Wyrd.

M. è un British gay. Si potrebbe ironizzare sul fatto che tale descrizione è una reiterazione, e infatti lo faccio. Costantemente.
Dopotutto ho passato gli ultimi mesi (particolarmente, gli ultimi mesi) a inveire contro tutto ciò che è British, ed è quindi giusto che io incipiti con lui.
E poi, mi ero detta che oggi gli avrei mandato un SMS – proprio a lui – per chiedergli cosa si faceva questa sera, e quando mi sono svegliata me l’aveva già mandato lui. Questo dopo tre giorni di asocialità mia, che credo siano stati un’esigenza del mio essere un essere pesantemente asociale quanto sociale nel momento in cui nel sociale mi trovo.
Ma dopo un mese di socialità c’era anche altro ad attendere: gli impegni didattici. Un learning agreement da ricompilare, e-mails da spedire, un professore con cui parlare. Un racconto da correggere. E ora ne ho iniziato un altro, di racconto, e mi dico che scrivere per raccolte – ossia: scrivere con dei termini da rispettare e delle scalette da consegnare prima di scrivere – mi ha insegnato a essere più metodica, e ora che ho nuove idee che mi girano per la testa sento meno la fatalità che mi sussurra all’orecchio: “Potresti non finirlo mai.”
Le cose vanno bene, insomma, in quel mix di bene e male che è buono per il modo in cui i due elementi si alternano e mischiano. Ci sono misture equilibrate e misture malsane, credo, e il vento qui frulla assieme i due elementi in un mix che mi fa sentire bene.
Ho detto a SB che sono venuta qui anche per capire quanto poco condivido la mia Madrepatria. Sì, credo che il termine “condividere” sia il più adatto. È troppo facile criticare un sistema quando non se ne sono esperiti altri – e di certo un mese e qualche giorno a Kiel non mi ha posto in una situazione diversa, ma questo cogitare continuamente – con l’esperienza e non con la testa – mi dà un’incredibile senso di leggerezza dell’essere, che solo raramente è insostenibile.
Trovo qui riconferma del fatto che il mio vero Io (sempre che una tale astrazione esista di fatto) non coincide a un cosa, ma a un come – con ciò intendo dire che non credo la Germania sia più consona a me di quanto lo sia l’Italia, o forse può essere, ma ciò che vale ora è che la Germania è un’alterità, e io amo le alterità.
La mia asocialità non era figlia del clima italiano, perché anche qui ne necessito – ma qui ho meno difficoltà a ripiombarmi nella socialità.
Sarà per il clima internazionale in cui mi trovo.
Sarà perché vivo in un campus, e la vita sociale è dietro l’angolo. Anzi, per la precisione oltre la porta-finestra. Mi fa impressione pensare che in qualsiasi momento qualcuno potrebbe bussare alla mia porta-finestra e chiedermi:
“Andiamo a bere qualcosa?”
Mi fa impressione perché è più semplice darsi all’asocialità quando si vive isolati. Più facile rifuggire. Più facile negarsi. Più facile scivolare via come acqua.
Ma scopro che non necessito così tanto questo scivolare, anzi. Se la socialità qui è a un palmo di mano, d’altro canto c’è un maggior rispetto dello spazio vitale. Camera mia ha una chiave. Anche il mio armadio, nel corridoio, ce l’ha. Ci sono vie e sentieri, qui, che sembrano fatti apposta per dare un po’ di solitudine ai viandanti – ci sono concetti-chiave, nella cultura tedesca, in cui qui inciampo soavemente. Il viandante.
Vivo moderatamente in mezzo al nulla, ossia: in cinque minuti di cammino posso trovarmi – percorrendo svariate dimensioni – in mezzo a un apparente nulla, fatto di alberi, cespugli, animali e cielo. E venti metri dopo c’è una strada a quattro corsie che non si fa udire. E dopo altri venti c’è di nuovo un verde nulla.
Questo continuo alternarsi qui caratterizza tutto nella mia vita quotidiana: i rapporti sociali, il paesaggio, il tempo. L’umore, a tratti, ma credo che l’instabilità dell’umore sia dovuto all’estraniamento, che mescola continue eccitanti novità al vivere tra cose sconosciute.
Ma non sento vere barriere, e ciò è strano. Le discussioni qui avvengono in un mix di lingue, e io dimentico le differenze tra queste. Anche la mia padronanza delle lingue sembra fluttuare al di fuori del mio controllo, e così un giorno il mio inglese è fluente e sciolto e il giorno dopo balbetto (ma questa è facile da spiegare: se mi isolo ricomincio a pensare in italiano e quindi mi si fotte l’inglese: non sono brava come bilingue, sto imparando a esserlo veramente ora, e non con l’italiano), tre giorni fa sentivo di non avere abbastanza padronanza del tedesco da formulare una frase e questa sera ho parlato perlopiù in tedesco (non voglio sapere quanto male l’ho parlato, ma data la padronanza media della grammatica delle mie conoscenze qui riesco a sbattermene egregiamente).
E la presenza tangibile di tutto questo divenire, qui, avvicina ancor più volontà e futuro (quale: attuazione) nella mia visione. Tale accostamento me l’aveva fatto scoprire lo studio della cultura norrena, e poi il tedesco – ed eccoci qui.
Tradotto: credo ancor più che “volere” sia “potere”, e che molto dipenda dalla giusta inclinazione con cui ci si pone alle cose. La lingua italiana non conduce molto a questo ragionamento, con il suo tempo futuro assoluto e fatale – e scisso dalla volontà del parlante.

Giorno dopo giorno mi riapproprio di parti di me che avevo messo in stand-by.
Scrivere, ad esempio. Perché il mio solipsismo deve sfogarsi, e perché subisco (piacevolmente) mille inputs.
Vedermi riflessa in chi sto conoscendo. Vedermi ri-conosciuta mi aiuta a ri-conoscermi, ed è un sollievo ritrovare qualcosa che conoscevo, perché uno dei miei grandi interrogativi era:
“Sono ciò che sono o sono ciò che creo con le parole usate con una viziata padronanza della mia lingua madre?”
Non so se sono ciò che sono, ma sto ritrovando una Me familiare.
Un altro mio terrore era che ciò che ero fosse parto del mio sentirmi straniera in Italia. Una specie di identità creata per contrapposizione – quindi un’identità in qualche modo dipendente da qualcosa, e penso esistano poche cose peggiori che dipendere da qualcosa a cui ci si contrappone.
Ma, stando qui, le mie idee rimangono simili a ciò che erano. E, perciò, comincio a temere per il mio ritorno. Oh, un po’ di nostalgia c’è, e non mi spiacerebbe riaccostarmi a cose e persone che ho lasciato in Italia – ma mi sto facendo viziata. Viziata dalle infrastrutture e dalla familiarità qui così facile da trovare, da una certa gentilezza, dal non leggere diffidenza o paura nelle persone il cui sguardo incontro.
Leggere diffidenza o paura nelle persone il cui sguardo incontro.
È terribile essere abituati a ciò – cosa che per me era normale, ed essendo tale non mi domandavo da cosa fossero causate quella diffidenza e quella paura. Ora, da lontano, me lo domando.
Mi sto anche facendo viziare dall’esigua quantità di seconde intenzioni che qui trovo nelle persone. Sento di potermi maggiormente fidare del prossimo a me sconosciuto, e posso dire solo che lo sento, perché a livello logico qui non ho maggior modo di verificare se la mia fiducia sia ben riposta o meno. Ma l’averla mi sgrava l’animo da un po’ di stress quotidiano, e quando mi sveglio al mattino necessito di meno buona volontà – la buona volontà necessaria ad affrontare la giornata, avete presente? Qui sento che sarò maggiormente agevolata nelle mie difficoltà, e non ostracizzata per motivi che non si possono scoprire.
E stupisco, ogni volta, nell’osservare come l’avere a che fare con la burocrazia tedesca mi stressi meno – anche e soprattutto nelle aspettative – di quanto mi stressi l’avere a che fare con quella italiana. È assurdo, perché a conti fatti io non parlo tedesco, e sono cresciuta con l’idea che la burocrazia è complessa anche perché necessita molta attenzione per termini specifici e clausole. Clausole. Perché ho imparato a temere questa parola?
Ci sono una serie di “contro”, qui, a livello personale – una serie di “contro” culturali, che stanno sul sfondo, quel genere di “contro” che solitamente incontri più con il pensiero che con i fatti. Ma, come detto sopra, credo che il mio sia un caso specifico, quello della persona che sta bene mutando, e non trovando ciò che cerca. I “pro” di questo luogo sono tali perché agevolano la collettività anonima, non perché agevolano nello specifico me.
Una fonte di riflessioni profonde è SB, con cui avvengono discussioni sulla legge tedesca e su altre complesse questioni intellettualoidi e critiche. SB mi ricorda Caine: un ego così saldo, o così si percepisce e di conseguenza agisce, da dare per scontate una serie di vittorie; un ego machiavellico e un po’ tediato, e perciò machiavellico, che orchestra giochi sociali per rimirare il proprio potere.
Un prototipo che conosco e con cui so interfacciarmi, e che perciò mi risulta familiare – nello strano modo in cui Caine mi risulta familiare ogni volta che lo ritrovo, quel ritrovarsi davanti a qualcosa di conosciuto e, dato che lo si conosce, sapere che ci si può fidare fino a un determinato punto.
Sapere che non si può contare sul fatto che l’altra persona si esimerà da certi gesti perché automaticamente frenata dal rispetto di certe norme morali, e quindi ci si può aspettare di tutto. Apprezzo questo agire, perché presuppone una certa “libertà” morale. Il contro è che si può divenire schiavi di se stessi. Un altro contro, ovviamente, è che di conseguenza in tali rapporti io sono sempre all’erta – anche perché sboccia spontaneamente una certa rivalità, e non da parte mia. (Da parte mia sussiste il sentirsi dire cose come “Perché tu mi capisci… Perché persone come me e te…” e sapere che prima o poi la persona che te lo sta dicendo cercherà di dimostrare, a se stessa e a te, che è meglio di te. Meglio in cosa non si sa. “Meglio” è chi sopravvive, credo.)
Ovviamente SB potrebbe passare di qui, come ha già fatto, e tradursi il tutto. Ama i puzzle. E io amo non avere segreti, perché infine partecipo delle sfide e non avere segreti mi fa sentire “meglio di”.

Continuo a fumare come una turca, e giacché lo posso fare solo in camera mia (rispetto degli spazi condivisi) devo aprire finestra e porta-finestra, il che implica il congelare per una mezzora totale al giorno (dieci minuti per tre volte al giorno). Non posso uscire dalla camera mentre faccio passare aria fresca perché – come sopra detto – la porta finestra dà sul giardino condiviso, quindi potrebbe entrare chiunque e svuotarmi la camera.
Quindi: congelo.
E siamo a ottobre.
Per dicembre dovrò munirmi di coperte per temperature polari – ma per dicembre il mio corpo sarà abituato – e assaporo il momento in cui rimetterò piede in Italia e farà così fottutamente caldo. Non perché ci sia uno sbalzo di temperatura notevole (solo 10 gradi), ma perché a Milano e dintorni non c’è un vento che ti risucchia via ogni forma di calore in quindici secondi. Abituati o muori – credo sia questo il ragionamento che sta facendo il mio corpo, perché se dovesse reagire per come è abituato sarei costantemente malata. E lo sono stata. E sono stata felice di essere una persona che ama l’indipendenza e quando si ammala si chiude in camera e rifiuta ogni aiuto e “infermiera”, felice e sollevata perché non ho dovuto affrontare per la prima volta l’idea di dovermela cavare da sola. (Oh, avrei persone da chiamare qui, ma essendo la persona che ama l’indipendenza di cui sopra…)

Domattina sveglia alle 6:30, per prendere un bus alle 7:30 per andare al mercato delle pulci con O. (il britannico che sembra gay e non lo è – o almeno, non che si sappia) alla ricerca di biciclette a basso costo. Un’altra necessità che non ho ancora soddisfatto è l’acquisto di una giacca – una giacca prodotta per gli abitanti di Kiel, che quindi mi proteggerà magicamente dal gelo, esattamente come i piumoni qui sono magicamente caldi dopo due secondi. Avete presente la sensazione delle lenzuola gelide addosso, e il dover attendere che si riscaldano? Ecco, qui non sussiste.

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