Ho spostato il laptop in cucina.
La telecamera digitale integrata mi ha ripreso troppe volte in camera per la vista di VB – al punto che si scherzava sul costruire scenografie da mettermi alle spalle – e siamo beceri esseri umani, materiali loro malgrado.
I giorni passano, senza che possa formarsi una media da cui io possa trarre indizi su come saranno quelli a venire. Pessima cosa, per prendere decisioni. Devo riflettere, voglio riflettere, ma la mia disposizione cambia senza regola, mi addormento con un giudizio e mi sveglio con un altro.
Mi sono fatta deliberatamente coccolare da tre persone, assaporando momenti dolci e caldi – gocce di cioccolata che si spandono in bocca, se vi piace la cioccolata – e riuscendo a godere dell’attimo. Non il passato, non il presente, ma l’attimo. Riuscendo forse, così, a godere più della compagnia di quelle persone, dove “godimento” significa “gioco” che significa “conoscenza”.
Ho un debito nei confronti di Amu, che la sua naturale predisposizione ad accudire non diminuisce, e l’ho per averle messo in mano (di peso) una me ubriaca e incapace di badare a se stessa. Non so mai quanto pesi il mio peso tra le mani altrui. So che a me stendere una persona a letto non peserebbe, forse farebbe ridere e pensare a quali battute poi ricavarne, ma io arrogantemente percepisco i miei pesi interiori come immani – e se arrivo a crollare ubriaca di fronte a una persona significa che la diga è crollata.
Ho un debito nei confronti di Amu perché per me è sacro il principio per cui il mio rapporto con una persona non può essere intaccato da nessun altro se non me e quella persona – e se sono crollata ubriaca a casa sua non è per il piacere di ubriacarmi con lei, non solo – oh, c’è stato anche quello, ma non era scevro da un bisogno di annebbiamento causato da una terza persona.
Ho passato un pomeriggio stesa sul divano a guardare la TV accarezzando e facendomi accarezzare da Gaia, con una naturalezza inaudita. Forse sto messa troppo male per pensare a cosa si adatta a me e cosa no, cosa mi viene veramente dal cuore e cosa è norma.
È strano come il dolore (o, più correttamente, la minaccia del dolore, dato che quando sono in compagnia il dolore scivola via) mi abbia aperto alle persone. E con “aperto” non intendo “mi sono degnata di alzare il telefono per chiamarle”, ma qualcosa tipo “in loro compagnia le ho sentite meno distanti di quanto io di solito senta distanti le persone”. Una distanza, ovviamente, presente da parte mia, che direi “non voluta” se non fosse stupido dire che si fa qualcosa che non si vuole.
I discorsi con Ghiro sono stati annichilenti – con Ghiro è “utile” fare discorsi che sezionino, e sezionando e analizzando ho trovato ben poco di cui essere felice.
Poi ci sono stati discorsi sparsi, con persone sparse – e la mia attuale condizione ha come agito da solvente con certe persone, facendo uscire punti di vista e frasi inediti, da parte mia e altrui.
Ho detto, qualche giorno fa, che “finalmente” posso sentirmi accomunata ai miei simili, perché soffro per un motivo abbastanza diffuso. Credo questa battuta abbia un fondo di verità – e ho chattato brevemente con War – con War si chatta sempre brevemente, bastano poche parole per dire tutto – che di secondo lavoro fa il santone, e quindi di terzo fa quello che esiste così che io possa sentirmi meno sola.
Ho avuto una M. a cui non so come dire che non deve preoccuparsi così tanto. Il problema è che dire “Non preoccuparti.” equivale allo sfruttare una frase troppo abusata, che di solito credo significhi “Non preoccuparti per me, non voglio saperti preoccupato.” o “Non preoccuparti, non ne hai motivo, me la caverò.”
La verità del mio “Non preoccuparti.” stava per gli inediti cazzi propri, in un “Non so se ne hai motivo, sinceramente, ma stare male a tua volta non serve a nessuno e non fa stare meglio me, quindi non hai motivo di farlo.” E ho pensato che dire, in contesto cristiano, che il dolore di una persona è inutile è abbastanza annichilente.
Mi ha chiesto di “non farmi del male”, e mi sono chiesta perché dovrei farlo. Ma prima di chiedermelo, mi sono detta che stavo già abbastanza male per farmi ulteriore male – e ho pensato che è liberatorio, stare male, in contesto cristiano, perché senti un po’ di essere abbastanza occupato da non doverti impegnare in altre sofferenze.
Ho avuto l’immancabile stupore del genere di persone che io prendo per culo – prendendomi per il culo – perché mi considerano “diversamente umana” (per non dire “inumana”, termine che aborro). Ho fatto spallucce. Il fatto che io provi sentimenti per terzi (oltre a me e Me) è una novità per loro e non per me.
Ho avuto un Tadzio che ha letto nella mia sofferenza l’avvicinarmi alla monogamia. Avvoltoi pronti a lanciare le loro debolezze sul primo segno di debolezza altrui. E ho pensato disperata che probabilmente un modo per esprimere quanto io disprezzi la monogamia non esiste, perché il messaggio non passa. “La monogamia è l’Anticristo.” “La monogamia è come mangiare un’ottima e soffice torta con un cucchiaino di merda secca.” Ma grazie a lui ho scritto che “proprio perché considero importanti persone e sentimenti depreco la monogamia”, che se non è il modo definitivo di definire la mia posizione, perlomeno è un passo in avanti.
Mi sono sentita stanca, dinnanzi a un Tadzio che perennemente alterna discorsi in cui “noi siamo” cose positive che riconosce in lui e discorsi in cui io non sono abbastanza “qualcosa” rispetto a lui. Attirarmi la rivalità maschile è il contrappeso necessario al poter rifuggire quella femminile, suppongo.
Ed è parlando con Ghiro che ho realizzato appieno quanto il modo di fare di VB abbia creato il terreno di una rivalità tra me e uno sconosciuto con la faccia brutta e simpatica che porta un nome che non ricordo e che è il suo ragazzo (di VB, non di Ghiro – sì, lo so che lo avevate capito, ma scriverlo sdrammatizza). Ironizzando le ho detto che adesso probabilmente lui non mi lascerebbe il tempo di trovarlo simpatico. Con tragica serietà ho (biecamente) pensato che avrei dovuto, in questi giorni, starle vicino ed essere quanto più amabile, perché ciò influisse sulla sua scelta. Non ditemi che è bieco, l’ho già detto io. E aggiungo che è ridicolo. Ridicolo figurarmi quel tizio che osa essere perplesso (così si è definito il ragazzo di VB sapendo della faccenda) e magari osa essere offeso, e magari pretende che lei si sente in colpa e magari osa figurarsi che lei si faccia pentita e io mi tolga dalla scena.
Da che dice VB, da come funziona il loro rapporto, lui non ha il diritto di dirle chi sentire e chi no. L’unica reazione mia dinnanzi a questo è stata il pensare che se rimanessi potrei intaccare il ruolo di lui – di lui, questo sconosciuto che osa. (Il fatto che io ogni volta che penso a lui mi ripeta interiormente “quel cesso d’uomo” è un dettaglio.)
Tra uno sbalzo di prospettiva e l’altro sto cercando di realizzare che si è formata una contrapposizione, da cui è scaturita questa mia ridicola e vuota rivalità. Avendo VB detto a lui la faccenda, e avendo lui reagito come ha reagito, l’opzione del “mi infilo nel rapporto senza intaccare nulla” si è fatta polvere. (Vanitas; quella breccia c’era già, mancava l’ufficializzazione – quanto sono stupidi gli esseri umani che fanno e disfano cose non in nome della sostanza ma dello status.) La scelta che io avevo posto a VB non era tra lui e me, ma tra la situazione che c’era prima e una breccia nel rapporto in cui infilarmi – quella scelta ha lasciato posto a una contrapposizione, che esiste ancora perché io non ho ancora fatto “ciao ciao” a VB.
Perché?
Ho passato una notte con dispiacere nei confronti di VB e qualche senso di colpa.
Il fatto che sia stata io a chiederle di notificare al suo ragazzo la serietà delle mie intenzioni mi ha fatto pensare che quindi ero responsabile del cambiamento avvenuto nel loro rapporto. (Ma la serietà delle mie intenzioni non bastava, e non era l’unica cosa taciuta: quel che mancava era la serietà e la tipologia di intenzioni di VB, che è stata taciuta fino a qualche giorno fa.)
La realtà dei fatti – ossia, quella legata al modo in cui io concepisco il mondo e ai miei principi – è che avrebbe dovuto dirglielo lei tempo prima. Aveva tentato di farlo, ma lui sviava – ma io sono io, quella persona che sa sempre farsi letalmente capire, quindi come spiegazione non reggeva e non regge.
La realtà dei fatti è che volevo chiarezza con lui e non con lei perché avevo l’impressione non ce ne fosse. Questo implicava il depauperamento di VB, che in questa visione risultava forzatamente una specie di bambina (o rea, che omette) a cui io chiedevo di farmi parlare con il genitore da adulto ad adulto.
La realtà dei fatti è che se sono corresponsabile per ciò che le ho chiesto, sono corresponsabile di un atto di onestà – niente per cui trovi sensato sentirmi colpevole, e soprattutto qualcosa per cui non sono io la depositaria delle conseguenze.
Queste cose dovrei dire a VB, e altre, e le sto accumulando per non lasciare nulla indietro.
È ridicolo come la vaghezza antecedente a lunedì – al giorno tragico – non ci abbia mai fatto parlare del nostro rapporto. Dei giochi di forza. Dei compromessi. Delle aspettative e delle paure. Tutto è scoppiato dopo che io le ho esposto come – non potendo subentrare totalmente nella vita di lei – avrei trovato sensato togliermi dalle palle. Credo che questo mio gesto abbia agito come un faro puntato su una soffitta ingombra e infestata, raggio che risveglia tutte le creaturine – che si mettono a danzare e si conoscono in quel momento, capendo che relazioni di parentela hanno.
Credo che VB sia stata molto irresponsabile.
Ed è VB e non il suo fantomatico ragazzo ad aver fatto qualcosa per risvegliare in me astio. Il suo ragazzo è probabilmente solo un tizio non abituato a dover fronteggiare il fantasma minaccioso di una donna, e ovviamente non abituato a sentirsi platonicamente (e non solo) cornuto.
È VB quella che ha omesso – ma quello gliel’ho perdonato ai tempi, dicendomi che si trovava in una situazione veramente brutta e aveva bisogno di tempo.
È VB quella che da lunedì ha cercato ogni modo di lasciare qualche contatto tra me e lei. Che mi ha chiesto dove finiranno tutte le cose che abbiamo fatto assieme (come se io non me lo fossi chiesta lacerandomi dentro), e me l’ha chiesto per convincermi a non sparire. È VB quella che nei giorni scorsi mi ha mandato SMS che ammiccano a quei Leitmotiven che richiamano il nostro rapporto – quel rapporto che ha scatenato questo casino, quell’eccessiva intesa.
È VB che sarebbe disposta a lasciarmi qui, nella posizione che ricopro nella sua vita, che non sta bene né a me né al suo ragazzo. Ed è questo che non so se le “perdono”. Non che abbia il dovere di fare una scelta – sono illusioni, certe scelte, e l’unico obbligo morale che per me conta è l’onestà – ma dovrebbe avere il dovere morale di rispettare certi obblighi contratti. Tipo quello di amare in un certo modo solo il suo ragazzo e non me. Le perdono poco – e probabilmente glielo perdono poco per dolore arrecatomi – il tentare di tenermi vicino a lei, cercare compromessi, soluzioni, qualcosa. Sentirmi meno, se serve, anche molto meno – VB è una persona che si accontenta, io no. Guardavo con sospetto a questo suo accontentarsi, a questo sorridere al male, al suo accettare d’essere trattata in un certo modo – quello che era sospetto ora diventa rabbia, perché la sua presa di posizione, il suo “accontentarsi”, significa scaricare il dolore o la scelta sulle spalle di qualcun altro. Prima la scelta a me, levarmi dalle palle o meno. E se non mi levo dalle palle, la scelta ricadrà sul suo ragazzo, che dovrà scegliere se gli sta bene di condividerla o meno – dio, perché non gliene ha parlato prima?
(C’è astio per lei e per il suo ragazzo, perché per me la scelta è qui, vicina e vincolante, mentre da parte loro – mentre il verdetto si formula – il rapporto rimane come cuscino, come ancora a cui aggrapparsi, come certezza – per quanto imperfetta – di base. Per questo forse c’è astio nei confronti del ragazzo, che osa poter essere rassicurato dal proprio status, una rassicurazione che aborro in generale, e che ora mi fa scacco sul personale.)
Non ho mai particolarmente stimato VB per l’organizzazione o l’intelletto, ma qui non credo di poter accusare la mancanza delle due cose. Ma sapevo già che stava omettendo. Non potevo sapere quanto e come – no, la realtà è diversa. La realtà è che non sapevo se stava omettendo o se non ero importante per lei. Doveva essere per forza una delle due cose, ma non sapevo quale.
Scrivo qui per avere appunti a cui ricorrere per poi parlarle. Sono troppo abituata, e mi ha troppo abituato, a essere quella che spiega e corregge e “illumina”. Tendenza rimasta. E il terrore che non sia stato detto tutto, che ci siano cose fondamentali taciute. Non so neanche se è fondamentale che lei sappia che mi sono disidratata gli occhi. Da quanto io ho espresso lei potrebbe credere che non ho versato una lacrima.
Ma stanotte non ho pianto. Sarà perché ho spostato il laptop, sarà l’accumulo umano di questa settimana che mi ha riempito – sarà lo sforzo immane che sto facendo per aprirmi anziché chiudermi, per gettarmi altrove anziché a terra.
Passare il dolore lancinante (leggi: terrorizzante) è il primo passo. Il secondo è ri-settare.
Sto provando, a tratti, una strana sensazione di… aria fresca. Un entusiasmo per piccole e grandi cose prima oscurato. Non so se queste sensazioni siano figlie del genio del dolore, della necessità di attirarsi altrove, o se dell’amaro che questa situazione mi sta lasciando in bocca, ma va bene – anzi, benissimo – così.

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