KIel III.

Non è possibile fare un riassunto di un mese di vita, e specialmente di questo, ma prima o poi dovevo fermarmi e gettare briciole sul mio cammino, nel caso in cui un giorno volessi ripercorrerlo con la memoria.

Oggi è stato l’ultimo giorno del corso di tedesco pre-università. Ciò significa che comincio a scrivere di queste settimane nel momento della loro conclusione – quadro della situazione? No, sentire di avere più tempo libero e cercare un modo per occuparlo. Forse è per questo che scrivo: occupare tempo, ossia occupare i processi che nella mia testa elaborano lo scorrere del tempo.
Se non ho scritto prima è anche perché non sto pensando granché in italiano, e quindi la speculazione pericolosa mi è parzialmente preclusa. Probabilmente anche l’inglese, in fondo, è una lingua fatta per speculare, ma di certo non quando usata da me.
Anche se, in verità, la lingua con cui penso è più una mistura, di inglese e tedesco, con il primo come trampolino di lancio per il secondo, o forse stampella.
A Kiel è l’inglese la lingua della familiarità, perché lo conosco meglio del tedesco – e perché è in inglese che ho sviluppato quei rapporti per cui ora che il corso è finito, e alcune persone sono partite, sento una lieve nostalgia di sottofondo.
L’italiano non so bene dove sia finito. In questi giorni, dopo aver finito un racconto per una raccolta, ho avuto talvolta voglia di scrivere fiction, e questo è stato l’unico moto da me provato che mi ha sospinto in direzione della mia lingua madre. Che non mi manca. Non usarla non mi fa sentire incompleta, o frustrantemente poco esprimente, e ciò mi stupisce non poco.
Forse, semplicemente, non ho neanche il tempo di speculare.

Kiel è una città che richiede elasticità. Non a livello sociale, ma a livello individuale: bisogna sapersi adattare, e non intellettualmente, bensì con il corpo.
Kiel è la città del vento, e questo significa tante cose. Che, ad esempio, si passa da un caldo scottante a un gelo d’autunno inoltrato in cinque minuti; che le nuvole si muovono sempre; che il corpo non può, infine, abituarsi a una certa temperatura.
Se sto dormendo di notte – o, meglio, se riesco ad addormentarmi poco dopo essere andata a letto – credo sia anche a causa di questo stress fisico. Che non mi dispiace. Vivere qui significa non rovinarsi una giornata soltanto guardando il cielo grigio, perché qui il tempo atmosferico è in continuo divenire – e certamente qualche vecchio marinaio saprà preventivare che temperatura ci sarà, ma a che serve farlo, se dopo cinque minuti cambia di nuovo?
Dalla fatalità del lunedì che inizia con un cielo grigio si passa a un’altra fatalità: quella del “non posso sapere che accadrà”. E non mi spiace, questo. Non mi spiace pensare che a Kiel la parola “divenire” non è un concetto astratto.

Credo nel Dio che Ride, e perciò la mia stanza è in un bucolico paradiso verde pieno di ragni di ogni forma e dimensione, e io sarei aracnofobica. Sarei. Non amo le fobie, sono limitanti, quindi ho smesso da anni di essere fobica, ma di certo non amo condividere il mio spazio vitale con quei graziosi ottupedi.
Ma ciò è irrilevante, considerato che qui è matematicamente impossibile evitare la coesistenza. Se non voglio soffocare in una camera piena di fumo di sigaretta, e quindi tenere la porta finestra socchiusa, è inevitabile considerare la frequente eventualità di doverne ammazzare alcuni ogni tot giorni. Shit happens. Anzi, forse anche questo non mi spiace: potrebbe essere una buona occasione per abituarmi agli eleganti ottupedi – sono così tanti che la mia pseudo-fobia, che mi porterebbe ad ammazzarli stando a tre metri di distanza, si è attenuata, e ora li stermino con le dita e un pezzo di carta igienica. Se sono piccoli le dita bastano.

Kiel è un porto militare quanto una città universitaria – università internazionale, compiaciuta d’esserlo, in cui uno studente su dieci non è tedesco. E la tedesca università, essendo tedesca ed essendo oggi, ama osservarsi e vedersi così multiculturale eppure unificata da una lingua comune.
Il gusto della mescolanza controllata.
È un profumo che stordisce piacevolmente, e non farebbe porre domande – ma io sono io, e me ne pongo, e osservo questa passione tedesca per l’integrazione dello straniero.
Non ho conclusioni, solo osservazioni. Non avrò conclusioni per un bel po’, perché ogni giorno incontro qualcosa di nuovo e il mio cervello non smette mai di digerire.

Le prime persone con cui ho parlato qui – e che sono poi diventate quelle con cui ho speso più tempo e con più piacere – sono un’irlandese e un israeliano. Mi mancheranno, come singoli e come compagnia – studenti internazionali tutti diversi tra loro ma accomunati dall’essere soli nella stessa città.
Passare settimane con un ebreo complicato, sarcastico e puntiglioso – ossia: simile a me – e i cui genitori erano polacchi ha un immane lato positivo: io sono io, quindi non ho potuto esimermi da ogni contravvenzione al politically correct. Oltretutto, oltre a essere me stessa, sono in una città tedesca, dove gli abitanti si sentono sovente in dovere di specificare a ogni ebreo che passa che non hanno nulla contro gli ebrei, e quindi, essendo sempre me stessa, ho calpestato ulteriormente il politically correct. Non credo A. (l’israeliano in questione) ce l’abbia con me: mi adora. Gli mancherò e mi mancherà, anche se essendo troppo simili nel metodo utilizzato per pensare, e troppo diversi per alcune posizioni, convivere in una città significherebbe litigare ogni ora. Litigare senza astio, s’intende, esattamente come abbiamo fatto.
Il lato positivo di tutto questo, in ogni caso, è che dopo aver dato del fottuto ebreo, del razzista e via discorrendo a un ebreo, dopo questo, oggi e in Occidente, non c’è cosa che io non possa fare. Sono grata ad A. per questo. La prossima volta che qualcuno s’indignerà per la mia mancanza di tatto nel parlare dell’Olocausto potrò domandare che diritto ha d’indignarsi – ce l’ha, questa persona, un amico ebreo?
… Compiacimento cinico e amaro a parte, non mi spiacerebbe onorare l’invito di A. e andare a Tel Aviv. Beh, non mi spiacerebbe andare in molti posti, e la vita funziona a priorità – e sì, Tel Aviv è importante per la mia tesi (diamanti, ricordate?), molto importante, ma meno del Sud Africa e di Londra.
Spero A. venga a trovarmi in Italia, dato che ci è stato un paio di volte.
E spero venga anche M.K., l’irlandese, la pazza irlandese (pazza perché è irlandese, ovviamente), che mi mancherà altrettanto.
Il tempo è stato poco, troppo poco per conoscere una persona, ma abbastanza per scorgere cose, averle solo accennate, e presumere che dietro a quegli scorci vi sia una persona rara per somiglianza con te. Anche se lei è una persona solare come io non so essere, aperta nel quotidiano con le persone come io non so essere – il mio essere sociale è un gioco, fatto anche di tolleranza. Se M.K. abbisogna di tolleranza (che è cosa diversa dall’accettazione; la tolleranza richiede uno sforzo, l’accettazione è naturale), di certo non si nota. A me è molto più semplice farmi stare superficialmente sul cazzo qualcuno, insomma.
In queste settimane il gioco dei ruoli ha reso M.K. la pazza irlandese, e io la sua schiava sessuale. Leitmotiven che vengono intessuti a quattro, sei, otto, venti mani, e vengono poi ripresi per ridere – e verranno ripresi con nostalgia.
Ora che M.K. è tornata in Irlanda e io sono senza mistress il nuovo gioco consiste nel vedere chi tra me e il britannico omosessuale vincerà: chi farà da bitch per l’altra persona? Ovviamente io non posso cedere, essendo lui un fottuto britannico – con cui dovrei andare a Berlino, perché a Kiel manca una scena non-eterosessuale e perché ho voglia di andare a Berlino – e perché qui a Kiel sto così bene da poter tollerare un britannico, oltretutto gay, al punto di volerci passare del tempo.
Se dovessi fare un riassunto di tutte le altre persone non finirei più. Volendo anche solo fare tale riassunto citando i dettagli folkloristici (caratteristiche interessanti del soggetto dovute alla sua cultura di provenienza) ci metterei giorni. Credo tra l’altro, parlando di cultura, che questa carta – “la mia e la tua e la sua cultura” – sia stata usata come mezzo di socializzazione. Conosci il tuo prossimo cominciando dalle cose diverse, non da quelle simili. Condisci la socializzazione con aneddoti caratteristici. Quanto più si è diversi, e opposti, tanto più ci si sente in uno scenario paradisiaco condividendo lo stesso spazio e lo stesso tempo per tre settimane. Qui è diverso. Il mondo degli studenti internazionali è una bolla che vive a sé, che sapevo avrei adorato e sapevo avrei interrogato, perché troppo Paradiso in luoghi così ristretti fa pensare a paradisi artificiali. Fosse il mondo così… Fossimo sempre tutti uno dinnanzi all’altro per capire…

Uno dei miei coinquilini è un ragazzo indiano.
Non conosco né l’India né la sua cultura, so solo che il tizio in questione ha un concetto di igiene che sembra fermarsi – a livello di norme interiorizzate – alla sua persona. Quando sono entrata in questo appartamento nugoli di schifosi pseudo-moscerini apparivano quando spostavo cose – lo scatolone in cui si butta la carta, una spugnetta, un sacco di cipolle marce…
Vorrei conoscere la sua cultura, per capire se il suo modo di porsi all’igiene è un fattore individuale o se è invece derivato dal background in cui è cresciuto. Non che mi serva tantissimo capirlo: esiste una cosa chiamata “compromesso”, per cui si opta per un concetto di igiene accettabile per tutti, non troppo puntiglioso ma neanche vuoto. Ma rimane la curiosità. Così come vorrei capire se il suo modo di fare accomodante mentre ha al contempo un che di strafottente è un riflesso culturale o il suo carattere scisso dalla gente con cui è cresciuto.
Comunque, ci sto andando d’accordo. Un paio di battute sul colonialismo inglese da parte mia hanno creato un buon feeling sul sarcastico andante, e per quel poco che ci vediamo abbiamo buone discussioni da portare avanti a spizzichi. È sul nerd andante, persona riservata che ama stare con pochi e fidati amici, niente clubbing e una regolarità quotidiana che non ha pretese sul prossimo ma esige rispetto. Mi chiedo come andrà quando il campus si riempirà di studenti – e quindi di feste, e quindi di gente in giro, in camera mia, rientrare tardi, etc etc…
Mi chiedo se riuscirò, io, a studiare.
C’è un party ogni sera – e adesso non ci sono studenti, praticamente.
La città è piccola, e non in senso fisico, ma: incontri sempre qualcuno che conosci. Ma può capitarti di incontrare sconosciuti che comunque t’inviteranno ad andare con loro in tal locale. E la birra costa ridicolmente poco. E anche il cibo. E da studentessa non pagherò i mezzi. E… E…
… E sto dormendo 5 ore a notte.

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