Sfera onirica rediviva.

Nel sogno, c’era Venezia.
La Venezia dei sogni non è differente da quella reale, ma è vista con un occhio che può risalire scale mai viste, e si insinua in terrazzi e darsene che solo un gondoliere potrebbe conoscere con tale intimità.
A Venezia dovevo studiare ebraico, e non poteva esserci posto più adatto in cui studiarlo. Come se la città stessa richiamasse in primis quell’idea, come se fosse la patria dello studio di questa lingua. Visione eurocentrica? No, sarebbe stato uno studio dell’ebraico all’europea, uno studio distaccato, in vecchi palazzi veneziani con segreti da scoprire in ogni anfratto. Uno studio limitato, perciò più intimo.
Nel sogno, poi, volavo.
È normale per me volare nei sogni, ma non scontato. Tale abilità mi è propria solo quando nella sfera onirica posso sentire tangibilmente la mia volontà. Se ne pecco, il mio planare è un drammatico cadere, e frustrantemente saltello cercando di spiccare il volo.
Qui volavo, e mi lanciavo da cento metri d’altezza atterrando senza accusare colpo.
Ma non era la volontà a permettermelo, bensì – nota postmoderna nel sogno antico – la Redbull.
E questa sostanza, che si faceva elisir magico, mi permetteva molte altre cose. Sentirla nelle mie vene mi rendeva superiore, nel modo più gretto e superficialmente concepito: apparivo sicura di me fino alla nausea e irrimediabilmente indifferente alle preoccupazioni umane.
Ma poiché non era mio il merito, rinunciavo a berne, e constatavo dolorosamente che non avevo più alcuna magia. Era una consapevolezza insopportabile, fatta di gesti che articolavo goffamente e di mancante fluidità. Mi sentivo attaccata a terra, come se questa mi trascinasse a sé imprigionandomi. Non ero più smagliante, e ciò era ancor più intollerabile poiché nel sogno mi trovavo a non avere più una casa. Quella che lo era stata aveva cessato d’esser tale perché avevo litigato così pesantemente con le persone con cui vivevo da non tollerare l’idea di averle attorno a me, e così l’unica soluzione era vagare – nella bellissima Venezia, saltando da un palazzo all’altro, vita che richiedeva prestazioni sempre al massimo.
Senza Redbull ero troppo debole per fare ciò, e mi figuravo sperduta e ricacciata come un ratto nei vicoli più infimi, nel lato peggiore del quadro, proiettata nel punto di vista più annichilente di quella città che toccava inferno e paradiso.

Per la cronaca, è da più di un mese che non tocco una Redbull.

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