altra possibilità se non quella italiana. Mi preme mantenere i buoni propositi e l’impegno. Tanto lavoro e dedizione in un clima così dedito mi fanno pensare che è bene che io faccia un anno qui (devo chiedere formalmente la proroga, e dovrebbero darmela), finisca la triennale e poi m’informi per la magistrale in un Paese anglofono. E torniamo al Sud Africa, per esclusione. L’Inghilterra mi sta troppo sulle palle e gli USA temo mi parrebbero più infantili della Germania, ma meno efficienti (anche se vorrei andarci). Il Sud Africa probabilmente è un disastro su ogni fronte imbonito con infantile retorica per darsi forza, ma ho idea che per il mio indirizzo lì sia pieno di corsi fatti su misura.
E venerdì seminario sul know-how del lavoro in Germania, perché prima o poi conoscerò abbastanza la lingua da poter lavorare, e per motivi che lascio a voi indovinare qui ho più voglia di lavorare che in Italia. Mi sento più spronata. E no, non è soltanto lo stipendio mediamente migliore.

Per la cronaca, riguardo al mio scrivere, ho ripreso in mano "Gioco della Rosa". Come molti scritti è stato scritto fino a 1/2 o 2/3, poi ha dovuto macerare. Questo più a lungo.
È come se, scrivendo di fila, mi saturassi del racconto fino a divenire morbosamente incapace di avere un occhio critico nel proseguirlo.
Se lo finisco, dovrò sbattermi per trovargli una collocazione. Esula dal giallo/noir/thriller/etc, e quindi non saprei a chi rifilarlo. Sto anche pensando se sbatterlo online, ipotesi che manterrebbe inalterato il rapporto tra parole e grafica che gli ho appioppato – è un racconto (lungo, forse diventerà un romanzo breve) concettuale.
Intanto, butto giù scene e descrizioni e idee per quel racconto che ha a che fare con infermiere psicopompo e il precedentemente citato Schneider e Lucifero e Gesù Cristo. Come da norma, lavoro a più di una cosa alla volta, con una certa proporzione nei tempi.


«Non mi sento la giustizia solo perché ho potere su qualcuno.» Alex coglie il collegamento, para e attacca. «Una rosa è una rosa è una rosa.» cita. «Se ho potere su una persona, allora ho potere su una persona – non uso il potere che ho su una persona per dire che sono nel giusto.»
«Ma infatti tu non sei nel giusto, tu crei giustizia.»

Annunci

2 comments

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...