Inglan is a bitch, dere’s no escapin it.

Eh, la frenesia.
Sto pagando per una settimana spesa a rincoglionirmi per non pensare a VB – settimana ottimamente spesa, non tornerei indietro.
Ora abbiamo traduzioni e studio, libri da leggere – insomma, preparazione di un esame.
Abbiamo le ultime burocrazie della seconda fase per Kiel da espletare (poi verrà la terza; poi la quarta; poi… non pensiamoci; c’è già un foglio appeso all’armadio su cui segnare mano a mano cosa andrà messo in valigia – in valigie).
Passare in banca per altre pallose procedure.
Andare a Milano, per restituire libri alla biblioteca – e prenderne altri? E quando cazzo li leggo? L’idea sarebbe fotocopiare selvaggiamente i materiali fondamentali – idea radiosa, al pensiero dell’asfalto cocente milanese.
Una serie di “cose da fare” legate alla scrittura e che non includono lo scrivere ma il correggere o formalizzare – s’intersecano tra di loro incomplete e da completare, e lasciamole così.
C’è invece di un racconto da scrivere per settembre – quello con i nostri adorati Van Beumer e Sedlacek (che ora ha acquisito un nome verosimile), con i nostri adorati diamanti sullo sfondo, con adorabili psicopatie da sfogliare con voluttà. Credo che mettere su carta un Van Beumer mio sarà un buon modo di esorcizzare VB – una terapia d’urto, forse – un buon modo per far fruttare tutto, anche le cose che finiscono male.
No, la mia testa non si è arresa al finale triste per la faccenda VB, ma non si protende neanche anelante verso finali radiosi; sta lì, per i cazzi suoi, in attesa. Con VB sono rimasta su un “ragionato sentirsi”, ossia un sentirsi solo per aggiornarsi sulle riflessioni che mano a mano vengono fatte. Non che io abbia molto su cui riflettere, è lei la creatura con una gamba e un braccio strattonati da un cavallo e gli altri due arti strattonati da un altro cavallo in direzione opposta (chi è che mi ha passato questa metafora? Mara? Grazie, Mara). È lei la creatura che ho subissato di ragionamenti sulla sua situazione, certamente per rabbia, ma dando voce a cose in cui credo – magari dandovi una voce non particolarmente distaccata. Sa che so che rimanere così in stand-by per l’amor di dirsi tutto prima di concludere (amore sentito, dato che il “dirsi tutto” è iniziato da una settimana) mi fa cadere nella tentazione di pensare che possa cambiare idea. Siamo umani. Ma lo scopo non è quello, benché la mia speranzosa mente possa figurarsi la faccenda altrimenti – e l’unico modo di uccidere un bieco peccato consiste nell’esporlo alla luce del sole, come ho fatto.
Mi sento equilibrata, che è ciò che conta – no, non mi sento equilibrata, semplicemente l’incedere delle ore vede più equilibrio, che è già qualcosa. Anzi, molto. Nulla vieta ad altri momenti truculenti per l’interiorità di pop-uppare, ma amen.
Sono quasi incuriosita dal come sarà scrivere di Van Beumer e Sedlacek. Molto incuriosita. Morbosamente incuriosita – dopotutto, sono le mie viscere. Quei due rispettabili signori sono stati lo specchio di un rapporto umano, il riflesso romanzato e deformato, con insospettati punti di giuntura con la realtà. Il gioco di ruolo nasce come psicanalisi, no? Non mi farò mia madre per compiacere il gioco dei paralleli, che esistono già in abbondanza – ma so, ed è questo a incuriosirmi, che scriverne significherà emettere giudizi anche sulla situazione di cui sono stati il riflesso.
Devo aver ferito VB dicendole che lo swarowski è finito in un cassetto assieme a una serie di gioielli e bigiotteria sparsa accomunati dall’essere stati simbolici e dal non essere utilizzati; ferita dicendole che il portafortuna di nome “Aristide” è finito in una scatola che contiene una serie di oggetti privi di utilità, e che il simbolo l’hanno perso; amareggiata dicendole che il miglior modo di andare oltre è dare una funzione agli oggetti simbolici, e quindi dovrei trovare un modo per usare quel fascicolo fascicolato bianco; che il miglior modo di andare oltre non è distruggere né isolare gli oggetti, ma metterli assieme a tutti gli altri.
Deve essere l’amarezza che fa comprare diamanti alle persone, perché “un diamante è per sempre” e tutto il resto no; perché un diamante non si svaluta fino a toccare il livello della routinizzazione nel corso di una vita, ma molte altre cose sì; un diamante tocca picchi di lirismo romantico e abissi di atrocità umane.
Un diamante non puoi ficcarlo in un cassetto assieme a cose simili, perché si vende come unico; non può privarlo della sua sacralità dandogli una funzione, perché non ne ha.
Che poi un diamante sia una somma inutilità è un’altra faccenda; o forse proprio per questo vale così tanto.

Un primo passo l’ho fatto: affrancarmi dal sentire VB quotidianamente. Me lo figuravo come lo smettere di fumare – e mi sono anche chiesta se preferirei smettere di fumare o se preferirei smettere di avere VB nella mia vita, rendiamoci conto. Per fortuna non mi sono data una risposta.
Di certo sarò anestetizzata; di certo alcune brutture uscite mi aiutano a non provare l’impulso di chiamarla come si prova l’impulso di accendersi una sigaretta – ma sapendo che sarà dolce, e starai bene sia durante che dopo. Di certo pochi giorni non fanno una media.
Ho ricorso a ogni mezzo per riempirmi la testa svuotata (svuotata perché piena di stanze in cui è vietato entrare). Vecchie idee, vecchi progetti, nuovi, rimembranze, dettagli, libri, film, studio. Un’accozzaglia confusa e non definitiva atta a riconfermarmi che è possibile farcela. (We can.)

Per lo studio, mi trovo a dover tradurre cose come questa. Se vi sembra poco comprensibile, sappiate che scritta è peggio, e io ho cercato la versione recitata perché di quella scritta non capivo che la metà.
Studiando, mi rendo conto di quanto poco sono razzista rispetto a quanto mi stanno sul cazzo gli inglesi, perché mi trovo a pensare che avere la pelle scura purtroppo non salva una persona dall’essere inglese, e mi stanno tutti sul cazzo a livello quantitativamente uguale, e vagamente diverso a livello qualitativo.
Suppongo che l’esame mi desideri contro la visione imperialista e simpatizzante per la Black Britain; mi stanno entrambi sul culo perché ci ritrovo le stesse cose. Uno sta da una parte, l’altro dall’altra, ma la campana è la stessa.
Per lo studio scopro anche autori che mi commuovono, o muovono e basta – e credo siano quelli che escono dalla campana. Non è una novità il mio apprezzare le personalità caratterizzate dall’essere culturalmente apolidi.

E ho tanta fame di persone sopra la cui testa io non possa vedere strutture riconoscibili e catalogabili. La batosta con VB non è stata solo una batosta sentimentale, ma una batosta ideologica – la struttura che mi cade sulla nuca inaspettatamente, di nuovo.
Ricordo, una volta, un dialogo con VB durante il quale lei era arrivata a dire qualcosa come:
“Ci sono parti del contesto che fanno parte di me.”
Dicendolo da persona cosciente di ciò, e che a metà tra il coscientemente e l’incoscientemente non se ne affranca.
E io credo di essere fobica.
Devo essere figlia di un prodotto sci-fi alla Matrix, che impone il duplice dovere di dubitare e decostruire.
Credo di essere fobica perché, se posso concepire il non individuare la struttura (credo morirò non avendone individuati i punti fondamentali), non posso concepire l’astenersi dal decostruire a struttura identificata. Non me lo spiego, e rintraccio questo mio approccio paranoide in molte cose – come, ad esempio, nello scorrere album di donne inglesi di fine Ottocento e il sopportare male di non riuscire a comprenderne la bellezza, parendomi tutte dei cessi, anche quelle che per i tempi erano belle. Io devo capire quella bellezza. Devo capire quel sistema entrandovi, non posso accontentarmi del mio preconfezionato gusto estetico… No?

… Torniamo a studiare.

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