Falena.

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”

Sedlacek è nato con questa frase.
Ossia: ho scritto la frase e non conoscevo ancora il nome della persona che la stava pronunciando.

L’altro ieri sera ho trovato una falena svolazzante in camera.
Ho tentato vanamente di farla uscire, con poco impegno – era tardi, avevo sonno, sveglia presto – e la falena è rimasta a volteggiare in camera.
Il mattino dopo era ai piedi della lampada, non più svolazzante, invece vibrante esattamente come un vibratore. Agonizzante? Probabile. Ma ho pensato che – non conoscendo i sintomi della morte delle falene – metterla fuori dalla portafinestra le avrebbe dato una possibilità.
La sera, quando sono tornata a casa, la falena era esattamente dove l’avevo messa, sull’esatta foglia su cui l’avevo deposta, e – ancora – si atteggiava a vibratore.
La faccenda si era fatta fastidiosa e disturbante.
Era sopravvissuta così a lungo? E per tutto il tempo battendo freneticamente le ali? Era un riflesso dovuto a Dio sa quali fenomeni fisici? Era un fenomeno paranormale?
O stava ancora, semplicemente, agonizzando?
Ho scaricato la faccenda a VB, facendo scegliere a lei: ha scelto di non terminare la vita della falena.
La scelta era una di quelle scelte che rendono arroganti in ogni caso, perché si sceglie senza sapere: non potevo sapere se sarebbe sopravvissuta o morta. Se uccidendola l’avrei salvata da un’agonia pre-morte o se le avrei impedito una lunga (quanto?) vita. Se non uccidendola l’avrei condannata alla lunga agonia pre-morte o se avrebbe vissuto la sua (lunga?) vita.
Così ho finto che la decisione fosse leggera e l’ho scaricata a VB.
Oggi pomeriggio sono tornata a casa, e la falena era ancora lì, immobile.
L’ho riportata in camera, e posata sulla libreria, e mi sono resa conto che immobile non era. Anzi, ha avuto un impeto di frenesia, e ha ricominciato a sbattere le ali girando in tondo sulla mensola. Buon segno: poteva farcela. Non se cadeva dalla mensola, magari, e quindi l’ho spostata dentro un coperchio – ed ecco che, appena l’ho posata di nuovo, ha smesso di muoversi.
Mi sono soffermata riflettendo sul come avessi assistito esattamente alla morte della falena dopo una così lunga sopravvivenza, e ho pensato e pensato e pensato. E mi è venuto in mente Sedlacek, partorito dicendo che le ali delle farfalle sono tinte dalle loro feci. Non ho mai appurato se sia vero o meno, poiché ai tempi così credevo – informazione tratta da Dio sa dove. Non sapevo, fino a qualche minuto fa, che differenza ci fosse tra una farfalla e una falena. Ma non importava.
La falena morta era un simbolo su cui volevo riflettere ancora, e così – poco fa – ho preso ago e filo decisa ad appendere la trapassata (a breve anche da un ago) falena da qualche parte in camera.
L’ho trapassata, e la falena ha ricominciato impercettibilmente a muoversi. Ho passato due o tre minuti così, con la falena trapassata da un filo, contemplando la faccenda.
Adesso la falena è morta, smembrata in un minuto (non è facile fare a pezzi una falena), gettata nella spazzatura.

Ho scritto che la faccenda si era fatta fastidiosa e disturbante.
Si è fatta tale quando mi sono trovata davanti al mio essere la persona che preferisce fare quella che dà il colpo di grazia per salda pietà che abbandonare il morente lontano dallo sguardo e dai ricordi (o soffrirgli di fianco aumentando le sue pene).
È confortante questo ruolo, perché ci si sente meno deboli e più caritatevoli – più giusti, nel senso di “agire logicamente per una soluzione ottimale”. Ma per sapere ciò che è ottimale bisogna conoscere i presupposti, e io non sapevo che indicasse lo sbattere frenetico delle ali di una falena apparentemente morente. Finirla sarebbe stato un atto d’arroganza che avrebbe cessato ogni altra possibilità e riflessione.
Lasciandola per un po’ un vita invece ho dovuto riflettere. Su tante cose. Dalle più semplici – la falena che incede freneticamente verso la morte, metafora della vita di alcune persone – a quelle meno risolte.
La compassione, ad esempio.
Vederla così morente e il desiderio che vivesse o morisse, perché quella via di mezzo mi costringeva a pensarci. A valutare la mia scelta. A essere pronta a realizzare di aver sbagliato. Ed è stata, credo, la compassione a rendere la faccenda fastidiosa – come osi, tu falena, farti com-patire così a lungo? Vuoi deciderti a vivere o crepare? Mi vengono in mente grottesche scene di film sulla banalità del male in cui il carnefice troppo incapace non riesce a far fuori la vittima per motivi poco elevanti – pistola inceppata, la scure non raggiunge organi vitali, le dita non sono abbastanza forti per strozzare, e perché quello stronzo non si decide a crepare?
L’avrei uccisa per compassione, ma sarebbe stato un meccanismo perverso: giacché non ho voglia di patire con te, ti ammazzo così smetto di patire.
Ma anche tenerla in vita si appellava alla compassione – vivi, vivi poiché è bene per me vivere.

Sul perché volessi infilzarla e appenderla potrei dare tante spiegazioni aggiuntive, oltre a quella già data e per me (me sola, forse) soddisfacente: volevo riflettere su un simbolo. Ne avrei cavato qualcosa, così come ho cavato qualcosa dal tenerla in vita. Non che il mio obiettivo nel tenerla in vita fosse prioritariamente cavarne qualcosa, ma era successo e con ciò mi aveva dimostrato che poteva succedere. Avendola morta, e avendo scoperto il trucco (se ce l’hai in camera o dieci centimetri fuori dalla camera ci speculi sopra) volevo prolungare il meccanismo.
Amo i miei feticci, perché sono terribilmente di breve durata – come la vita delle farfalle, giusto? E quando crepano non si decompongono. Non visibilmente, perlomeno. Ho ancora a casa un quadro al cui centro giace sotto plastica una falena che si era fossilizzata vicino a una lampadina. Il quadro l’ho chiamato Estetismo (come la corrente artistica, nello specifico): prendi una cosa viva e bella e ammazzala per metterla sotto vetro e averla per sempre. No, non amo l’Estetismo. Ma comunque. Amo i miei feticci di breve durata, rituali d’invocazione da salotto che talvolta stupiscono – perché tieni una falena morta appesa di fianco al letto?
Ho riflettuto sull’eventualità che qualcuno mi domandasse schifato il perché del cadavere. Ho pensato che lo schifo e l’indignazione davanti a un cadavere sono compassione a basso prezzo. È compassionevole evitare di tenersi un ricordo morto di fianco al letto? Lo è: ci si evita di com-patire – compatire astraendosi, perché un cadavere non soffre. È una compassione a basso prezzo perché non richiede di agire, non chiede di scegliere, non chiede responsabilità; solo buona creanza.
E la falena morta appesa al muro è come la catena di sant’antonio che denuncia i bambini che muoiono di fame in Paesi africani che non sapreste elencarmi (oh, neanche io – ci sto lavorando), come la barzelletta sull’ebreo e il posacenere, come ridere a un funerale, come pisciare su una tomba. Non ha nulla a che fare con la compassione reale, quella che coinvolge – ossia: tira in mezzo, trascina nella causa, chiede di decidere – ha piuttosto a che fare con tabù che non devono essere disturbati. Trapassare un corpo con un ago è disturbante, se il corpo è vivo (e infatti mi ha disturbato scoprire che lo era); un corpo trapassato morto è disturbante per chi condivide il tabù.
Ma, stranamente, non è al tabù o alla buona creanza che ci si appella quando si chiede a qualcuno di evitare una certa cosa (la falena appesa, cinismo sui bambini in Africa, la cinerea barzelletta, ridere al funerale, defecare sulla tomba): ci si appella all’umanità (e che condanna per l’intelletto italiano che questa lingua non distingua human da humane) della persona, alla sua compassione.
Ho compatito la cestinata falena per due giorni (non di fila), ma sarei stata tacciata di mancante pietà se l’avessi appesa al muro già morta. Avrei potuto essere tacciata di ciò da qualcuno che avrebbe sbattuto la falena fuori da casa propria dimenticandosene. Beninteso, non sto dicendo che sia più giusto o umano o bello e buono e altri termini a caso dalla connotazione positiva decidere di com-patire la falena seguendo l’evoluzione della sua tentata sopravvivenza, cercando di agevolarla. È, semplicemente, diverso dal non farlo.

Non so di cosa sia fatto il pigmento sulle ali dei lepidotteri. So che è una polverina che si sparge tutt’attorno e copre le dita. Non importa che siano feci o polveri di stelle: quando è morta sono feci. Anche il sangue è fecale quando proviene da un corpo morto.
Non so questo cosa c’entri con Sedlacek, ma deve per forza averci a che fare, perché Sedlacek da questo è nato. Quando – con il tempo – si è evoluto e ampliato, e fin troppo, come accade ai personaggi importanti per l’autore, guardavo a quell’immagine per ritrovare il suo “vero Io”. E tuttora vi guardo.
Senza Sedlacek probabilmente ora non starei seguendo due corsi della facoltà di giurisprudenza in tedesco. Ma non so essere monogamente grata neanche a me stessa: Sedlacek è solo uno dei mille concatenati motivi. È più facile da colpevolizzare, perché è fatto apposta: è un simbolo. (Corretto: è un copulare di simboli.) È estremamente compassionevole, perché se non lo fosse non potrebbe essere un buon carnefice machiavellico. Ma non è vittima del proprio compatire, o non potrebbe essere carnefice. Sa dosarlo, farlo partire e fermarlo, dividere il tempo del piacere da quello del lavoro, e far svolgere le due procedure contemporaneamente in compartimento separati. Per questo è uno psicopatico (nel senso foucaultiano del tempo: un pericolo per la società): governa i soggetti dei tabù che ha in sé anziché farsi governare dai tabù, e quindi non è governabile, ma può essere un cittadino perfetto quando soddisfatto, e sa soddisfarsi sviando le regole ma senza opporvisi frontalmente (è un avvocato).
Se penso alla sua evoluzione lo vedo in prigione. Essere rinchiuso corrisponderebbe alla sua liberazione, perché significherebbe che ha finalmente infranto il grosso tabù che ha: il dover stare dalla parte della legge. Un simile personaggio, per sbocciare (“L’uccello combatte per uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere il mondo.”), deve frantumarsi frantumando il sistema. Perché tale corrispondenza esista è necessario che nel sistema sia perfettamente integrato, e lo è. Perché non è un rivoluzionario, e ciò perché Sedlacek non trasgredisce – e questa è la mia eredità in lui. Tra Sedlacek e gli oggetti del suo desiderio nessun tabù funge da clitoride. Non ha motivo di dover infrangere le leggi – ma si troverà a farlo se smette di essere genialmente (e quindi, psicopaticamente) padrone di sé.
Ma non ce lo vedo Sedlacek in prigione. È un personaggio mondano, che nella mondanità civilizzata usa la becera violenza fisica perché questa è inaspettata. In un prigione sarebbe un colletto bianco disarmato. Me lo distruggerebbero. Ossia: diventerebbe un altro. (O morirebbe, se volesse rimanere coerente con ciò che è.)
Il problema è che non ce lo vedo neanche nell’atto di suicidarsi.
Il problema è che non rimangono opzioni, ed è perciò, probabilmente, che non so dare una storia a Sedlacek. Posso dargli solo ruoli che non soddisfino interamente il suo senso. Squarci su tutto quello che gli ho ficcato dentro (quel “copulare di simboli”). Il dramma di creare protagonisti che in realtà sono deuteragonisti di fondamentale importanza per la trama di qualcun altro.

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