L’Angelo mi scosta i capelli dal viso, mi guarda commosso, e mi dice:
“Sei tenera.”
“Sarà.”
Sarà che mentre scopo ho una faccia tenera.
Dovrei farmi fotografare per vedermi, dico, non mi guardo spesso mentre scopo.
Ma gli credo, certo che gli credo.
Ho vaghe rimembranze di persone accomunate dal dirmi che sono tenera, o qualcosa del genere, mentre scopo.
Uno strano tipo di feticismo, per quanto mi riguarda, il notificarmi ciò, e vorrei veramente sapere che faccia ho mentre scopo, quale espressione possa venirmi per far pensare a tenerezza.
(No, non mi è mai successo – che io ricordi – di pensare di una persona che fosse tenera mentre ci scopavo. Prima, dopo, ma non durante.)

Cerco canzoni da ascoltare tra le ultime in lista, ma ne ho linkate troppe a VB.
Ho linkato troppe cose a VB, a dirla tutta, compresi i pensieri fatti prima di addormentarmi – letali, quelli – sta lì il cuore di una persona, nei suoi odi e nei suoi amori nel momento in cui chiude gli occhi e sprofonda nell’incoscienza.
Con VB ho parlato, e ora so che VB non muterà il proprio rapporto con il ragazzo per farmi subentrare nell’ultima porta che manca – quella posta dove Venere ha messo dimora sull’umano corpo – Venere, e Freiya, e di sicuro anche Antinoo e Giacinto si sono fatti poetare addosso riguardo a quei lembi di carne.
VB non tradirebbe infingarda il proprio ragazzo, e ciò è importante – amo le persone coerenti con il proprio sistema di valori.
D’altro canto non le piace l’idea di dovergli chiedere un permesso per fare qualcosa – lecito, per quanto mi riguarda, tale dignitoso sentimento. Se non lo trovassi lecito non troverei illecita la monogamia, d’altro canto.
Potrei aver qualcosa da dire sul come sia un miserrimo modo di salvaguardare la propria dignità quello di non dover chiedere permessi riguardo alla propria vagina, quando un rapporto di coppia è un accumulo di compromessi taciti e non.
Ma quello non riguarda me.
Quel che a me interessava nel discorso era essere informata circa una presa di posizione.
Sui motivi di questa si potrebbe discutere all’infinito, e sovente lo faccio, ma stavolta quel che contava era… formalizzare. Far dire parole a persone che se ne prendessero la responsabilità e le conseguenze.
Non è stata una discussione lunga. Venti minuti circa, credo. Ne sono bastati dieci per arrivare alla conclusione. Gli altri dieci sono serviti, credo, a liberarsi di pensieri inconclusi e inconclusi timori. Da parte mia nessun inconcluso timore, ero solo un po’ schiantata a terra e… e… e c’era un sintagma inglese che descriverebbe alla perfezione sia me in quel momento che il modo in cui vorrei ridurre lo swarowski, ma non mi viene. È da oggi che ci penso e non lo trovo. L’ho cercato, scoprendo che avevo in loop una parola che non esiste, che la mia mente ha plasmato negli anni e che ho dovuto rincorrere.
To smithereens.
Chissà da dove cazzo viene.
Interagisco troppo sovente con persone che mescolano lingue e coniano neologismi, per volontà o errore, e non so più pensare con quella che qualcuno chiamerebbe la mia lingua.
Ieri sera stavo giocando di ruolo su skype, e per differenziare due personaggi ho calcato l’accento creolo di uno, mescolandovi parole creole.
Giocare di ruolo su skype è un modo come un altro per perdere tempo, immagino. Tra lo studio e noiosità burocratiche si piazzano delle pause per respirare, che ognuno riempie in modo diverso.
Le ho riempite quasi tutte con VB, negli ultimi tempi, ed è questa la parte difficile dalla faccenda al presente.
Stavo coscientemente investendo capitale, in un’ottica a lungo termine (ossia, per me, mesi), in ambiti seri (diamanti), meno seri (gioco di ruolo), incatalogabili (telefonate), tutti con uno spesso filo conduttore che vi svendo come “VB”.
Chiarito che il capitale non va investito lì ma altrove rimane il problema della transizione: e ora cosa me ne faccio di tutti questi spazi vuoti?
E cosa me ne faccio dello swarowski, di jdi do prdele, delle pecore, di una sfilza di personaggi?
Sono per fortuna una saggia imprenditrice nei rapporti umani, che tratto come il maiale: non si deve buttare nulla.
E per ciò so cosa farmene dei diamanti, di dankie, di Rhodes, dei Loa, e di molti altri argomenti che senza VB non sarebbero stati approfonditi. So cosa farmene persino dei suoi personaggi, che compaiono con il suo benestare nel plot di un racconto per una raccolta.
Ma eccomi a staccare il portafortuna di nome “Aristide” dalla borsa, chiedermi cosa farmene di un fascicolo bianco regalatomi solo perché era fascicolato, di oggetti e parole (parole! – sono queste le peggiori) che avevano un unico scopo, rituale – tipicamente rituale, ossia celebrativo di un “noi”.
Un “noi” molto ristretto – nessun falò al centro del villaggio, nessuna parata pubblica, nessuna cena famigliare – un “noi” stretto a due persone (non per scelta, ma perché è accaduto e basta, un “basta” di cui essere grati), quindi attualmente pressoché inutile, perlopiù lesivo.
Le parole sono le peggiori, perché il linguaggio è performativo e fluido. Viene creato dalle persone e le modella. Chi blatera di Nazioni e delle loro vere lingue deve avere una capacità espressiva dotata di poca inventiva per non rendersi conto di quanto i linguaggi nascano e muoiano ogni giorno.
E io mi domando cosa farmene di “zio Nicky”, “no, mio padre non potrebbe mai uccidermi”, “quante pecore oggi?”, “si accende un sigaro”, e altri usi di parole che sono diventati Leitmotiven a sé e che significano nulla o poco al di fuori di quel linguaggio che si è ritualizzato in continuazione formandosi. Al di fuori di quel codice non hanno senso, se non parziale. Al di fuori di quel codice il loro significato è un altro, semplicemente. Quel che è stato fatto di quelle parole è stato metaforizzarle, ampliarle, giocarci.
Dovrei purgarmi da sola il linguaggio – che è come purgarsi i pensieri con cui ci si addormenta, una faccenda che la razionalità condiziona fino a un certo punto.
La paura è di inciampare (altra fottuta parola-Leitmotiv il cui senso è stato ampliato solo all’interno del fottuto rapporto) in questi Leitmotiven che sono stati sparsi qui e lì in ogni livello della mia quotidianità. E del mio pensiero. Del mio cazzo di modo di figurarmi le cose. Niente di apocalittico, solo quotidianità – sono foucaultiana, l’unica Apocalisse da temere è quella quotidiana.

Una teoria che vuole spiegare le apparizioni nelle case infestate parla di bozzoli (non è la parola giusta, la parola giusta non la ricordo), di azioni che – quando avvenute, perché troppo violente – si sono sublimate in sostanza non visibile attaccandosi come uova di mosca al luogo in cui sono avvenute.
Uova reattive, insidiose come funghi, che sporano quando vi si passa al fianco, manifestandosi – ed ecco le visioni, ecco i fantasmi, ecco quei grumi la cui unica manifestazione tangibile sta nella reazione della persona che le subisce.
C’è stato un periodo in cui temevo le case infestate. Poi ho smesso. Per la precisione ho smesso quando ho cominciato a pensare che qualsiasi cosa potesse sfiorarmi non avrebbe potuto tangermi se fossi stata intangibile. Quel che dovevo temere non era il bozzolo di turno, ma di essere labile e feribile.
Giacché in questo mondo, per priorità, prima di preoccuparsi di tali raffinati e opinabili processi, ci si deve preoccupare di pericoli ben più tangibili, da allora ho smesso di temere le case infestate & simili luoghi.
Non ho però smesso di pensare che l’integrità sia una qualità più che bella: utile. Utile quando un cane non annusa paura in te – un cane, un bozzolo, una persona armata, il tuo datore di lavoro, il vicino, lo sconosciuto, te stesso.

Giacché ultimamente non mi reputo esattamente una salda pietra, temo di inciampare. Timore più che lecito, dato che sono circondata da cose che ho voluto condividere con VB.
Il libro di economia che mi ha aiutato a comprendere, quello di diritto internazionale da cui ho tratto brocardi con cui giocare, quello fotocopiato speditomi da lei sulla De Beers, appunti, note, i commenti sul copriletto viola e verde, quelli sul gatto, skype, il porta-accendino in argento (o metallo che sia; rappresentava argento) – le persone.
La disinfestazione da fare ha la forma della ricerca di una scatola di aghi in un pagliaio.

La cosa positiva è che la fretta di allontanarmi dal dolore è tale da farmi sentire dolce l’acqua che ieri ripudiavo.
Non credo che in due giorni il mondo abbia acquisito un senso che prima non aveva, ma viene ricoperto – e chissà, magari assorbirà – dalla passione che necessito di riversare in questa fuga. Una fuga che mi costringerà a muovere il culo, perché stavolta non posso chiudermi in casa per leccarmi le ferite, dato che è questo fottuto PC il mio collegamento con VB.
(Le buste in ordine in attesa di altri pacchi da spedirle.)
Per questo, dopo i venti minuti di discorso, all’esatto scadere, mi sono congedata un attimo per una breve chiamata – all’Angelo, che è un angelo e perciò ha inteso senza premesse né spiegazioni. Provvidenziale Angelo, in dieci minuti sotto casa mia, col tono di chi tanto era per strada – ristorante sul lago, uccelli che rincorrono moscerini planando, al crepuscolo, e alcol. Non serviva altro. Altro che i soliti discorsi – i soliti che mutano sempre, una persona che rimane negli anni e vedo ogni tot mesi.
Gli ho “perdonato” il dire che il dialetto locale si disgrega a causa dell’immigrazione. Non ho contestato che con una frase, e poi ho cercato di contemplarlo con tutta la curiosità che sono riuscita a racimolare in me – guardare al mondo con gli occhi di un Genet meno monomaniaco, che saprebbe liricizzare le piccole rughe ai lati di quegli occhi azzurri, il calore con cui l’Angelo si accosta a canzoni in dialetto locale, l’amore per la varietà, compresa quella che ti vive di fianco e vorrebbe eliminare le altre.
Gli ho perdonato tutto facendomi pagare con il suo solito essere se stesso, con la cena, con il corpo caldo e sudato e il pensare che strana, questa cosa, di due corpi umani che fanno tanto casino e bruciano così tanto eppur in maniera così innocua. Il massaggio, sopra all’ultimo avuto, che era quello di VB – e l’ultimo calore cocente di pelle-contro-pelle, di VB.
Dormire lì?
No, sarebbe stato un altro lungo silenzio mentre dormiva – “Non ho niente da leggere.” Oh vi prego non lasciatemi sola con la mia mente da svuotare.
Temo il letto, fottutamente il letto, perché sono una persona che pensa tanto, crea, analizza, critica, specula – e tutte le speculazioni degli ultimi tempi hanno un fottuto collegamento con VB.
Intendiamoci, non devo estrometterla dalla mia vita, solo dal punto in cui va a confluire il mio capitale intellettual-emotivo.
Ho anche pensato, in un impeto di bassa autostima, che forse non merito altro che attendere che si affranchi.
“Una cosa…” mi ha detto, quando il discorso era stato concluso e io già ero partita con altri discorsi. “Mi lascio il diritto di corteggiarti se dovessero cambiare le cose.”
“Fottiti.”
E ho riso.
Ho per fortuna un orgoglio troppo grosso per ammettere una tal bassa autostima a tutti gli effetti. Che, se c’è – e c’è, sovente, nella mia vita – rimanga tra me e Me. Sfogare i giochetti BDSM con il proprio inconscio.
Non c’è neanche esattamente rancore nei suoi confronti. Non rancore in cui credo, non rancore che prima non ci fosse per altre cose che esulano dal rapporto.
C’è una piccola bruciante rabbia così human e così poco humane che passerà, esattamente come gli slip bagnati si asciugano.
C’è stato il chiederle di far sapere al suo ragazzo delle mie furono intenzioni. Rigurgito di necessità di status, credo – anche se sto in quello che non vorrei, che mi sia riconosciuto. Giochetti che l’essere umano fa tra sé e la propria visione del mondo, e che vuole vedere riconfermati all’esterno.
Però un camino lo vorrei, quello sì.

Qualsiasi affermazione sul domani sarebbe inutile e inaffidabile, come ho detto anche a VB.
Un lato positivo della faccenda è che sto vivendo con intensità il presente, perché devo rifuggire sia passato che futuro prossimo.
Ogni pianificazione serve la priorità di costruire cose nuove e attendere che la casa sia vuota per prendere a pugni l’armadio senza disturbare nessuno.

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