Kiel IV.

Pausa forzata dal dover attendere che si attivi la ricarica della surfstick (Internet). Questione di qualche ora, ma data l’ora attuale – 00:51 – sarà questione di domani.
Stavo scrivendo un Referat per il corso di tedesco. Credo che Referat si possa tradurre con «presentazione», ma non ne sono così sicura, e per il semplice fatto che il sistema universitario italiano non funziona in questo modo, e quindi non ha una salda terminologia a cui riferirsi.
Il Referat in questione dovrebbe essere sull’Italia. Siamo in tre, nel mio gruppo, a venire dall’Italia, e onde evitare di annoiare gli astanti sarebbe preferibile scegliere argomenti diversi – questo io e un’altra ragazza italiana abbiamo pensato.
Il mio Referat verte sul rapporto culturale tra Germania e Italia, spizzicando qui e lì: si inizia con il Romanticismo, Goethe, si passa da Mann per arrivare a Luchino Visconti. Una cosa breve. Dieci minuti. Essendo in tedesco dieci minuti equivalgono all’infinito, ma ci ho preso gusto.
Ho un rapporto intimo con il tedesco, nel senso di «è una cosa tra me e lui, e non riguarda gli altri parlanti» (o, per meglio dire, li riguarda a livello superficiale: lo utilizzo per migliorarlo e perché… Perché sì, perché mi sono abituata al tedesco come lingua di comunicazione e ora mi si sta fottendo l’inglese). Non potrei mai parlare come scrivo, per quanto pur scrivendo io probabilmente suoni meccanica e legnosa da brava principiante, e quando scrivo mi… rilasso. Come fare equazioni. Con un bel suono. Con una pronuncia la cui cadenza è il nocciolo duro – da brava italiana in Germania.
Mi ripeto, ossessivamente, che sono l’unica persona che ha studiato tedesco per un anno a essere nel gruppo più avanzato del corso di tedesco; che ho surclassato persone che lo hanno studiato per anni; che anche se non è vero che lo so meglio di loro, dato che lo balbetto schifosamente, ho pur sempre interiorizzato la grammatica abbastanza in fretta da finire nell’Oberstufe quando la docente italiana mi scrisse maternalistica che dovevo passare l’estate a studiare perché dovevo almeno finire nel Mittelstufe I (3 livelli sotto; sono in tutto 7 livelli); che quindi potrebbe leccarmela, se la conoscessi di persona.
Rimiro il mastodontico Sartorius II, che è un tomo componibile (metti e togli i fogli per aggiornarlo) composto di trattati internazionali e conferenze e non so neanche i nomi in italiano, robaccia per diritto internazionale, un tomo cubico: è largo quanto è spesso quanto è alto. Lo rimiro e mi dico che posso. Lo mostro lamentandomi per ricevere il compatimento altrui, perché tal compatimento implica che io sia in grado di studiare su quel coso. E lo sono. Il problema è sempre il tempo. Avrei bisogno di qualche era per raggiungere il mio livello medio di studio in italiano (o inglese, giacché ormai l’inglese è la lingua che percepisco con affetto, quasi fosse la mia madrelingua, così fottutamente deliziosamente comprensibile nel 90% dei casi).
Il fatto che io abbia una mole di lavoro superiore a quella degli altri studenti internazionali qui mi porta a due riflessioni interlacciate: in primis, chi conosce il tedesco meglio di me ha meno corsi da seguire, quindi tutto ciò è folle; in primis a pari merito, ciò dovrebbe dimostrare che sono di più.
Strategie psicologiche per la sopravvivenza.
Non sono abituata da eoni a seguire lezioni senza intervenire, e vengono a galla le brutte sensazioni scolastiche di quell’età in cui senti che potresti dire cose stupide. Ora la sensazione è che potrei dire cose in modo stupido (no, è una certezza). Odio la passività. Soprattutto in questo sistema che invece permette di essere così attivi, così creativi, partecipativi.
Ma come faccio a essere partecipativa nel commentare un testo quando per farlo necessito di un lessico che dovrei studiare anche in italiano perché specifico?
Che frustrazione.
(E mi masturbo scrivendo in solitudine in tedesco.)

(Intanto ho di nuovo la connessione. Amo la Germania. Amo come mi sorprende. Meglio di un amante a letto che mi scopre nuovi punti G.)

VB è stata qui per sei giorni. VB è stata la mia pausa. Fino a un certo punto. Il sistema universitario tedesco è puntualmente propedeutico, quindi non puoi assentarti a scelta: di settimana in settimana c’è qualcosa da fare.
Ma è stata una pausa.
(E ora ho vagonate di studio davanti a me.)
Ricordo con piacere un perdersi dopo una gelida passeggiata sul lungo mare, sentire il suono di un violino all’interno di un locale (di una Kneipe, altro termine intraducibile) ed entrare, così, in quel calore, facce giovani e vecchie e rilassate, strumenti in mano, ognuno il suo, birre sul tavolo. Un indigeno commovente, che mi ha dimostrato come le leggende metropolitane abbiano fondamenti di verità: due settimane fa ha nevicato e questo marinaio era in giro in pantaloncini al ginocchio e infradito.
Abbiamo bevuto delle Jever, birra tipica del Nord della Germania che tendo ad adorare. Tre giri, se ben ricordo. Una musicista né giovane né vecchia, né bella né brutta, semplicemente un po’ unica, ci ha rivolto (a me o a VB, non ho capito) occhiate così profondamente piene d’odio che l’ho adorata. Vi ho letto genuinità. Ero di buon umore. Ero intoccabile, non ero né una turista né un’autoctona, e mi ero infilata sotto le coperte ancora tiepide di Kiel.
La bacerei anche ora, la musicista, la bacerei mentre mi guarda con odio proprio perché mi guarda con odio, mio piccolo gioiello autoctono spuntato dal nulla.
La mia camera – nel mio appartamento che ha sulla porta un oblò – ha sempre più cose marinaresche. Richiami, solo richiami. VB ha contribuito massicciamente, ma è stata la ciliegina sulla torta. Ora ho una tazza con sopra stampati nodi marinari, ma il Captain Tea l’avevo anche prima. Ho anche un anello a forma di Kreutzknoten. Ho un thermos. Non che il thermos sia tipicamente marinaresco, ma la mia carriera di bevitrice di caffè inizia con un pubblicità della Nescafè, in cui una tizia usciva sul terrazzo al gelo con la sua tazza in mano, e sorseggiava guardando il mare. Potrei cominciare ad amare il freddo, perché qui è così fortemente chiaroscurato con il calore degli interni e delle bevande. Il thermos è tedesco e costando 5 euro tiene il caffè caldo per una notte intera. Non hai bisogno di sesso quando la vita funziona così. (Ok, quest’ultima non era credibile.)
E a proposito di sesso, ho avuto la mia dose. I dettagli non li volete, tanto li tradurreste nelle cose che per voi significano piacere. Dire «piacere» è tutto quel che di vero e assoluto si può dire. Le speculazioni attorno a questo piacere riguardano mappature e rotte, e cercare il corpo altrui alla ricerca di kymberlite che segnali la prossimità di un diamante.
Le conseguenze di questa caccia al tesoro sono: una settimana con i muscoli doloranti, mi si sono riscolpiti i muscoli e sono ancora mancante energie. Gli incontri con VB riconfermano un’antica verità: non so moderarmi. Quando la vedo, forse perché la vedo una settimana alla volta tra un vuoto e l’altro, le altre necessità fisiche vanno in secondo piano. Smetto di avere fame, smetto di avere sete – salvo, quando siamo in un luogo in cui non si può cadere l’una addosso all’altra (il che esclude i bus, perché sono riuscita ad avere un orgasmo anche in un bus tedesco – sì, sono pessima – sì, ne sono fiera e gongolo), l’arrivo improvviso di una fame vorace e il bere alcol senza riserve e senza ubriacature, perché il mio corpo è così stremato che anziché ubriacarsi cerca di far della birra (o del vino) puro nutrimento.
Insomma, sono a pezzi e soddisfatta.
Mi spiace solo di aver finito City of Thieves dopo la partenza di VB, perché avrei voluto passarglielo. Beh, vorrei passarlo anche a voi. Beh, l’autore è David Benioff (quello de La venticinquesima ora) e il libro è questo. Fatene tesoro, se amate i creativi che non si sottomettono alla retorica proprio quando la retorica setta regole imprescindibili. Non che sia un «senza genere», ma ci si avvicina.
E, visto che siamo nel momento dei consigli per gli acquisti, beccatevi:

Credo sia il primo film che ho visto in cui i personaggi fanno quello che è più intelligente fare e non quello che sono supposti – dal pubblico, dai canoni estetici, dai canoni, da Dio, da me – fare, ma che al contempo non delira solipsistico.
L’ho visto con Marcus, che sto vedendo poco. Non ho tempo. Me ne prenderò ancora, qualche sera, e lo sto dicendo a me stessa.

Mi manca un po’ l’Italia, potrei dire, ma ancora sarebbe scorretto: mi manca una lingua che so maneggiare sufficientemente. Mi manca conoscere, almeno ogni tanto, quel che ho attorno, sapere come gestirlo.
Ma sono felice di essere qui. Mi sento provvidenzialmente in viaggio, stando ferma qui. Attacco immagini di navi pescate qui e lì sulla porta e le infilo nei raccoglitori, ricordandomi che Kiel è una tappa, e per questo la sto adorando, perché mi ha permesso di considerarla tale.
Mi stanno venendo sottratte due tra le mie più vecchie e fidate certezze – la padronanza linguistica e l’essere preparata meglio degli altri – e sto su, abbastanza su da avere spesso squarci di pace interiore. Questo è fottutamente importante. Questo è fondamentale. Odio gli impegni fissati e la sveglia e sto su, dinamica e attiva. Sarei aracnofobica, vivo nel paradiso degli ottupedi e lo dimentico. Non ho tempo per speculare e non mi sento alienata (anche perché lo sono a livello formale, quindi sentirmici non sarebbe granché creativo). Esco con dei britannici! Quando VB era qui, a mezzanotte dopo il gioco atto a ubriacarsi (un gioco importato dai britannici, ovviamente), eravamo in giro con cinque britannici. (E volevo anche trascinarne uno a letto con noi, ma a VB non piaceva. Sigh. Non che io mi fossi chiesta se il tizio in questione ci sarebbe stato, ma quel che conta, si sa, è il gesto – e il non farsi domande fino a che non senti qualcuno che ti dice «Cosa stai facendo?» – ma, ricordando ubriachi frammenti, mi pare il tizio in questione ci stesse provando. Odio non avere memoria, rende la percezione che ho di me così instabile – amo non avere memoria.)
Sento di aver imboccato la via, cosa che solitamente risulta essere per me la più difficile in ogni processo. E la costanza, ovviamente. Ma – amo Kiel – Kiel è un passaggio.
E vado a crollare con Confessioni di una maschera.

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