Nulla poena sine lege.

Page Not Found

I’m sorry, you’ve reached a page that I cannot find. I’m really sorry about this. It’s kind of embarassing. Here you are, the user, trying to get to a page on LiveJournal and I can’t even serve it to you. What does that say about me? I’m just a webserver. My sole purpose in life is to serve you webpages and I can’t even do that! I suck. Please don’t be mad, I’ll try harder. I promise! Who am I kidding? You’re probably all like, “Man, LiveJournal’s webserver sucks. It can’t even get me where I want to go.” I’m really sorry. Maybe it’s my CPU…no that’s ok…how bout my hard drives? Maybe. Where’s my admin? I can’t run self-diagnostics on myself. It’s so boring in this datacenter. It’s the same thing everyday. Oh man, I’m so lonely. I’m really sorry about rambling about myself, I’m selfish. I think I’m going to go cut my ethernet cables. I hope you get to the page you’re looking for…goodbye cruel world!

-the webserver

Amo LJ.


Ho già sterilmente sfogato su Facebook la mia voglia di essere sul lungomare, carne e birra in corpo, anziché qui a studiare.
Leggi: tradurre.
Nello specifico: trattati internazionali.
Conclusione: la morte.
Ieri sera è stata spesa nello stesso modo. Non quella di domani, perché avrò altro da tradurre – la kafkiana sensazione di non lavorare mai abbastanza, ma stavolta non è paranoia mia, ma semplice equazione: ho lo stesso carico di lavoro di studenti tedeschi ma mi manca il lessico tedesco. Triplicare o quadruplicare i tempi. Non ce la farò mai. Nessuno pretende che io ce la faccia come fossi una madrelingua, ma qualcuno potrebbe pretendere che io dia il meglio di me.
Ed eccoci qui.

Mi ha interrotto S. puntando il dito su un concorso che avevo già adocchiato e per cui avevo già un pezzo da inviare – un pezzo scritto 5 o 6 anni fa – sono già in quella fase in cui 5 o 6 anni non sono poi così tanti? – no, lo sono, e mi stupisce che quel pezzo mi piaccia ancora. Non serviva maturità ulteriore per scriverlo, evidentemente – anzi, farei discorsi triti e ritriti sul come mi sia difficile ritrovare la freschezza con cui avevo scritto il (mai finito) romanzo da cui quel pezzo viene, ma rimaniamo al condizionale.
Il pezzo è stato accettato. Attendo conferma ufficiale. No remunerazione, tiratura un po’ esigua. La soddisfazione sta nell’essere scelti, nello stare in una raccolta in cui figurano nomi famosi nel panorama italiano. Il piacere sta nel fatto che ho ritrovato svariate persone che conosco lì dentro, e non provengono dallo stesso ambito, ma almeno da due ambiti diversi. Il piacere di ritrovarle, il piacere di sentirmi un anello di congiunzione tra ambiti opposti (perché, sì, sono opposti, unibili solo dal sensuale strazio di un protagonista nel suo attimo topico – per un genere un attimo d’azione, per l’altro di sesso, ma tant’è).
C’è poi la strana, assurda, sensazione che l’Italia sia così facilmente riassumibile. Come se potessi tenere qui, nella mia mano, quel che ho lasciato lì – come se, quindi, non fosse poi così lontano. Si potrebbe anche dire che è la sensazione che l’Italia sia veramente piccola a livello di scena letteraria, o che forse sono arrivata al punto in cui la massa di persone confluisce cercando di risalire verso le cerchie più ristrette dei pubblicati – dalle persone che pubblicano opere di genere a quelle famose per il nome che hanno e non per il genere che scrivono.
Intanto, in questi mesi, su Facebook mi sono trovata a essere addata da nomi che – spesso, benché fossi supposta essere più acculturata a tal proposito – non conoscevo ma sapevo da dove provenivano. Da che ambito. Alcuni li posso trovare qui, tradotti in tedesco, altri no. Di alcuni conosco le riviste su cui scrivono, di altri il titolo di un romanzo.
Con beata (e forse fortuita) ingenuità ho visto la mia lista amici aumentare, rivolgendomi a tutti come se fossero semplici persone che mi addavano per dio sa quale motivo (9 volte su 10 confermo la richiesta di amicizia senza chiedere nulla: è meno dispendioso vedere che ne viene, dato che spesso non ne viene nulla, che star lì a interrogare). A volte qualche convenevole scambiato, a volte no.
C’è stato talvolta il lato divertente, ossia: leggere a posteriori il loro wall e trovare loro fan ringraziarli ed elogiarli. Ossia: scoprire che erano a capo di concorsi nazionali a cui miei amici partecipano da anni.
Amo la mia beata ingenuità, che non mi fa produrre falsità. Immagino che coloro tra costoro che si tirano su il morale ricevendo complimenti e sentendosi riconosciuti mi amino meno, e mi ripeto che in ogni caso sopperire alla mia vergognosa ignoranza sull’ambito letterario italiano contemporaneo sarebbe una non inutile mossa in quanto a public relations, ma…
Non ho tempo. Ho troppa carne nel piatto e non più spazio per mangiare anche il contorno.
E non so poi se sia vero che se si ama il libro si ama l’autore, ma trovo essermi estremamente più congeniale apprezzare prima la persona e poi le sue capacità artistiche. Forse perché mi dà più l’idea di andare a sbirciare vicino al nocciolo delle verità di fatto (supponendo esistano verità di fatto). Non so. Credo sia più bello scoprire che una persona con cui hai piacevolmente chiacchierato ha avuto successo nella vita, anziché sbattersi per chiacchierare (risultando piacevole) con una persona che conosci perché ha avuto successo nella vita.
Questo, ovviamente, non toglie nulla al fatto che, se persisto nella mia sopraccitata ignoranza, farò qualche altra opinabile figura.
(Ma, se pur temiamo le opinabili figure, non ci permettiamo di indulgere in tale timore – dato che questo LJ viene linkato mezzo Facebook ogni volta che lo aggiorno da che sono a Kiel.)
Questo concorso mi ha anche fatto riflettere sulla mia situazione attuale. Transizione. Questo racconto va ad aggiungersi ad altri scritti che aspettano di essere stampati. Alcuni pagati, altri no. Alcuni con considerevole tiratura, altri per tirarmela tra me e me. Alcuni già formalmente impegnati, altri in attesa di dover firmare qualcosa. Se do l’impressione che gli scritti in questione siano centomila, è solo perché ho preso quest’abitudine di rimanere vaga a riguardo, forse per scaramanzia. Di fatto gli scritti in attesa, a oggi, sono quattro. E mi fa piacere che rimangano lì ad ondeggiare e attendermi, perché adesso sto facendo altro – ossia, ora sono a Kiel e devo seguire tutt’altre cose. Ora sono a Kiel e sono quindi un’analfabeta che accumula e accumula dati e non riesce a sbatterli fuori. Il fatto che parole sbattute fuori galleggino in Italia in attesa di incontrare il loro destino mi ricorda che so esprimermi, credo.
Anche questo LJ lo fa.
E capisco l’importanza di un ritrito concetto che citai tempo fa, quello che vuole che la gente di mare debba avere un luogo a terra da chiamare “casa”. Capisco un po’ anche il nazionalismo. Se venisse meno ogni legame con l’Italia non avrebbe per me più nessun senso scrivere in italiano – dato che la mia lingua madre è così utile nel mondo – e passerei probabilmente all’inglese (anzi, sicuramente), ma in inglese non potrei esprimere (all’inizio di sicuro) cose che da anni sono abituata ad esprimere in italiano. Finché c’è un collegamento tra me e quello stivale opulento e decadente posso avere voglia di scrivere qui – o altrove nella Rete, che importa? – e questa voglia è requisito necessario per soddisfare un piacere della vita quotidiana: quello di essere qui, dopo ore di traduzione, sigarette e ultimi sorsi di the, la mia “buonanotte” a me stessa in condivisione con i posteri, solo per me e per voi, chiunque siate, che è diverso dal condividere con me stessa e basta.
La mia personalità, qui, è per ovvie cose distorta a seconda del linguaggio che uso. La mia ironia in tedesco è pesantemente castrata, il mio lato speculativo lo è in inglese. A naso direi che è il tedesco la lingua che più mi permetterà di rendermi al mondo, ma ci vuole tempo – oh, quanto vorrei saper parlare tedesco. Anche per quell’ironia che amo e che non ho la più pallida idea di come copiare, né nelle parole, né nell’intonazione, né nelle pause – come un ragazzino che vuole imitare un carismatico adulto e sa a malapena essere adulto.
Come.
Una delle parole – in qualsiasi lingua – che negli ultimi tempi uso più spesso. In inglese ne abuso, perché è facile farlo, perché c’è tutto un gergo che ne abusa – e mi approprio di quel gergo disprezzato dai madrelingua, adorando il gergo e snobbando le qualità più ricercate – che mi suonavano, e continuano a suonarmi, una brutta copia di una lingua romanza che si è invidiata, e che ha perso voce prima che si potesse smettere di invidiarla. Non riesco a prendere sul serio l’inglese serio – e da qualche parte ho deciso che mi interessa apprendere un tedesco formale e dall’ironia sottile. Non me ne potrebbe fregare di meno di imparare i gerghi colloquiali tedeschi, se non per saperli riconoscere e sapere come gestirli. Le parole volgari tedesche mi suonano infantili e ridicole (perché infantili), ma gioisco nel vedere come questa lingua costruisca concetti a malapena concepibili semplicemente facendo copulare parole tra di loro.
Ma, per il momento, sono felice anche solo se riesco a mettere tutti i verbi di una subordinata nell’ordine giusto.

La schiena parla per la mia voglia di muovermi. È da qualche giorno che, di sera, sento i muscoli centrali fremere – piacevolmente o no, non lo so. È quel tipo di piacevolezza che deve essere contenuta, perché se si ostina a farsi sentire per troppo tempo diventa fastidio. Come un prurito. Come la voglia sessuale quando la si chiama “prurito”. Voglia di muovere quei muscoli, tenderli – sentire che potrei tenderli fino a un picco mai raggiunto – o di mani che li massaggino.
Forse mi si sono viziati i muscoli, massaggiati per giorni da VB. Chi si figura la sottoscritta passiva sessualmente (per svariati motivi: assurdità, rivalsa, riportare la visione del mondo in un assetto ordinario, desiderio) sbaglia semplicemente area: sotto a un buon massaggio divento più passiva di una playmate che si finge gatta in calore in un porno dai toni nostalgici.
Ho provato ad attuare l’equivalente massaggistico della masturbazione – ossia, ho fatto esercizi – ma quel solleticare (come se i miei muscoli fossero sempre in divenire, mai fermi, reduci da qualcosa e in attesa di qualcos’altro ancor prima di potersi fermare) permane.
E la soluzione è, in qualche strano modo, collegata alla mia voglia di essere sul mare, con il vento sferzante, lo stomaco pieno, la birra calda sotto la pelle, alla ricerca di una via per perdersi mentre si torna a casa.
È un desiderio struggente, esattamente come quello sessuale, e, esattamente come quello sessuale, non passa dai pensieri ma parla direttamente ai sensi.
Non voglio il paesaggio della Kiel notturna, sul mare, il vento e le navi, no: voglio il vento sulle guance e quell’odore nelle narici. Stop.

P.S.: Ovviamente ve lo traduco il titolo della entry, non sono così ingrata. La traduzione:
Keine Strafe ohne Gesetz.

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