Studorf.

“Eccola” pensò Bellamy e guardò senza vederlo il braccio magro del ragazzo. Cicatrici. Bruciature.
Eccola, la trasmissione di “potere” che scivola via dal carnefice per rovesciarsi sulla vittima.

Non parole mie, perché se così fosse non me ne beerei.
Parole di F., che le usa per riferirsi al mio piccolo isterico con padre violento – e amo F. per cogliere non tanto quel che sottintendo muovendo l’isterico, quanto il modo in cui lo sottintendo.


Sto scrivendo, e stanotte le dita scivolano sulla tastiera. Sono oltre un’imprecisata metà, all’inizio del climax che per armonie che non ho mai interrogato si situa a 3/4, e a questo punto le uniche cose che possono dibattersi sono le singole parole che devo pescare. Una regola morale mi detterebbe che il climax va scritto tutto d’un fiato, e di solito – infatti – arrivo a un finale che non ha fiato.
Vedremo.
Ho i giorni contati ma è la norma.
Non sono soddisfatta della prosa, ma non è una novità di oggi. Da tempo non lo sono, tanto nello scrivere fiction che nello scrivere qui che – a tratti – nel semplice atto di comunicare. I mesi passati a discutere di nulla in un limbo che non sapeva dove collocare VB mi hanno come svuotato di coloriture, ed è stato sul climax di dolore che ho un po’ ritrovato me stessa in ciò che scrivevo. Dopodiché c’è stata una piccola discesa, e un assestarsi su una media più accettabile – ma non sono il tipo di persona che cerca la perfezione, non è da me. Il mio modo di scrivere ha radici nell’impurità, nel mescolare e spezzare il fiato, nello sgrammaticare un po’, nell’unire lessici distanti. È un modo di scrivere che un purista della lingua, sia pure la propria personale, non potrebbe permettersi – esattamente come io non potrei permettermi né l’elegante e barocca scrittura descrittiva che avvolge come una coperta profumata né quella diretta e priva di vie secondarie di certi narratori.
Siamo quel che siamo.
Sto tra l’altro notando – in questi giorni di procedure per l’Erasmus in cui e-mails and e-mails in inglese partono e arrivano – che il mio inglese sta inesorabilmente subendo quel che subisce il mio italiano, ossia la “sporcatura” endemica. Arcaicismi e slang si mescolano senza pudore, circa nel modo in cui discorro da intellettualoide mentre mi riempio la bocca di cibo con le mani e tracanno rumorosamente coca cola.
Siamo quel che siamo.
E tra l’altro non credo minimamente nel dire “Siamo quel che siamo.”, perché – sì, sto per dirlo di nuovo – sono foucaltiana.


Ho uno study buddy.
Come nome suggerisce in parte, lo study buddy (d’ora in poi SB) è una persona che accompagna il povero e volenteroso studente internazionale nel suo studiare alla CAU di Kiel.
Il mio SB è uno studente di legge, che ora sta facendo praticantato, che ha frequentato un’illustre università privata di legge in Germania, poi ha studiato a Washington e – se l’unica foto che appare nel suo profilo su Facebook ritrae veramente lui – ha la faccia di una comparsa a caso uscita da “L’attimo fuggente”.
L’espressione nella foto è un po’ inquietante, in quanto la foto sembra essere la classica foto scattata a una qualche occasione importante, soggetto tirato a lucido, che rivolge all’obiettivo un ghigno teso a trentadue denti. Ghigno a parte, sembra essere un bell’uomo – occhi azzurri (oh Dio, Dio!, sto per andare in un luogo in cui l’occhio azzurro è non così raro, Dio ti ringrazio) sormontati da sopracciglia che gli chiederò se posso sistemargli. Naso e forma del viso conformi al modello estetico imperante – perciò sembra una comparsa a caso, e perché di lui so poco.
Lo SB in questione mi alloggerà per un paio di giorni nell’appartamento in cui vive, prima che io mi trasferisca nel mio.
Lo SB, in generale, serve un po’ a tutto – ossia:

* be picked up at the train station when you arrive?
* get to know students of Kiel as quickly as possible?
* have someone to help you with the formalities?
* practice your German? have an “insider” answering your questions?
* e.g. How can I get a bike cheaply?

È un servizio gratuito, suppongo filiale del volontariato per apprendisti angeli custodi.

Quel che devo dire è che la CAU mi sta rendendo felice, e in senso letterale.
Soggetto: la CAU.
Oggetto: io.
La CAU agisce e mi rende felice.
Sono una persona capace di risultare entusiasta e attiva in molte situazioni, ed è difficile vedermi scoraggiata o oziosa in pubblico (pubblico: me e Me + una persona); so entusiasmarmi da sola per un sacco di cose, tutte squisitamente teoriche.
Circa l’entusiasmo per i progetti pratici, invece, sono carente.
Il sapere che andrò a Kiel, come sola informazione, non basterebbe a farmi gioire, poiché la mia testa scompone la situazione e conclude che a Kiel potrei stare meglio o peggio che qui, e non potrò saperlo finché non sarò lì. Ogni entusiasmo avrebbe un collegamento non tanto con il “fatto CAU”, quanto con i sentimenti che sarei supposta (da: terzi oltre a me) avere.
Ma la CAU sta facendo tante cose per rendermi felice. Lo SB è una di queste. Piccole cose offerte per agevolarmi, per spronarmi, stimolarmi. Mi sento accolta, e non in senso emotivo-irrazionale, ma in senso razionalmente premeditato: la CAU mi sta mettendo a disposizione quel che mi servirà in quanto studentessa straniera che deve inserirsi e completare una serie di procedure, che incontrerà una serie di difficoltà che io neanche immagino e quindi la CAU analizza per me e agisce di conseguenza.
L’unico bastardo in tutto questo è stato il custode del mio dormitorio, che ho chiamato preparandomi una scaletta in inglese di cose da dirgli e chiedergli, già tentennante all’idea di una telefonata formale e complessa in inglese. Il suddetto custode, al mio domandare se si potesse parlare in inglese, ha bonariamente riso e ha detto “no”. Ho pescato dall’abisso un tedesco che già era insufficiente quando lo stavo studiando e sono riuscita a fatica a carpire l’informazione che mi serviva. Quasi tutto il resto è stato per le mie orecchie una cantilena famigliare ma incomprensibile. In questo mio immane fallimento mi sento soddisfatta, perché ne sono uscita mentalmente sana (lui, invece, non saprei).


Leitmotiv (eh, questa gente che non sa il tedesco ma usa tedeschismi) del periodo è riassumibile nella parola sailing.
I viaggi per nave (a vele) sono apparsi all’orizzonte giocando di ruolo con VB, con un suo personaggio corsaro; sono stati richiamati in causa per l’esame di cultura dei Paesi di lingua inglese; ormai lì, mi hanno fatto cercare un dizionario di termini nautici per capire almeno le basi; poi è venuto il ripescare “Hornblower”, il leggere “Le navi degli schiavi”.
In tutto questo, sullo sfondo, c’era Kiel, che si bea della nomea di sailing city. Kiel, diciamolo, è una piccola città, una di quelle piccole città che finiscono talvolta citate al fianco di quelle grandi. Nel mio procedere con l’informarmi sono ovviamente inciampata diverse volte in presentazioni riassuntive della stessa, e ciò che non è mai mancato è stato il sentirmi ribadire che Kiel è una sailing city. Nel corso di tedesco che frequenterò a settembre una giornata è dedicata alla barca a vela, specialità locale che mi sta tentando più di quanto dovrebbe, perché sta finendo la stagione. E perché è uno sport costoso. Ma ciò nonostante non vedo l’ora di essere sulla suddetta barca a vela, e nel mentre ho anche follemente deciso di sfogliare una lista di termini nautici in tedesco. (Finirò con il conoscere un terzo di termini nautici in italiano, un terzo in inglese e un terzo in tedesco. Per fortuna afrikaner e haitiani non sono famosi per essere naviganti provetti.)


In questi giorni sto girando con Mater per prendere le ultime cose che mi servono prima di partire.
Ad esempio: scarpe autunnali pseudo-casual.
Girando per negozi mi sono scoperta a trovare necessario il fornirmi di un minimo sindacale di abbigliamento sportivo, che al momento è utilizzato dalla sottoscritta solo in forma di residui di tute da utilizzare come abbigliamento casalingo.
Ho voglia di fare sport?
Forse.
Sul sito della CAU c’è (ovviamente) una lista infinita di sports&varie (tra cui la capoeira, per dare un’idea del range), e il centro sportivo è vicino al mio appartamento – mi rendo conto che ogni volta che cito qualcosa questo qualcosa è vicino al mio appartamento, ma non è questione di relativismo applicato alle distanze, ma di fatti. Tre quarti delle cose finora trovate sono sulla Olshausenstrasze, e il centro sportivo in questione è a cinquecento metri. Altri cinquecento e sono al giardino botanico – e solo perché devo fare una strada più lunga per entrarci. In effetti per arrivare al mare sono 3,5 chilometri, e in mezzo c’è il centro di Kiel. Da studentessa ho i mezzi di trasporto gratuiti, ma mi chiedo se mi serviranno. (Ricordiamoci che non sono una persona patentata e odio aspettare i pullman. Tutta la mia salute è debitrice a ciò.)

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