Feedback dell’incontro con le altre studentesse Erasmus a Kiel: conferma del fatto che sono una nazionalsocialista senza Nazione.
(Il che non fa di me una socialista, ma solo una disillusa.)
Sono cattiva con i miei connazionali. Li evito e faccio battute su di loro.
Cerco di non fermarmi a questo fastidio superficiale e cerco di spiegare a chi me lo domanda il perché di un atteggiamento italiano – le ragazze italiane che ho trovato in Olanda sembravano divertirsi a sedurre. Scintille di verità che stanno, residue, come i fondi delle leggende. Gli stereotipi sono la forma più becera della capacità riassuntiva dell’essere umano – e io li amo, amo abusarne in mille battute, perché di fondo ho la forte consapevolezza che non ci credo.
Stereotipo: gli italiani all’estero si radunano a fare comunità – e giù a fare battute sulla Mafia.
Questa mattina ho raggiunto l’università con C. (francese) e quando siamo passati di fianco al gruppo di italiane C. ha commentato (in tedesco) con:
La comunità italiana.
L’altra sera ho odiato i miei connazionali (o, per meglio dire, ho odiato l’italianità; le mie connazionali qui non le conosco abbastanza da odiarle, anzi, alcune sembrano simpatiche), quando mi sono trovata a un tavolo di sole italiane con Marcus. Marcus che sta imparando qualche parole d’italiano da me (che mi traduce in francese, così ripasso), ma che di certo non lo capisce – e quanto ho trovato ingenuamente irrispettoso da parte loro parlare in italiano. Solo. In. Italiano. (Ok, con qualche pausa a mo’ d’eccezione a confermare la regola.) Mi sono vergognata, mi sono sentita corresponsabile, ho cercato di fare da interprete e infine ho trascinato via Marcus (che aveva l’espressione di un pulcino costernato – e adesso voglio vedervi a immaginare come sia il muso di un pulcino costernato) esorcizzando con battute.
Mezz’ora dopo eravamo in un pub a bere qualcosa con il gruppo. Il gruppo: una maggioranza per metà francese e per metà inglese e io e Francesco. Il gruppo: Laura che dice che le piace il nostro gruppo, e io sento di appartenere a un gruppo. Mi piace che le conversazioni avvengano in quattro lingue. Mi piace questa varietà. Mi piace che l’unione avvenga per differenze. Riesco a sentirmi accomunata quando sono con persone che sono simili perché “sole” in suolo straniero – forse perché nessuno può reclamare una maggior o minor appartenenza al suolo che occupa.
E sono una nazionalsocialista senza Nazione perché mi rapporto all’Italia come una recidiva fidanzata che ha appena mollato il fidanzato dopo una malata e morbosa storia d’odio e dipendenza. La dipendenza che viene dall’abitudine, dalla semplice coesistenza. E la ex-fidanzatina ora parla male di tutto ciò che è collegabile all’ex-fidanzatino.
Il passo successivo sarebbe perdonare – portare astio non serve a niente – o meglio perdonarsi per non essersi levati dalle palle prima.
Non era della Germania che avevo bisogno, ma di essere fuori dall’Italia.
Per ciò che concerne la Germania, attendo i lati negativi al varco.
Nel frattempo, oggi sono andata a parlare con il docente di diritto internazionale. È un esame della facoltà di giurisprudenza, quindi lo scritto sarà in lingua tedesca senza eccezioni per studenti Erasmus – non che io l’abbia chiesto, me l’ha detto il professore con costernazione, una costernazione che però non ha offuscato quel “Just try!” di sottofondo.
Il professore è giovane, alla mano, amichevole. Se lo confronto alla media dei docenti italiani con cui ho avuto a che fare, questi ultimi sembrano delle anatre infilzate che sbattono le ali, che usano metà della propria energia per darsi contegno e l’altra metà per respirare decentemente. A posteriori, mi fanno venire in mente quelle maschere da trama apocalittica sci-fi in cui i dipendenti della società hanno sempre il timore che il Grande Fratello di turno li scopra e punisca – un Grande Fratello che si abbatte a caso, non sai mai quando apparirà, qualcuno potrebbe fargli il tuo nome – li ricordo dirmi in tono confidenziale che purtroppo manca una relazione tra docenti e studenti, manca un confronto – ma non è solo colpa loro, no, è colpa anche di quella massa di studenti pronta a chinare con assoggettata riverenza il capo dinnanzi a un professore, assoggettata moralmente – questo è il problema.
Mi sto dicendo che non farò l’italiana all’estero che, quando torna in Madrepatria, passa il tempo a lamentarsi e a non fare un cazzo, lamentando che i propri insuccessi sono dovuti dalla società. Questo soggiorno tedesco mi sta insegnando a muovermi, a cercare di realizzare, a sbattermi, a cercare soluzioni, a impormi dove ci sono diritti per me e a rispettare quando ci sono doveri.
Come faccio con i rapporti interpersonali, non necessito di assicurarmi che tutto qui andrà bene: è vita, andrà bene e male (e va bene e male ora, perché di complicazioni ce ne sono). Come con i rapporti umani, sono grata quando mi viene dato qualcosa nel presente – qualcosa che le brutture del passato e del futuro non possono cancellare.

L’ultima volta Laura e Marcus hanno bussato alla porta-finestra per entrare in camera mia. Abbiamo visto un pessimo film, così pessimo che è stato divertente. Oggi, a casa di Adrien (quello nel cui letto ho dormito vestita e totalmente ubriaca) ne avremmo visto un altro, ma tutti avevamo impegni.
Kiel è un accumulo sparso di luoghi caldi in un gelo ventoso generale. In tutti e sensi. Cammini per strada bestemmiando contro la pioggia e incontri una persona che conosci. Kiel è piccola. Le arterie percorse sono sempre le stesse, quindi risulta piccola anche se non lo è poi così tanto.
Ma ho un giaccone, adesso. Che amo profondamente. Texture scozzese in bianco e nero, cappuccio, fottutamente largo sul busto come i modelli qui vanno di moda (probabilmente a causa dei ventri gonfiati dalla birra).
Ho un paio di stivali nuovi, grigi – sì, il grigio è il colore di quest’autunno, grigio come lo sono gli esami di giurisprudenza sul mio orario settimanale, grigio come qualcosa di serio e placido e che non è né caldo né freddo.
Il grigio mi rilassa, è un colore trasparente: lascia che sia io a essere la nota di colore.
Kiel è grigio, se ci pensi – poi ti trovi ad aspettare il pullman e il modo in cui le nuvole si muovono attorno al sole fa sì che vengano gettate luci intime e lunghe come quelle di un quadro di Vermeer.
Il cielo l’ho incensato troppo, ma non posso evitare di farlo e farlo ancora, perché quando lo guardo mi sento come se lo stessi condividendo con le persone dall’altra parte del globo: è così alto e sconfinato e profondo che è un tutto senza fine. Vivendo qui deve essere più facile credere in un Dio che sta nei cieli. Quando fa freddo – e fa freddo – e la pelle è congelata, il sole ti arroventa le guance. Poi passa una nuvola ed è buio di nuovo. Torni a casa con le mani di ghiaccio e il viso che brucia.
Gli autoctoni fanno parte del fondale. Non so se sia la mistura di sangue tedesco e danese o che altro, ma è piacevole camminare per strade che sembrano affollate di persone di bell’aspetto per girarvi una pubblicità.
Sono pavidamente felice di essere bianca come una candela, di avere occhi azzurri e quant’altro. Non sono scambiabile per un’autoctona purosangue (leggi: di Kiel, ossia un puro mezzosangue), ma non sono riconoscibile come qualcosa di preciso (e, si sa, adoriamo ciò). Qui gli autoctoni sono tutti così tanto esteticamente disegnati secondo un cliché che quando VB verrà qui sarà come se avesse scritto in fronte che viene da “qualche posto sotto la Francia”. Un autoctono con i capelli scuri, che sembrava il fratello minore di Ville Valo, mi ha chiesto serio se in Italia esistono persone bionde. Strana sensazione di vivere in un mondo che ha bolle chiuse, dove gli autoctoni li chiameresti “indigeni”. Ogni tanto trovi qualcuno che parla un tedesco così carico di dialetto e pronuncia locale da non capire nulla. Il fratello di Ville Valo sopraccitato era un raro esemplare da riserva, in quanto non parlava neanche inglese.
A proposito di inglese, ho trovato un americano. Dal Tennessee. Quanto mi mancava quella pronuncia, quanto. Ho avuto una botta di familiarità (e questo andrebbe analizzato culturalmente). Ho grottescamente invitato il suddetto a pranzare con noi, cenare con noi, vivere con noi, tutto quello che voleva purché parlasse ancora – e poi scherzosamente litigato con gli europei qui che trovano il British sexy (sexy come un misogino castrato che parla con un bastone su per il culo che gli finisce in gola e da ciò è sdegnosamente infastidito – oltre al fatto che io persisto con il non capire il British e a capire l’americano, contro ogni logica; persino l’inglese con accento irlandese capivo meglio del British, quindi deve trattarsi di un fastidio interiorizzato).
Ma Marcus mi ama anche se odio il suo accento. Marcus che mi ripete sovente che è felice che io sia qui, Marcus tenera creatura che mi confida come gli manchino i suoi amici e versa lacrime veloci e senza troppo pudore. Abbracci facili e veloci ma non superficiali, e mi sto affezionando a cose: al sorriso teatralmente indignato di Laura, all’ironia sciorinata con serietà di Ollie, a Jim che ci prova in automatico con qualsiasi creatura di sesso femminile che passa e al ripetergli che è peggio di me, etc… Tante piccole cose, che mi passano davanti e attraverso prima che possa registrarle, e realizzo solo quando me le ritrovo davanti, come le tante piccole cose del paesaggio che mi fanno lo stesso effetto.

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4 comments

  1. [Sono cattiva con i miei connazionali. Li evito e faccio battute su di loro.]

    Join the club. A parte eccellenti eccezioni, detesto qualsiasi italiano che io incontri negli States – e purtoppo a Los Angeles ce ne sono tanti.
    C’è un atteggiamento generalizzato di “coolness”, totalmente ingiustificato e decisamente fastidioso. Generalmente giro al largo dai gruppi in giro a Westwood e me ne sto per i fatti miei – o con gli amici statunitensi e internazionali.

    [Il gruppo: una maggioranza per metà francese e per metà inglese e io e Francesco. Mi piace che le conversazioni avvengano in quattro lingue. Mi piace questa varietà. Mi piace che l’unione avvenga per differenze. Riesco a sentirmi accomunata quando sono con persone che sono simili perché “sole” in suolo straniero – forse perché nessuno può reclamare una maggior o minor appartenenza al suolo che occupa.]

    Assolutamente sì, sento che siamo in sintonia sempre più cara 🙂
    Mi pare di vedere rispecchiate molte delle sensazioni che provo giornalmente – poi tu le esprimi molto bene 🙂 Amo spendere le mie giornate chiacchierando con persone con diversi background ed esperienze, mi pare di arricchirmi moltissimo in poco tempo (il che funziona benissimo con la mia idea di ottimizzazione temporale! :P)

    [Mi sto dicendo che non farò l’italiana all’estero che, quando torna in Madrepatria, passa il tempo a lamentarsi e a non fare un cazzo, lamentando che i propri insuccessi sono dovuti dalla società. Questo soggiorno tedesco mi sta insegnando a muovermi, a cercare di realizzare, a sbattermi, a cercare soluzioni, a impormi dove ci sono diritti per me e a rispettare quando ci sono doveri.]

    Lo stesso mi dissi due anni fa, e funzionò benissimo 🙂
    Stare qui mi ha insegnato moltissimo su me stessa e la mia capacità di essere autosufficiente, economicamente indipendente, serena.
    Mi piace particolarmente quando dici “impormi dove ci sono diritti per me e rispettare quando ci sono doveri”; è uno dei principi che mi sono posta quando ho cambiato continente, e fuori dall’Italia funziona davvero 🙂

    1. [C’è un atteggiamento generalizzato di “coolness”, totalmente ingiustificato e decisamente fastidioso.]
      Approfondisci

      [Mi pare di vedere rispecchiate molte delle sensazioni che provo giornalmente – poi tu le esprimi molto bene :)]
      Resoconto con delay. 😛 O flashback.

      [(il che funziona benissimo con la mia idea di ottimizzazione temporale! :P)]
      Come ti capisco.

      C’è un’altra cosa che mi ha fatto pensare a te: qui invitano gli studenti internazionali ad andare al career center per insegnare la propria lingua madre. Non importa quanto bene si conosca il tedesco. Per il primo giro di lezioni niente soldi, ma un attestato.

      1. Approfondisco.
        Atteggiamento tipico di chi si crede istruito, ben vestito, socialmente attivo e fondamentalmente attraente e interessante solo in virtù della provenienza esotica – nello specifico italiana, che spesso viene associata a moda, bella vita, buon cibo, stile etc.
        E di chi si comporta più o meno come a casa propria, con la differenza che qua non si è a casa propria e quindi ci sono differenze, alle quali il soggetto in question reagisce in modo annoiato e strafottente, del tipo “certo che questi americani…”
        Ora, non dico che si debbano incensare gli Stati Uniti, ma rispettare il luogo in cui si vive sì, applicando un principio fondamentale secondo cui un paese cerca di mettere a proprio agio i cittadini, non i visitatori.

        [C’è un’altra cosa che mi ha fatto pensare a te: qui invitano gli studenti internazionali ad andare al career center per insegnare la propria lingua madre. Non importa quanto bene si conosca il tedesco. Per il primo giro di lezioni niente soldi, ma un attestato.]

        Hm, direi che se intendi insegnare anche dopo, un attestato può essere utile (un’ulteriore certificazione non fa mai male), ma altrimenti lascia perdere. A meno che poi non ti offrano di insegnare lì, pagata. Non farti usare, ecco – la gente se ne approfitta.

        1. [E di chi si comporta più o meno come a casa propria, con la differenza che qua non si è a casa propria e quindi ci sono differenze, alle quali il soggetto in question reagisce in modo annoiato e strafottente, del tipo “certo che questi americani…”]
          Ecco, questo lo riconosco. Ora ho capito.

          Era già mia intenzione “cavarmela” finanziariamente grazie a ripetizioni di italiano. Le ripetizioni pagano bene, meglio di un lavoretto in un bar. All’università insegnano italiano. Il punto è che non saprei da dove iniziare (e ora lo so) e non ho la minima esperienza nell’insegnamento della mia lingua – e questa sarebbe una buona occasione. Oltre a ciò, per dare lezioni/ripetizioni dovrei conoscere il tedesco – cosa che ancora mi manca.
          Per questo ci sto riflettendo.

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