Un gruppo su Facebook si chiama:

vivi in Italia?benissimo..allora ti togli il velo e rispetti le leggi!

E io penso al fatto che vicino a casa di Marcel, da cui ho vissuto per qualche giorno, c’erano dei cartelli dell’autoctono partito nazionalista, ritraenti donne con il velo commentate con un:

Tornate a casa, non entrate a casa nostra.

(In tedesco suona meglio perché è un gioco di parole, ma è intraducibile.)
E penso che quel cartello c’era – certo che c’era, e ci sarà uno Stato la cui Nazione non si sente tale chiudendosi in sé e facendosi proclamare da un partito? – ma era stato strappato e spaccato a metà, e giaceva a terra. Irrispettosamente detronizzato. Faceva effetto, qui a Kiel, Germania, che giacesse a terra come un sacco della spazzatura.
E penso che di cartelli irrispettosamente stracciati se ne vedono anche in Italia, ma sono quelli che inneggiano a eguali valori indifferentemente da ciò che si porta sul capo, mentre sui giornali l’inchiostro fresco parla di politici che si sentono in diritto di irrispettosamente parlare come populisti de’ mie’ cojoni.
Populista de’ mie’ cojoni: il populista della domenica. Il populista dilettante, non professionista. Ma per fare politica, quando la politica è una faccenda sentimentale, non serve essere professionisti. Mezza Africa lo sa. (Facciamo un terzo…)
A livello di diritti umani il populista de’ mie’ cojoni è meglio del populista professionista, perché è il secondo ad avere le capacità organizzative necessarie a segnare la storia con un Olocausto. Ringrazio l’Italia di essere incompetente a livello organizzativo, perché se si mettessero in atto tutte le velate e non velate minacce che le personalità famose fanno all’Altro (l’Altro: l’immigrato o con cittadinanza con la pelle scura, omosessuale o che lo sembra, comunista) sarebbe una tragedia – invece è una tragicommedia.
Ovviamente parlo, beatamente, da persona che ora in Italia non ci vive. Quel che ho dell’Italia è quel che i giornali e i Facebook mi offrono: le voci ufficiali e non ufficiali. E continuo a pensare che i problemi reali non siano quelli che si vedono, e che gli italiani amino rincoglionirsi con problemi a breve termine per non affrontare quelli a lungo termine. Meglio denunciare l’ineluttabilità di un Governo corrotto che togliersi lo sdegno da sotto il naso e non spingere il prossimo a te sconosciuto in metro. Articoli da prima pagina sul maschilismo del premier letti da donne al bar che attendono che il principe azzurro arrivi e le seduca. Ma sono kantiana (solo all’imperativo, il suo condizionale è troppo astruso).
E leggo:

“in Italia il cittadino comune non riesce a percepire la gravità del suo status sociale e continua a vivere nell’illusione della democrazia.”

Ma sento che è troppo facile sparare frasi altisonanti da qui. D’altro canto due mesi fa sentivo che era troppo facile sparare frasi altisonanti senza sapere com’era il resto del mondo. Non che ora lo sappia.
Quel che so è che ho un rigetto. Ve l’ho detto, sono come la fidanzatina di turno che ha appena mollato il ragazzo e quindi sputa merda su tutto ciò che ha caratterizzato quel rapporto. No, elogio il buonsenso individuale italiano, la capacità di cavarsela in una società inaffidabile. Se fossi cresciuta a Kiel, e scoprissi in quanti modi uno Stato può fottere l’individuo, diventerei paranoica. Ma forse meno fatalista.
Quel che qui non trovo è l’ineluttabilità.
Ineluttabilità:
“Non ci si può fare niente. Il mondo va così. Il marcio è marcio. Certe cose vanno così e basta.”
Ricordo il corso di sociologia e l’analisi dell’impatto della storia della Seconda Guerra. Che lezioni hanno appreso le diverse Nazioni?
La Germania ha fatto proprio un senso di colpa assoluto, interiorizzato – la Germania come Kindergarten in cui tutti devono essere gentili moralmente, come si insegna ai bambini, nei confronti del proprio prossimo. Fai il bravo bambino, sii gentile. Non insegni a un bambino ad agire gentilmente, ma a esserlo. Marcel è la persona che qui conosco più “pericolosa”, più machiavelicamente lesiva in potenziale, e lo è proprio perché ha interiorizzato l’imperativo “aiuta il tuo prossimo”.
In quella lezione l’Italia è stata analizzata come una Nazione che si dice:
“I fascisti erano cattivi. Sì, noi eravamo fascisti, ma in realtà non lo volevamo: noi eravamo i partigiani. E il colonialismo è stato un male. Ma noi non eravamo colonialisti – scherzi, quelle due sparute Colonie lì? Non mi ricordo neanche quali erano. È sempre stata colpa del Governo. È stato il Governo a fare le Colonie, era il Governo a essere fascista, è il Governo che non funziona – io non posso farci nulla.”
Domandarsi chi tra i due sia peggio è un bell’interrogativo. Me la caverei dicendo che odio l’Inghilterra con la sua democrazia d’esportazione e i suoi eroi sessualmente castrati, ma i miei amici qui sono britannici. (Non che sia indicativo: raggiungo sempre a braccia aperte il mio nemico, per capirlo. Non che sia indicativo: una persona non è, per fortuna, il popolo in cui viene annoverata.)
Quel che so è che ho mezzo proposto a VB di venire qui quest’inverno, quando non lavorerà. L’idea non mi è venuta perché VB mi manca da morire (mi manca, in maniera che definirei “sana” se sapessi cos’è la “sanità”, oltre che un valore di compromesso differente in ogni società), ma perché voglio che VB sappia un po’ di tedesco, come voglio che migliori il suo inglese.
Scriverei:
“Italiani! Insegnate ai vostri figli l’inglese, sì che non siano un giorno ciechi e senza via d’uscita come voi siete.”
Sì che abbiano possibilità di scelta, insomma. E non perché l’inglese offra la possibilità di vivere altrove, ma perché l’inglese offre la possibilità di leggere stampa estera (e non solo inglese) e quindi di fare confronti. Perché non posso parlare dell’Italia con una persona che ne legge solo grazie ad articoli italiani, perché i suddetti sono stati scritti in Italia, e l’Italia sta vivendo un periodo di terribile accentramento dei mezzi di produzione dell’informazione. Non posso parlare a questa persona perché parlare richiede l’uso di convenzioni, quali un comune linguaggio – un comune insieme di parole e di nozioni-base. Avremmo nozioni-base differenti.
Così ho premura, giacché a VB tengo, che migliori il suo inglese e impari un po’ di tedesco. Potrebbe imparare lo spagnolo o il giapponese o l’indiano: sarebbero ulteriori possibilità. Diciamo che il tedesco è la lingua di un Paese più accogliente (e la Germania lo sa, con la storica migrazione italiana; la Germania che deve essere gentile dentro e tenere le porte aperte). Diciamo che ribadisco a VB da tempo che si accontenta, che fa un lavoro pesante per uno stipendio minimo; diciamo che non confido nella sua capacità di vendersi al prossimo per un prezzo più alto, ma confido nel fatto che in Germania il suo stipendio minimo sarebbe più alto di quello italiano.
Certo mi è venuto in mente di proporre a VB di stare qui qualche settimana per imparare un po’ di tedesco anche perché la Germania potrebbe essere un bel posto in cui vivere per me. Nella mia visione ideale io non ho una casa, ma un luogo in cui tornare qualche mese all’anno tra un impegno di lavoro e l’altro, ma cerco di pensare in termini reali – e in termini reali qui non sembra essere male. Un accordo tra me e Me, stipulato tempo fa, fa sì che io non possa anteporre persone ai miei viaggi – tradotto: non ho il diritto di stare in un luogo X a causa di una persona. Ognuno subisce i compromessi che fa con se stesso. E considerato che a VB ci tengo, e non le proporrei di seguirmi nella baraccopoli di Johannesburg, la mia testa si giustifica bene mentre considera i “pro” della Germania contro i “contro” dell’Italia.
Ma non è soltanto VB.
Vorrei che tutte le persone che conosco e che stimo conoscessero perlomeno l’inglese bene. Beh, questo lo volevo anche prima. Ora lo sento necessario – come se questa conoscenza fosse diventata un presupposto per l’instaurazione di un rapporto. “Non posso amarti, non conosci l’inglese.” è la traduzione di “Non posso amarti se non conosci l’inglese, rischio di sapere a priori che sei vincolato qui.”

Andando direttamente alle questioni sentimentali, VB mi manca. Ma questa nostalgia è parte di una nostalgia generale, che ha in sé una strana curiosità, quella che nasce dalla domanda: “Come sarebbe ora essere di nuovo in quel posto? Sentire di nuovo quell’odore?” Una nostalgia simile all’avere l’improvvisa voglia di un gelato al pistacchio e sapere che non ne avrai uno prima di tot mesi. È diversa dalla nostalgia straziante che viene dal bisogno – mi è successo una volta, da che sono qui, di sentire di avere bisogno di tornare a casa. La notte prima ero totalmente ubriaca e ne subivo ancora i postumi, dovevo organizzare delle cose e non sapevo da dove partire, avevo discorsi da fare in tedesco senza sapere il tedesco. Quello era bisogno.
Quando sono tornata da Berlino, o da Monaco, nel caos milanese avevo una perla dolce: nei bar, e nei negozi, potevo rivolgermi alle persone senza subire lo stress della barriera linguistica.
Ma, considerato che qui quello stress è inferiore a quello provato in Italia, anche questo viene meno. La barriera linguistica rimane, ma di norma i negozi e i bar (e le burocrazie, soprattutto) sono più facili da affrontare, quindi la barriera linguistica viene affrontata con gioia, essendo l’unico impedimento.
E così non è esatto dire che mi manca il clima mite di Lecco: vero è che ho voglia di risentirlo per qualche ora.
Certo, mi mancano le mie amate bestie, vagamente insostituibili. Ma a questa nostalgia si aggiunge il senso di colpa di essere qui e non lì a farmi rompere i coglioni dal gatto che vuole le coccole, di sentire la leggerezza del sapere che non devo portare fuori il cane e che posso lasciare i vestiti per terra senza che vengano stracciati da unghie e cosparsi di peli.
Mi manca Mater, ma più che voler essere lì per vederla la vorrei qui. Qui: senza lo stress quotidiano dei parcheggi selvaggi, qui che è la patria dei suoi amati party, dove una città quattro volte più grande di Lecco è immersa nel verde.
(Il cane, qui, invece non ci potrebbe stare: abbaia. Dio sa perché i cani qui non abbaino: probabilmente li reprimono come reprimono le lamentele dei bambini, che qui non strillano nei negozi finendoti addosso mentre corrono.)
Mi mancano incontri, forse più di quanto mi manchino le persone che a quegli incontri trovo: mi mancano atmosfere, certi argomenti di discussione, certe occasioni. Ho voglia di rivederne alcune, ma, come detto, le vorrei qui, non vorrei ritrovarle dove le ho incontrate. Non vorrei dover scendere al compromesso di una Milano annoiata e lamentosa per un caffè veloce in un angolo che ti mette fretta. Non vorrei dover scendere a quello di condividere un locale popolato da ragazze e donne stressate dalla propria apparenza quanto la fauna maschile lo è dalla propria iniziativa. È così… teatrale. Così teatrale che è una cosa che farei una volta ogni tanto, come ogni tanto si va in vacanza. Passare una serata parlando con persone troppo occupate a tenersi d’occhio per divertirsi. (Ok, qui le persone si divertono così tanto che sembrano mucche a cui sia stato appena aperto il recinto.) Un teatrale poco fantasioso interiorizzato. Che già ricordo poco. Ricordo la sensazione di sentire addosso aspettative sociali altrui mal portate.
Per quanto concerne i rapporti personali, sto avendo prova di essermi mantenuta relativamente “sgombra”. Tradotto: non mi vengono in mente granché persone che mi manchino veramente. Ossia: non mi vengono in mente persone. Non mi pop-uppano in momenti inaspettati chiedendo attenzione. Se ci fossero sarei felice, ma è Facebook a ricordarmele.
Lo scopro mentre Marcus, in una piovosa serata (come metà delle serate qui), mi parla con voce spezzata dei suoi amici lasciati in Inghilterra, e sta per mettersi a piangere. Gli circondo le spalle con un braccio e dico qualcosa di consolatorio e poi qualcosa di sdrammatizzante. (Contando sull’empatia, giacché dire qualcosa di consolatorio e qualcosa di sdrammatizzante in tedesco è arduo.) Gli scrollo le spalle, faccio una battuta, lo faccio ridere e penso agli amici che dovrebbero mancarmi, e trovo una piazza vuota. Allora penso alle possibilità che mi mancano: la possibilità di fare discorsi profondi, articolati, cosa che in inglese e tedesco non posso fare. Ma queste possibilità che mi mancano nel senso di “non avere l’opportunità di” non mi mancano nel senso “di provare nostalgia per”. Che d’improvviso non mi interessi più al mio discorrere speculativo? E poi realizzo che il mio soddisfacente discutere speculativo lo soddisfo ora mezzo LJ come lo soddisfacevo prima mezzo LJ. Realizzo, o forse ricordo, l’aver discusso in modo speculativo con persone in carne ed ossa e la brutta sensazione, simile al masturbarsi senza riuscire a raggiungere l’orgasmo, di aver mosso le labbra per nulla. Di aver gettato benzina in macchine senza ruote. O in un ingranaggio che non può essere riparato.
Ma poi sospiro con sollievo, ricordandomi che ci sono persone a cui tengo e che abitualmente vedo dall’una alle quattro volte all’anno. Non sono passati neanche due mesi. E non ho paura che mi possano mancare, perciò – e che invito qui sapendo che probabilmente non verranno, ma mi piace – come sempre – che sappiano che sono le benvenute.

Andando sul prosaico, devo scopare.
Dannatamente.
Me ne rendo conto per il modo svergognato con cui ci provo con una bielorussa di passaggio – e per il modo pietoso in cui ci rimango male quando scopro che è fidanzata.
Me ne rendo conto quando una persona di decente o bell’aspetto a caso mi passa un dito tra le scapole, e i miei muscoli implorano “Noch einmal!”.
Me ne rendo conto quanto, dinnanzi ai fastidiosi gesti di Fra (che ama infastidire fisicamente), la mia reazione è eccessiva (non nel senso che gli urlo addosso, ma che dopo tre volte gli prendo le palle minacciando di stringere se continua; però ha smesso, eh).
Me ne rendo conto constatando come io trovi di giorno in giorno le persone sempre più belle. Ieri ho pensato: “In questo gruppo siamo tutti belli!” E poi ho realizzato che un mese fa trovavo tutti decenti e abbastanza anonimi.
Ma non voglio solo sesso, voglio contatto fisico. Voglio un massaggio. Voglio. Un. Fottuto. Massaggio. Lo voglio più di quanto voglia calore mentre il vento mi svuota di energie. Lo voglio più del cibo. Voglio i miei muscoli rilassarsi e morirmi dolcemente dentro (come un orgasmo, sì – le cose si stanno confondendo, sì). Manderò un’e-mail allo Studentenwerk chiedendo se posso aprire una serata a settimana d’incontri intitolata “massaggio reciproco”, considerato che mi manda info su corsi di danze bollywoodiane.

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2 comments

  1. [Vorrei che tutte le persone che conosco e che stimo conoscessero perlomeno l’inglese bene. Beh, questo lo volevo anche prima. Ora lo sento necessario – come se questa conoscenza fosse diventata un presupposto per l’instaurazione di un rapporto. “Non posso amarti, non conosci l’inglese.” è la traduzione di “Non posso amarti se non conosci l’inglese, rischio di sapere a priori che sei vincolato qui.”]

    Sono a posto allora, mi vorrai ancora bene – seppur “watered down”, l’americano è ancora inglese 😛

    On a more serious note, più te ne stai fuori dall’Italia, più ti capisco e mi relaziono alle tue parole, sembra che tu stia scrivendo tutto ciò che avrei scritto io qualche anno fa se fossi dannatamente prolissa come sei tu (e non lo sono, nono, il sintetico piace da queste parti!). È interessante e piacevole vedere che una persona che rispetto e ammiro ha pensieri ed emozioni simili ai miei – quasi rassicurante 🙂

    1. [Sono a posto allora, mi vorrai ancora bene – seppur “watered down”, l’americano è ancora inglese :P]
      Continuo a preferire l’americano. L’inglese è un mezzo, ma se posso scegliere…
      Guardare ogni tanto i film di Marcus con Marcus, film che sono perlopiù americani, mi rilassa per la semplice pronuncia. Qui c’è solo un americano, che ho incrociato una volta, e per il resto sono tutti britannici.

      [On a more serious note, più te ne stai fuori dall’Italia, più ti capisco e mi relaziono alle tue parole, sembra che tu stia scrivendo tutto ciò che avrei scritto io qualche anno fa se fossi dannatamente prolissa come sei tu (e non lo sono, nono, il sintetico piace da queste parti!). È interessante e piacevole vedere che una persona che rispetto e ammiro ha pensieri ed emozioni simili ai miei – quasi rassicurante :)]
      Ti faccio da voce con delay, è appurato.
      Vorrei una gemella, ora, che stia in Italia mentre io sto qui. Una gemella con cui condividere la mente. (Voglio zollette di onniscienza.)

      [(e non lo sono, nono, il sintetico piace da queste parti!)]
      Un giorno capirò cosa non tollero del sintetismo di scuola anglofona (e non solo). Perché non è esatto dire che non amo il sintetismo. Forse lo amo, come amo i pantaloni bianchi aderenti: qualcosa che non tutti possono permettersi, e quando sono di moda ci si trova a pensare che li si odia solo perché li si vede sulle gambe sbagliate, o perché per imperativo vanno indossati sempre, anche se mal si accostano agli altri colori.
      Forse considero il sintetismo un bene non democratizzabile, non insegnabile, non più di quanto puoi insegnare la mistica – puoi insegnare preghiere e farle ripetere a mo’ di nenia anche a chi non parla né capisce il latino.
      Forse considero il sintetismo sciorinato oggi più figlio dell’esigenza degli Stati moderni di razionalizzarsi che figlio dell’intento di fare tutti “cittadini” del mondo in grado di capirsi.

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