Disjoint venture.

In Things Fall Apart Ikemefuna, figlio acquisito di Okonkwo, sta per essere sacrificato per volere dell’Oracolo – ossia, degli Dei.
Il libro risucchia da me l’empatia minima necessaria a condirlo di qualche lacrima – ma non è per Ikemefuna che sono versate. Per la tragedia in sé, credo. Perché anche le maggiori distanze si annullano dinnanzi a certe cose tragicamente comuni all’intero genere umano.

Ho passato un’ora agghiacciante.
Su skype con VB, a cui ho promesso aggiornamenti finché non avrò capito qual è la mia decisione nei confronti del nostro rapporto – decisione? Sono una tragedia greca, che è dettata da fatali principi morali assisi a volere degli Dei; il tempo che prendiamo non serve a fare scelte, ma a far proprie quelle già fatte – su skype con VB un’ora di agghiacciante silenzio rotto da agghiaccianti parole tenute con le pinze.
Come avevo chiesto, ha fatto sapere al proprio ragazzo che le mie intenzioni erano serie.
Come si poteva temere – una delle tante ipotesi da temere – il ragazzo ha con tale rivelazione realizzato il tenore della situazione, che non si poteva quindi più liquidare con un “Sono cose normali che accadono tra donne, le donne sono fatte così.”
Non invidio VB, che ha due fronti da cui attingere motivi di sofferenza.
Uno dei due sono io e il mio fatalismo – vorrei, dio quanto vorrei, e avrei voluto questa sera, farla stare meglio. Impulsi che vengono, senza attendere di essere collocati in un quadro ordinato. Ma che dirle? Qualsiasi parola che avrebbe potuto farla sorridere sarebbe stata un Leitmotiv intessuto tra noi, una di quelle parole, o discorsi, magiche che significano mille cose – e, così, qualsiasi parola usata avrebbe avuto il rinculo, lo schiaffo del ritorno, del pensiero che sono Leitmotiven a scadenza breve. Dì “ciao ciao” a quello che ora ti sta risollevando il morale; dopodomani non ci sarà più.
E mi sto disidratando.
Questa notte ho rimesso delle buonissime lasagne, colate giù per il lavandino assieme a dell’assenzio austriaco. Hanno funto da lacrime, credo. Adesso che di assenzio non ce n’è più le lacrime salate scendono, come un tic nervoso, come grattarsi una puntura di zanzara, come camminare su una gamba ferita che a ogni passo strappa una smorfia.
Camminare sulla fatica, camminare sul dolore.
Lezioncine di vita apprese qualche tempo fa, ma che talvolta – ora, ad esempio – suonano come vuoti inni epici.
Vorrei imprimerle a fuoco che mi spiace, ma non avrebbe alcun senso, perché non cambierebbe i fatti. Do molto peso alla volontà delle persone, e il suo attuale stato è conseguenza della mia volontà. Che è stata conseguenza della sua, che è stata conseguenza della mia, che è stata…
Ho passato un’ora di agghiacciante silenzio, perché ogni parola aggiunta stringe le spire della situazione. So qual è la cosa da fare, anzi, la scelta l’ho già presa, devo solo sistemarmi meglio sulla pedana perché quando dirò fatalmente i termini della scelta io sia certa di non cadere ridicolmente al primo passo. Non è questione solo di dignità. Non puoi cadere al primo passo quando la tua corsa trascina i sentimenti di qualcun altro, abbi almeno la decenza di stare in piedi senza cadere.
Questa sera un amico (odio la parola amico – odio la divisione in categorie, le scelte obbligate) mi ha chiesto – come altri – se poteva fare qualcosa.
La risposta è “tutto e nulla”, sempre.
“Tutto”, perché se sto su è grazie a delle persone, sante persone, provvidenziali persone.
“Nulla”, perché non è facile trarmi via dal void con cui convivo. Ogni buona intenzione altrui viene vanificata dall’onnipresente vanitas – e così spiegando, ho realizzato che un importante valore di VB era la possibilità di trarmi via dal void.
Non vado incontro a nulla che non conosco.
Il desolante vuoto che devo lasciare al posto di VB è il desolante vuoto che c’era prima di VB – ma ogni volta è peggio. Non è la prima e non voglio neanche chiedermi se sarà l’ultima, ma ogni volta è peggio. È un patto col Diavolo sempre più asfissiante, un affrancarmi interiormente dal consorzio umano sempre più desolante.
Mea culpa.
Mia la colpa di decidere di vivere i rapporti in un certo modo, mio il tenace attaccamento a ciò – ma sarebbe poi cambiato qualcosa se fossi stata disposta alla monogamia? Inutile pensarci. Ogni risposta sarebbe quella sbagliata.
E mi sento colpevole per essere sparita in questi giorni, sparita dal mio dolore, mentre VB rimetteva l’anima senza ingerire alcol. Ognuno somatizza a modo proprio. Io mi ubriaco, scopo e contraggo pettorali e dorsali, VB vomita a stomaco vuoto.
L’impulso dispotico è di tenerle la mano finché il dolore non le passerà. Se non fosse l’esatto modo di fare ancor più danno, forse ciò avrebbe un senso. Così è stupido e basta. Insopportabilmente stupido il modo in cui gli esseri umani si costruiscano visioni e strutture e soffrano senza che nessuno abbia voluto far soffrire. Razza senza salvezza.
Ma chi altro dovrebbe tenerle la mano mentre vomita, se non chi sa perché e come vomita? Razza morbosa, quella umana.
Ho barcollato con parole, alcol e carne, e non mi sono fatta schifo. C’era una specie di preventiva accettazione di ciò – e questa sera VB mi chiede come sto, e che dirle? Le lacrime non mi donano. Sono un gadget che non so dove ficcare, un ingrediente che non so come usare, i chiodi Ikea che rimangono sempre a mobile montato.
Ho scelto deliberatamente di investire capitale, senza risparmiare nulla, sapendo che andavo a velocità esponenziale contro un muro – non sapevo se sarebbe stato di mattoni, gomma o carta velina. Ma sapevo che era un muro. Ci sono andata senza rallentare fino all’ultimo, how borderline, perché ho deciso così. Prendere sul serio le mie lacrime sarebbe grottesco – lascia che siano come uno starnuto dopo una notte di folle nudità a gennaio.
Vi cerco un senso, ovviamente, un’anima distillata che faccia da mattone per la prossima costruzione.
La paura è di non essere abbastanza salda. Di inciampare al primo passo deciso. Odio i carnefici indecisi e deboli, che vogliono essere compianti mentre agiscono. Stimo chi ha le palle di fare una cosa non avendo altra giustificazione che un nudo “Ho deciso di fare così.” La saldezza non salva dalla sofferenza, ma un atto violento senza saldezza non ha speranza di redenzione – che crolli tutto, allora, e le macerie coprano le macerie.
La paura è di non essere abbastanza salda perché soffro di allucinazioni. Attimi in cui vedo soluzioni-oasi, miraggi che svaniscono al primo battere di ciglia – e dell’oasi rimane la lacrima che cade sulla sabbia e scompare, troppo esigua per dare vita a una pianta.
Non ero preparata – e sapevo di non essere preparata. Ho fatto il giochetto del prestigiatore che si fa chiudere nella cassa e buttare in acqua, polsi ammanettati – ce la farà? Lui saprà se ce la farà o meno! Per dio, non si farebbe buttare in acqua ammanettato se non sapesse di potercela fare!
Non sono una prestigiatrice, ma mi domando se i segreti trucchi non esistano e non siano mai esistiti. Il vero segreto è l’improvvisazione, il genio che nasce solo dalla necessità improrogabile, la vertigine che si sublima e rende mago il prestigiatore. Non stava fingendo, è pazzo come sembra.
Non posso neanche distribuire colpe e meriti di sofferenza. Credo troppo nella volontà umana. A ognuno il suo, a ognuno tutto.
(Ma avrei voluto che non mi dicesse che la sola idea di un saluto definitivo la manda in pezzi; anche se mi capisce; avrei voluto che non cercasse di lanciare ganci sulla mia barca, perché non si allontani poi così tanto; avrei voluto non chiedesse a me se domani mattina riuscirà a svegliarsi.)

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