They describe us.

… All your sex and your diamonds…
… All your sex and your diamonds…
… All your sex and your diamonds…

… Gli hotels nelle metropoli sudafricane tengono a farti sapere che sono luxury!luxury!luxury!, e ti vendono tanto colonial style – sempre suites, come potrebbe mancare una suite in un viaggio in Sudafrica? Cape Town, città gay – ma con lusso, camera matrimoniale per honeymoon, poggiapiedi tigrati, e pronti per il tour nel safari – li senti, i leoni che ruggiscono per te?
Poi trovi hotels piccoli, poche stanze, nomi Afrikaans e foto dei proprietari – lui, lei, cane – sorridenti al cliente a venire. Non vogliono bambini sotto i dodici anni – perché?
Ma non voglio una vacanza scintillante a Cape Town – benché l’idea di una notte o due nel mezzo del nulla africano, anche senza leoni a ruggire, in pieno colonial style (volente o nolente: quella è la linea che il turismo sudafricano vende) tenti.
Il Sudafrica costa meno, con il cambio, ma gli hotels medi hanno quattro e non tre stelle. Si suppone gli hotels a tre stelle siano meno di qualità dei loro corrispettivi qui, ma in compenso quelli a quattro si sentono in dovere di offrirti un servizio luxury!luxury!luxury!, con di sottofondo un servilismo che qui manca.
Poi, essendo a Kimberley, perché non passare dal Big Hole, dove hanno ricostruito le strutture di fine Ottocento? E al Mine Museum, di passaggio – prima di finire in qualche riserva privata con i leoni che ruggiscono per te, bevendo vino sudafricano.
Girare per siti con VB su Skype, dando occhiate non impegnative. Ehy, Cape Town è la città gay! Per una volta posso semplificarmi il viaggio seguendo le procedure gay-friendly.
VB che dice che mi porterà in Sudafrica per sposarmi, io che le scherzo addosso, e penso che sarò felice di sparire a Kiel, perché mi eviterò tutte le complicazioni che avrei qui. Non con VB, no, non è da lei che devo sfuggire, ma da tutto il contorno.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"
"Perché non ti infili due uncini sotto ai pettorali e poi ti fai appendere?"

No, non è un dialogo veramente avvenuto; solo la prima parte; e la seconda, battuta che al momento non avevo pronta, non è un’accozzaglia di parole assemblata per essere caustica, ma un parallelo: tra due culture.
Non ricordo quale etnia, come prova di maturità, ricorresse alla folkloristica pratica di farsi appendere per i pettorali, spiacente.
Immagino la cosa possa causare orrore o ilarità, ma loro ci credevano.
Immagino molti ci credano, ma l’idea di fidanzarmi mi causa orrore o ilarità.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"
"Io mi sto già impegnando."

Scrivere in modo fluente e divertente a volte si fa difficile, perché per rispondere a una domanda devo prima decostruirla. Ossia: "Cosa significa impegnarsi?"
Dinnanzi alla domanda, "Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?", ho intravisto un futuro prossimo pieno di domande simili. E ho pensato:
Perché?
Intendo… Non che discutere di rapporti e società non sia un’ottima e utile pratica, ma l’idea di passare troppo tempo a spiegare le mie scelte non mi fa gioire. Perché le mie scelte sono sempre le stesse e le domande sono sempre le stesse. E lo saranno, se è vero che una società ci mette generazioni a cambiare. Oh, lo sarebbero anche a Kiel, ma a Kiel sarò una sconosciuta tra sconosciuti, e avrò altro per la testa.

Premessa alla parte che sta per seguire: come al solito, non scrivo qui per lanciare messaggi tra le righe, ma per discutere tra me e me e sfogarmi. Una strana mania da bestia da palcoscenico fa sì che io lo faccia pubblicamente, ma ciò non significa io stia cercando di comunicare una specifica cosa a una specifica persona. Per privacy (o chiamatela come vi pare) ometto nomi, al solito. Se anche adoperando l’anonimato doveste sentirvi spiattellati in pubblico, smettete di frequentarmi e dopo un po’ smetterò di parlare di voi – a meno che non siate persone come Nicky Oppenheimer, beninteso.

Questo fine settimana sarò a casa di amici, che sono anche amici di VB, con altri amici che conoscono VB. Ho già discusso con una di queste persone, incontrando le prime complicazioni – ho già discusso ribadendo che una settimana splendida passata con VB non cambia me, sono sempre la stessa, e giacché tengo a questa "me stessa" vorrei essere trattata come tale, non come merce il cui organo sessuale è proprietà di VB.
Tempo fa, parlando di VB, scrissi che il nostro rapporto aveva smosso qualcosa in lei, qualcosa bastante a "cambiarla" – ma che per quanto lei potesse cambiare, non cambiava la struttura in cui era inserita.
VB ha stupito tutti (cioè, per quanto mi riguarda, me) mostrando di sbattersene altamente della struttura, e ciò va ad aggiungersi alle cose che mi rallegrano della sua persona.
Tornando al presente, parlare con persone della mia attuale situazione può aggiustare l’idea di me che hanno in testa, ma non cambia la struttura in cui sono inserite, e quindi rimangono piccole fastidiose scorie. So che posso ribadire fino alla morte a certe persone che il rapporto tra me e VB è settato, a chiare lettere, senza vincoli di fedeltà sessuale (né altri vincoli, per quanto mi riguarda, se non l’essere sinceri fino alla morte, e da parte sua posso solo augurarmelo), ma tanto in queste persone rimarrà un senso di stonatura qualora dovessero finire a letto con me. Queste persone non include un gruppo predefinito e che io abbia ben in mente, ma una maggioranza vaga e indistinta.
Andare a Kiel non mi farà trovare in una struttura diversa, ma mi estrometterà dal contesto in cui sto ora.
Si sa, Sna ogni tanto fa un bel repulisti dei propri contatti (per poi, successivamente, ritrovarli tutti con gioiosa e divertita sorpresa); in questo caso a Sna serve l’impressione di aver fatto repulisti del contesto.
Il fine settimana a casa degli amici che sono anche amici di VB sarà il culmine pre-partenza del contesto; è normale che un amico si preoccupi, si preoccupi del fatto che la tua ragazza non ti cornifichi, e apprezzato e stimabile; nello specifico nessuno è la ragazza di nessuno, e la persona che meglio conosce il rapporto tra me e VB è VB, quindi non c’è spazio per fatali rivelazioni da fare a VB, come non ce n’è per discorsi seri da fare a me.
Ed è normale e giusto che sorgano tante domande quando un tuo amico si infila in un rapporto strambo; il fatto è che è da mesi che parlo di monogamia e scelte sessuali e, benché reputi siano argomenti importanti nella mia vita, comincio a sentirmi pedante. Vorrei poter risolvere ogni domanda a riguardo con un bel: "Ci piacciamo, ci piace passare del tempo assieme, ci sproniamo a vicenda, che altro serve? Del futuro non si sa." Con uno sconosciuto sarà più facile dare questa risposta (tolto il lavoro di traduzione in tedesco, beninteso), perché non ho voglia di ri-spiegare me stessa a persone che conosco già. Mi offende che una persona possa pensare che una gioiosa settimana spesa con VB possa con uno schioccar di dita cambiare la sottoscritta; so che non è intenzione di nessuno offendere, e spesso vedo gioia provata per me, con affetto, mentre le persone mi infilano nella loro idea di rapporto a due elitario; vedo buone intenzioni; vedo mancanza di malizia; ma non basta. Anzi, peggiora le cose.

C’è un’altra sensazione che, in questo stesso periodo, è nata lentamente e ancora non ha preso esatta forma.
Ha a che fare con la libertà d’espressione, mia.
Quando ho aperto questo LJ l’ho fatto per un preciso motivo: unire tutti i pezzi di me.
Ai tempi avevo preso l’abitudine di scrivere e-mails a due destinatari, Ula e Joglar, persone a me molto vicine allora, molto diverse tra loro.
"Se scrivo a entrambi usando le stesse parole non possono venire fuori due quadri opposti della sottoscritta." ho pensato allora.
La me di allora cercava La Verità – ossia, un qualcosa che sia assoluto e non liberamente interpretabile.
Sono passati un paio d’anni, e continuo a essere una persona che nell’arco di tre giorni viene indicata da persone diverse come "comunista", "nazista", "femminile", "maschile", "aperta", "fondamentalista", "etc". Comprese le persone che leggono questo LJ.
Dopo un po’ ci si arrende, e io ho cambiato scopo del LJ, acuendo un obiettivo che prima era secondario: Una Verità.
Dato che la Verità non è una sola, devo essermi detta, vediamo perlomeno di dare la mia, di Verità – vediamo di dare per intero Una Verità.
Prima ho scritto di essere affetta da una strania mania da bestia da palcoscenico, e non nego sia parzialmente vero, ma la ragione che viene prima è che sono una catara nel posto sbagliato: le mie confessioni sono pubbliche, nella comunità. A differenza dei catari non raduno la comunità per far procedere ognuno, a turno, ma mi limito a scrivere, a mettere lì, a disposizione di qualunque persona parlante italiano passi (una comunità molto allargata).
Agire così significa abbonarsi a una certa forma mentis: smetti di ricordarti cosa hai detto a chi, non hai più modo (almeno parzialmente) di rielaborare ciò che hai affermato, negare, nascondere. Puoi solo dire di aver cambiato idea, o di aver scritto una cazzata, ma non puoi negare di averla scritta, di averci creduto.
E non sai chi sa cosa di te. Chiunque, tra i tuoi conoscenti, potrebbe sapere cosa ti è successo e passato per la testa negli ultimi mesi.
Non tengo il conto delle persone che leggono questo LJ. In ogni momento so che alcune persone in quel certo periodo lo stanno leggendo, ma potrebbero smettere un mese dopo; ogni tanto scopro delle persone insospettabili essere abituali lettori; la persona appena conosciuta potrebbe trovarmi qui o non cercarmi mai.
Ogni machiavellico giochetto mi è precluso a priori – oh, non tutti, certo, e mi scopro a giocare con significanti e significati nonostante tutto, ma so che tenendo questo LJ ho dei limiti oltre a cui non posso andare neanche volendo.
Questo LJ mi fa da coscienza – quel che sei stato e hai detto e hai creduto.
Questo LJ dovrebbe essere Una Verità.
Poi ci sono le leggi italiane e la privacy – qualsiasi cosa sia, va a braccetto con la democrazia, e nasce dallo stesso contesto nella sua forma attuale – e la mia abitudine a chiedere sempre il permesso prima di citare qualcuno – sia un citarne le parole, l’immagine, il suono.
Il problema è che la privacy, come la democrazia, è un concetto assolutamente impreciso, e varia di persona in persona. Così, mi sono trovata a tacere sempre più, mano a mano che le persone si rifacevano al mio LJ; prima a usare nicknames anziché nomi, ma nicknames usati; poi a inventarmene; poi alle iniziali; poi a non sfiorare i nomi propri, veri o inventati o improvvisati.
Ma non basta.
Non ho smesso di fare nomi solo per rispetto all’altrui privacy, cosa che da sola non sarebbe bastata.
Ho smesso perché dopo un paio di avvenimenti mi sono resa conto che questo LJ veniva letto come fosse un bollettino; non lo è, è solo un farfugliare di una persona; è Una Verità, e non La Verità; e se bollettino è, lo è della visione di una persona su ciò che la contorna, non bollettino direttamente su ciò che la circonda.
Ho cominciato a smettere quando mi sono resa conto che scrivere un’assurdità a caso – come l’incipitare con un "Andrò in Sudafrica con VB in luna di miele!" – avrebbe causato conseguenze reali al di fuori del LJ. Una volta l’avrei scritto, "Andrò in Sudafrica con VB in luna di miele!", perché le parole sono parole e quello è un modo svincolato da obblighi nei confronti de La Verità di dire che forse andrò in Sudafrica con VB e ciò mi rende molto felice.
Il problema, attualmente, è duplice.
Da una parte la libera espressione della mia Verità finisce dove inizia la privacy altrui. Vi odio per questo, ovviamente, ma è un problema mio.
Dall’altra parte la libera espressione della mia Verità si autofrena pensando a come ciò che scrivo verrà interpretato. Dovrò scrivere solo ciò che è vero-vero e in modo chiaro. (Sappiamo che sono comunque incomprensibile, sì, ma solo per le cose importanti; le cazzate vengono sempre seguite e spesso fraintese.)
Non so che soluzione trovare per questo duplice problema.
Sono contro l’anonimato e la fuga, quindi aprire un altro blog di nascosto non è una buona soluzione – il mio amore per la confessione pubblica me lo farebbe linkare di nuovo a tutti, e tornerei al problema iniziale.
Mi sono anche detta che avrei potuto scrivere un paio di assurdità a caso, per educare il pubblico alla mia non affidabilità come bollettino; ma non mi riesce di mentire, no.
Una terza soluzione, più tipicamente mia, sarebbe prendere il duplice problema venutosi a creare – privacy e conseguenze reali di un’affermazione parziale – e cancellarlo dalla mia testa. Un poco ragionevole "Chissenefotte." Un’ennesima Lokasenna. L’ennesimo non voler scendere a compromessi.

Ed è strano, pensavo in questi giorni, come il cercare di vivere secondo principi di libertà senza voler scendere a compromessi porti a un essere relegati. Interiormente, beninteso.
Circa un anno fa, da qualche parte, ho scritto:

I count the things I love, the ones that matter, the kind of things that makes you say:
"This is my life."
I begin:
"The first…"
… I’m still at the first. A little but not cute creature that lives in me says that there’s something that’s before the first and in the meanwhile at the top of the list, and this one summarizes the reasons I live for. The little creature says that I can find this "something" or not. The damned creature has no suggestions about the way I should choose. After all that creature is a son of mine, selfish little bastard.

In quell’inglese abbozzato parlavo della sensazione di vuoto che mi porto spesso appresso.
Mi sono spesso chiesta come risolvere il paradosso: la sottoscritta che non chiude porte, non tace cose, si trova poi a sentirsi isolata.
La mancanza di cose d’amare è una mancanza di collegamenti con il mondo.
Se VB ha colmato un po’ quel vuoto è perché, suppongo, è qualcosa che amo tanto, ossia un legame con ciò che è esterno a me. Mera matematica – no, geometria.
E mi vengono in mente le tante volte in cui qualcuno, sentendo dall’altra parte (la mia) una mancanza di giudizio su alcune questioni, si è aperto riversando piccoli torbidi segreti. Ho ben presente la sensazione conseguente, il modo in cui queste persone si sentivano quindi legate a me, parlando di un "rapporto speciale", con me che pensavo: "Coglione, mi hai semplicemente detto un segreto. Potevi dirlo al muro, era la stessa cosa. Anzi, era meglio – e staccati, ora, mi contamini."
E mi trovo ancora a pensare che quella sensazione, quell’isolamento, proviene da me. Dalla mancanza di cose che amo – oh, sono infinite le piccole cose che amo, a piccole dosi, ogni tanto, prima che possano rompermi le palle. Credo tale ampio amore si accompagni alla mia curiosità, ma raramente dura abbastanza da accompagnarmi fino al letto, quando vado a dormire.
E mi trovo a chiedermi se questo mio interrogarmi sul perché non amo le cose, questo mio usare scelte di parole quali "mi contamini" o "prima che possano rompermi le palle" concorra a farmi additare come esserino arrogante. Se lamentassi di essere una merda capace solo di contaminare e di temere di rompere le palle al prossimo probabilmente non sarei reputata l’esserino arrogante di cui sopra – come se uno dei due modi d’essere soddisfacesse l’ego più dell’altro.

Passando alla parentesi shojo del LJ, tenendo conto del fatto che VB tornerà qui a metà agosto e quindi io mi lascio cadere al rimembrare con i sensi, cominciamo a ripescare ricordi di sensazioni.
Tipo: la sua voce.
Su Facebook, durante il suo soggiorno qui, scrissi che avevo sospirato svenevole.
Ho sospirato svenevole distesa sotto le lenzuola, su VB, dopo qualche ora di sesso, quando lei ha detto qualcosa.
A questo punto la regia vorrebbe che io ricordi cosa ha detto, ma la regia dovrà fottersi, perché non lo ricordo – so che era un complimento, e so che era detto nel tono di un’osservazione – o forse era un’osservazione che in quel momento si trovava, suo malgrado, a essere un complimento; so che è stata pronunciata col tono di chi la subisce e quindi deve liberarsene dicendola, da una voce stanca e asessuata. O bisessuata. O trisessuata, se vogliamo essere precisi e annoverare anche la percentuale di ermafroditi.
L’ho ascoltata, ho sospirato svenevole, e ho detto:
"Cazzo. Ho sospirato svenevole."
E abbiamo riso.
Quella voce è riapparsa altre volte, nei giorni seguenti.
A dirla tutta non era la prima volta che la sentivo. Mi era capitato, sentendo VB quando era assonnata, di trovarmela davanti, e volermela scopare (sì, avete capito bene: scoparmi la voce).
L’ho risentita in frasi dette con un sorriso percepito con le orecchie, con l’ultima parola che sbuffava una virgola sorniona e la risucchiava in fretta.
L’ho risentita in altre osservazioni mascherate da complimenti o viceversa, e solo a posteriori mi sono chiesta quale ingrediente della ricetta abbia fatto sì che io abbia reagito in modo positivo (vedi: sospirare svenevole come esempio) a un complimento, considerando che la maggior parte delle volte o mi scivolano addosso o li catalogo e metto assieme agli altri, annotando i più creativi. Rispondere "Sna è innamorata." non è la soluzione corretta, perché Sna è ancora ferma alla fase dei perché, e quindi dovrebbe poi chiedersi perché ama quella voce. Ribadire "Sna è innamorata." sarebbe una tautologia, e le tautologie sono inutili se non dannose, nonché sminuenti.

Nell’ultimo esame che ho dato, nel libro da studiare, una delle mie due relatrici (sì, ne ho due, una ufficiale e una sostanziosa), citava i Satanic Verses di Rushdie:

[…] "Every night I feel a piece of myself beginning to change" […]
"But how they do it?"
"They describe us."

A parlare è la Manticora, che simbolizza la condizione della Black Britain che non ha accesso ai mezzi di rappresentazione, neanche di sé stessa, e soccombe alle descrizioni imposte dalla master narrative.
3/4 dell’esame vertevano su tale rapporto, su tale imposizione culturale – la minoranza senza potere che viene riletta e ridefinita dalla maggioranza, secondo le strutture e i giudizi della maggioranza.
Non sono una minoranza, sono una singola, ma la sensazione è quella quando dico sminuente – la sensazione che non ci sia posto per me nelle strutture di decodificazione che vanno per la maggiore, e quindi vengo "stereotipizzata".
Tale imposizione avviene sia in male che in bene – il black o è uno sporco negro o è un povero negro, e Sna o è una creaturina inumana o, se è innamorata, avrà tutti i sintomi dell’innamoramento per come è concepito dalla master narrative.
È sminuente.
E non perché tale stereotipizzazione non rende bene il mio vero Io (questo credo lo soffra chiunque, a meno che Chiunque non sia uno stereotipo egli stesso), ma perché spesso mi dipinge come una creatura che – ai miei occhi – è aberrante, da impalare, anche se tale dipinto viene fatto con tutte le buone intenzioni – povero negro.
OE, nel corso di una lezione che verteva sull’affidabilità dell’indice di sviluppo usato dalle Nazioni Unite, disse qualcosa come:

Bisogna informarsi prima di porre domande, o si rischia di fare la domanda sbagliata.
Se si compilasse una statistica delle religioni praticate in Giappone e si chiedesse a ognuno "Qual è la tua religione?" le risposte sarebbero inaffidabili, perché le persone darebbero una sola religione come risposta, considerando quella religione come quella principale tra le due che seguono.
Non sarebbero le risposte a essere sbagliate, ma la domanda.

Si sa già che ho amato profondamente OE. Mi è tornato in mente perché è da qualche giorno che blatero di "domande sbagliate", "domande stupide" e via discorrendo.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"

Se dovessero chiedermi se sono innamorata non potrei rispondere, perché quella parola, "innamoramento", è diventata, ai miei occhi, un coacervo confuso di sentimenti, buoni e cattivi tutti assieme, giustificazioni, buone intenzioni, ammissioni di colpa e via discorrendo.

The word ‘Pakistani’ had been made into in insult. It was a word I didn’t want used about myself.

Kureishi (pakistano).
Questo intendo quando dico a qualcuno che “mi sta offendendo” mentre mi dice che “Sna si è innamorata”, e gli brillano gli occhi, e gli brillano nel modo in cui gli brillano quando pensa a ciò che intende con “innamoramento” – quando ciò corrisponde a quello che per i miei canoni è un “coacervo confuso di sentimenti, buoni e cattivi tutti assieme, giustificazioni, buone intenzioni, ammissioni di colpa e via discorrendo”, e quella persona di tale visione partecipa.
Questo ho inteso in queste settimane, parlando con svariate persone, dicendo “mi offendi”, quando mi si diceva che “Alla fine anche Sna…”
“Alla fine Sna un cazzo.” era la risposta nella mia testa.
E ho dovuto rifletterci, perché in questo periodo mi sono spesso sentita offesa, e senza sapermi spiegare il perché, e quindi senza saper spiegare al prossimo perché le sue parole mi dessero tanto fastidio. Lo saprei spiegare, ora? Dubito che ciò che ho scritto finora sia chiaro così com’è scritto, dubito lo sarebbe a voce riassunto. Troppe volte mi sento rispondere che “Le cose funzionano così.”, che “In natura funziona così.” (in svariati argomenti – monogamia, eterosessualità, razzismo, dibattiti carnivoriVSvegan, rabbia, debolezza, omicidio, compassione, sterminio), e l’argomento si chiude così.
Oppure, dato che sono una singola e non una minoranza, mi viene detto che “sono un caso a parte” (che è denominazione per un’altra minoranza, storica e non geografica, quella che include i santi e i matti, e in ogni caso gli inaffidabili), ed egualmente il discorso non può proseguire.

… Tornando alla parentesi shojo.
Credo di aver trovato nella voce sopraccitata una specie di… di… nudità. Una nudità che non si dibatte per coprirsi, che rimane così, distesa scomposta come un gatto che non necessita una posa contegnosa per farsi rimirare, né si cura che ciò avvenga. La nudità di parole dette per significare ciò che significano, senza scopi aggiunti, senza mire, senza dubbi a farle tremare.
E ciò si ricollega alla nudità di gesti che ho trovato in VB. No, non sono stati i gesti a essere nudi, ma la voglia. Senza belletti né cesure. Si può parlare di integrità del desiderio? Lo stimo, è un desiderio integro. Forse. Se nei racconti epici all’eroe integro cedono le speranze del popolo sentendosi al sicuro, al desiderio integro ho ceduto io. Sensazioni che immagino si possano trovare all’incontro di due persone che toccano il fondo contemporaneamente, e non hanno nulla da omettere, possono agire senza riserve; ma senza dover toccare il fondo, senza quel lacerante e breve bisogno che ha portato sulle spalle il mio orgasmo talvolta.
Rivelazioni del guanciale.
Quando sono stata a letto con Kate mi ha insegnato qualcosa – quella creatura intollerabile nella veglia e nella sfera del pragmatismo, e irresistibile tra le lenzuola e sulle ginocchia. Dire "Mi ha insegnato qualcosa." non è un mero modo di dire: le mie scopate successive con altre persone sono state "migliori", più intense.
Ho già scritto, e detto a VB, che a letto mi ha insegnato qualcosa, e mi ha risposto che per la lezione sono €50.
La pagherò in sangria, sigari, cazzate, improvvisazioni e rivelazioni da guanciale – e si ricomincerà a indebitarsi.

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4 comments

  1. Madonna quanto scrivi talì – mi passa quasi il ghigno benevolo che mi spunta sempre leggendo il blog-shojo.

    Comunque…

    [“Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?”
    “Perché non ti infili due uncini sotto ai pettorali e poi ti fai appendere?”

    No, non è un dialogo veramente avvenuto; solo la prima parte; e la seconda, battuta che al momento non avevo pronta.]

    Booo, l’hai usata con noi a Parma! Riciclare battute, tze. =___=

    1. A Parma ho detto che sul LJ avevo scritto quella parte (insomma, mi stavo citando :P) – infatti, se controlli, il post è di prima della mia partenza per Parma. 😛

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