Giorni incasinati.
Docenti che mi dicono che non sarò in grado di dare l’esame del loro corso perché il mio tedesco è troppo esiguo e un placement test che mi colloca nel gruppo più avanzato, facendomi sorpassare persone che parlano e capiscono il tedesco meglio di me. Buone le basi e il potenziale. Assistere alle lezioni è stressante, orecchie tese a cogliere i punti fondamentali, parole tedesche scritte a bordo pagina da tradurre a casa.
Mi dolgono le gambe, perché ho ballato troppo. Che strana cosa. Dimenarsi insensatamente e divertirsi così – sono tornata a casa con Marcus intonando in coro “Scheiße!”, per motivi simili e opposti.
Lui ha trovato un ragazzo carino ma Marcus cerca l’uomo della propria vita e – qualsiasi cosa sia l’uomo della propria vita – costui non lo era.
Io perché ho trovato una ragazza meravigliosa che però cercava la donna della propria vita e – qualsiasi cosa sia la donna della propria vita – io le ho detto che non potevo esserlo per come lei intendeva la faccenda. È stato difficile. Con le dita bagnate di lei e i suoi occhi tremanti che mi fissavano con struggente desiderio è stato molto difficile essere sincera. Lo è stato anche togliere le dita, a dirla tutta. Sapevo di avere una certa possibilità di convincerla a continuare semplicemente facendo finta che non avesse parlato, con però anche la possibilità che lei fosse veramente convinta di ciò che diceva (ossia: “Non posso.”) e quindi di diventare l’inelegante (eufemismo) della situazione. Ci piace raffigurarci despoti solo in un mondo che ci adora per ciò, non in un cesso a Kiel.
È stato tutto molto struggente. Da fiaba. Tedesca. Dovevo arrivare a Kiel per avere lirismo da fiction in un cesso. Ero commossa. E straziata – lasciarla andare, lasciare andare quel viso (e tutto il resto), e gli occhi che non riuscivano a staccarsi dai miei e le labbra tremanti e tutto il resto…
Ci penserò per giorni, e non perché sono una speculativa, ma perché sono in cotta ormonale.
Giacché nel mio mondo Dio è il Dio che Ride, la tizia mi ha lasciato il suo numero di cellulare. Mea culpa. D’altro canto l’ho trascinata nei cessi dicendole che sarebbe stata tutta mia responsabilità, e quindi sta sempre a me insistere per portarla sulla mia strada. Odio fare la parte della corruttrice quando mi sento santa. Alla fine le ho dato la buonanotte via SMS e magari le scriverò. Dubito mi risponderà. E se lo farà sarà tutto dannatamente lungo, complesso e difficile – probabilmente troppo lungo, complesso e difficile per l’interesse che provo per lei, che comunque è marcato (sono in cotta ormonale).
Anyway, ciò è avvenuto dopo una bella serata, iniziata a casa di Marcus con tanto alcol e “ring of fire” come gioco, che consiste nel pescare carte e fare quello che è previsto tu faccia a seconda della carta che peschi. Ad esempio: il 2 corrisponde al bere. Ad esempio: il 3 corrispondere all’obbligo di bere a tutte le donne. Ad esempio: il 6 corrisponde all’ennesima cosa atta a far bere. È un gioco letale, senza alcuna decenza né pietà (ho dovuto bere un miscuglio fatto di vodka, martini, succo di mela e di mirtillo, e birra). È un esempio di goliardico nichilismo.
Quando siamo usciti di casa Marcus era ubriaco. No, eravamo tutti ubriachi, ma lui di più.
Sono state scattate foto della nottata, e prima o poi saranno online. Nel frattempo vi porto l’unica in cui non c’ero. Dirvi “chi è chi” sarebbe troppo facile, ma potete tirare a indovinare. Tanto, conosco i nomi solo di tre di quelle persone.

Giorni scanditi da sogni a volte un po’ allucinanti.
Io che vivo in un appartamento sulla spiaggia e ho come coinquilino SB, e ci litigo nuda perché lascia le porte-finestre aperte ed entrano barboni.
Io che finisco in un complotto della De Beers, che mi insegue.
Io che scopro che i miei coinquilini mi hanno finito le bustine di the e faccio un discorso sul rispetto e sulla responsabilità.
Molti non li ricordo, ma al mattino mi rimane la consapevolezza di aver visto e vissuto cose traslucide e sfavillanti e devianti (in senso neutro, buono e cattivo assieme).

Giorni scanditi da messaggi scambiati con Doc, disquisendo di massimi sistemi – pedofilia, tabù, Foucault, formazione…
Discuto senza remore né timore – senza filtro – in performance di quella che a volte viene chiamata “onestà intellettuale”, ma che credo sia anche “voglia di scaricarsi il cervello”.
Doc è tenera e mi commuove e mi fa piacere. Mi piacerebbe approfondire la conoscenza, ma il fatto che stia per sposarsi me la fa mettere in “stand-by”: da qualche parte nel mio cervello, in uno slot non fondamentale. Sono stanca di rischi – il rischio di investire in rapporti pre-delineati, ossia un rischio in cui è così facile inciampare, così quotidiano – e in questa romantica Kiel in cui le coppiette romanticizzano particolarmente il loro rapporto cerco il mio posto nel mondo. Trovandomi, ancora, senza luogo. Non è questione di sentirmi estraniata dai rapporti umani – il rapporto con una VB funge da trofeo quando devo ricordarmi che tutto è possibile – è più questione di sentirmi estraniata culturalmente. Tipo: nel cesso con la tizia io romanticizzavo una cosa e lei romanticizzava tutt’altra. E probabilmente le due visioni si offenderebbero a vicenda. Incompatibilità. La solitudine non dell’essere soli, ma del non avere granché persone con cui condividere la narrazione di aspettative. La cosa più simile a me qui è stato un O. che mi ha detto:
“Il mio programma è trovarmi una persona con cui scopare per i mesi in cui sto qui.”
E io gli ho domandato candida:
“Scusa, ma perché solo una, a questo punto?”
E lui non ha saputo rispondermi.
(E io potrei rispondere per lui che è questione di abitudine mentale e di comodità, quella di un contratto a termine. Rapporti a termine come i lavori nell’industria del junk-food, monogamia seriale. Il programma di O. è il figlio bastardo e razionalizzato di una tendenza diffusa.)
E così mi manca una VB per il semplice motivo che mi capisce, o così dovrebbe essere, perché in teoria con lei condivido un rapporto come piace a me. Perché una VB è una persona che oltre a dirmi “Avresti ragione.” enjoya la sottoscritta, e le crede nei fatti e non solo a parole. La gioia di raccontare l’aneddoto della tizia nei bagni con il pathos (e il fastidio) del caso, e quella di VB che mi risponde con commenti ironici che voi miseri mortali (!) siete abituati a ricevere da amici per cameratismo e non da amanti. La gioia di sapere che a breve sarà qui e potrò condividerci tutte le delizie del caso nel mio letto singolo. Sono ingorda, voglio tutto assieme. La romanticizzazione dell’amore, il guardarsi negli occhi vibrando, la battuta sarcastica figlia del cameratismo, l’orgasmo figlio di un’intesa fisica, l’amico che liquida le cazzate che dici senza remore: voglio tutto assieme. Perché voglio che la mia vita prenda esempio dai miei rapporti: mai accontentarsi. La voglia di rivedere VB porta con sé il dispiacere del domandarsi quante altre persone troverò così.
Nel frattempo sprono VB a lavorare alla sua vita, in ogni senso; anche per il timore che – giacché di altri rapporti così intensi al momento non ne ho – si interfacci a me come potrebbe interfacciarsi a un fidanzamento. Non è abbastanza stupida da farlo intellettualmente, ma non è l’intelletto per cui temo. Voglio che rimanga libera, e per “libera” intendo: prendere le proprie scelte importanti (e anche meno importanti) indipendentemente dalle persone importanti (e anche meno importanti) nella propria vita. Dai pantaloni che si indossano al luogo in cui si sceglie di morire. Voglio sapere che le miglioro la vita, come lei migliora la mia, non che la vita gliela veicolo. E se mi faccio paranoie è a causa del fantasma del suo ex – che non coincide al suo ex, pace ai sentimenti suoi, ma al modo in cui VB ci si interfacciava. È il foucaltiano timore dell’abitudine.

Questi giorni sono anche scanditi dalla lettura di libri per la tesi. Vi aggiorno poco a riguardo perché ho poco tempo, che ho speso compilando delle schede dei suddetti, appena mandate alle mie due referenti (quella formale e quella informale) in Italia.
I diamanti sono cari amici, perché sono una bugia che fotte le bugie che non tollero: la monogamia romanticizzata, la promessa di un’eternità generale. Amo i diamanti perché vengono comprati con mille sacrifici da chi insegue queste chimere. Li amo perché speculano a danno di chi partecipa a miti che aborro. Se poi i diamanti evitassero anche cose come i conflitti e lo sfruttamento li amerei veramente senza indugio, ma non so se ciò sia possibile.

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8 comments

  1. [Mi dolgono le gambe, perché ho ballato troppo. Che strana cosa.]

    Ha ha join the club.
    (Scusa non ho potuto resistere :P)

    [Voglio che rimanga libera, e per “libera” intendo: prendere le proprie scelte importanti (e anche meno importanti) indipendentemente dalle persone importanti (e anche meno importanti) nella propria vita.]

    Secondo i tuoi standard, sono libera anche io. Per ‘libera’ intendi mentalmente? Anche se in una relazione?
    I’m curious.

    1. [Ha ha join the club.]
      Tsk. 😛

      [Secondo i tuoi standard, sono libera anche io. Per ‘libera’ intendi mentalmente? Anche se in una relazione?]
      Non credo nel “bianco&nero”, ma alle sfumature.
      Conosco persone accoppiate (o sposate) molto più libere in questo senso che single inaciditi che si fanno vincolare da scelte come “Non mi innamorerò mai più di [categoria]”, o che dipendono dal giudizio altrui per altre cose (come vestirsi o come pensare) – o che dipendono da mamma o papà o dagli amici.
      Se quando ho conosciuto una VB mi sono fatta prendere è anche perché non ho sentito “muri”, perché VB – allora fidanzata – gestiva i suoi altri rapporti come parimenti importanti e indipendenti. Tradotto: il suo ragazzo non aveva diritto di dirle cosa fare e con chi farlo – con alla base quella fedeltà fisica d’obbligo, certo, ma che nel caso di VB era IMHO per lei semplice da rispettare: non era attratta da altre persone, quindi essere coerente non era una crociata. (Per me lo sarebbe molto più, al di là dei miei principi.)
      Tu sei una di quelle persone che credono troppo nella libertà personale per farsi vincolare eccessivamente da altri, ed è questo uno dei motivi per cui ti dico che ami troppo “altre cose” (la tua vita) per “amare” (in senso “classico”, nella “classica” manifestazione dell’amore per com’è concepito oggi) una persona. Hai troppi sacrifici da fare e compromessi con te stessa da stipulare per avere spazi per sacrifici e compromessi con una persona. Devi trovarne una che non te ne chiede nessuno (o quasi).
      E, di fatto, ci conosciamo da anni. 🙂

      1. Ma il rapporto monogamo in quanto “stare assieme” o “fidanzamento” non è che il proemio a uno schema di vita, che non si rifà a principi amorosi ma a un fondamento della società: la famiglia come nucleo base della società. Oggi è relativamente fattibile farsi una vita da soli, e con ciò intendo: vivere da soli (potendoselo permettere a livello economico), badare a se stessi da soli (perché per qualsiasi malattia e disagio c’è una società assistenziale), crescere i propri figli da soli (perché ci sono posti in cui lasciarli mentre lavori), etc…
        Quindi oggi possiamo dirci che “decidiamo” di sposarci, che entriamo in un matrimonio di nostra volontà (e decidiamo NOI chi sposare), ma il dispositivo in cui entriamo (il matrimonio) non è figlio di un sogno romantico, ma della struttura di una società (quella basata sulla famiglia “ristretta”, che prese il posto della “famiglia-clan”).
        Oggi possiamo dirci che “decidiamo” di essere fedeli, ma la fedeltà coniugale non è stata tutelata in passato da rivoluzioni culturali atte a preservarla, bensì da condanne e sanzioni e risarcimenti da pagare (e preti con il dito puntato sul peccato).
        Oggi possiamo raccontarci – giacché finalmente abbiamo i mezzi per vivere da soli, anche senza essere straricchi e senza dover diventare barboni – che partecipiamo alla coppia per scelta, ma questo modello di coppia è figlio di un’esigenza o di un calcolo fatto non sulle basi dell’amore romantico.
        È come se ci dicessimo che portiamo il corpetto per scelta, e non perché la moda lo impone o perché abbiamo la schiena storta. Il fatto rimane: indossandolo, abbiamo meno libertà di movimento.

        1. Un matrimonio è un contratto legale tra persone. Implica una serie di doveri al di là dell’apertura mentale e della libertà interiore del singolo. Se ti sposi e poi “trascuri” finanziariamente o in altro modo il tuo partner, il tuo partner ha il diritto di appellarsi alla società e portarti in tribunale. A volte capita. Nella maggior parte dei casi fare una cosa del genere risulterebbe troppo “a-romantico”, e quindi si opta per un’altra soluzione: divorzio. Chiudi un amore, ti dici che era quello sbagliato, e passi al prossimo (monogamia seriale: rimane intatto la fede nella monogamia tramite distruzione dei singoli rapporti nel tempo). Ma la società basata sulla famiglia non è fatta per procedere a divorzi, e perciò oggi non esiste una soluzione per i bambini delle coppie divorziate (o, perlomeno, non esiste una soluzione che dia al bambino una soluzione “radiosa” – e non perché l’unico modo di essere felici è avere due genitori, ma perché questa società non organizza altri modi di essere felici). Voler mantenere la nostra “libertà personale” divorziando equivale troppo spesso al rovinare la vita di un bambino. Decidere di rimanere assieme per il bene del bambino fa poi dire alle persone che “il matrimonio è una gabbia”.
          Come ti ho scritto, conosco persone sposate mille volte più libere di alcuni single. Esistono anche persone con difetti fisici che vincono gare sportive. Sono felice quando incontro questi casi, ma questi casi sono così rari che IMHO basare la società su un’eccezione è stupido.

        2. Bisognerebbe parlare di quanto libera sarai quando avrai un figlio, in questa società che consegna i bambini al “dispositivo coppia”. Adesso hai la possibilità di fidanzarti e scoppiarti quante volte vuoi (amo chi a tal proposito ha coniato il termine “monogamia seriale”, lo amo tantissimo), senza pagare avvocati e senza dover pensare al futuro della tua progenie.

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