Speravo di trovare Denis online. Dovevo ricordargli una cosa “la prossima volta che ci saremmo incrociati”, e poi avevo voglia di prendere una persona a caso tipo lui (non mi si chieda che tipo è, lui, a parte che una persona tipo se stesso) e usarlo per sfogarmi un po’.
Sto stringendo le spire attorno alla questione VB, e lo faccio cercando un giorno in cui “fare un discorso”, dato che VB in questo periodo lavora tanto e di tempo “libero” non ne esisterà per tutta l’estate, quindi bisogna crearlo. Non credo di avere voglia di trascinarmi la questione a Kiel, ecco. Non ho neanche voglia di fare il discorso, a dirla tutta.
Se il mio umore non venisse affondato quotidianamente dal pensare che un discorso è necessario, lo eviterei; se la questione non si presentasse così sovente ai miei pensieri, procrastinerei; se potessi evitarlo a me stessa, obnubilerei la faccenda.
Ma ogni volta che saluto VB, a inizio e a fine questione, ho la voce depressa. In mezzo no, perché ci rincoglioniamo bene a vicenda. Ma quell’inizio e quella fine mi bastano e avanzano per tornare mentalmente sull’argomento nei momenti più inaspettati – ed eccoci qui, a chiedere a VB in quali giorni non lavorerà, ad anticipare il perché di tale domanda, sentirsi chiedere:
“Parlare di cosa?”
E vorrei dire:
“Secondo te?”
… Ma sarebbe una domanda retoricamente efficace solo se in VB ci fosse la consapevolezza dell’esigenza di tal discorso. Senza tal condivisa consapevolezza una simile domanda è vuota, e quindi ho risposto:
“Del nostro rapporto.”
… Con la tipica frustrazione di chi sente di stare dicendo cose scontate; bruciante perché non sono scontate.
O forse sì.
O forse no.

Guardavo un’intervista a dio sa quale bianco in Sudafrica che esponeva il suo razzismo con vittorioso candore, apertamente in mezzo ad africani dalla pelle scura (parlando la loro lingua, sesotho), che trattava con premuroso impegno.
Quadretto del colonialista contemporaneo, si potrebbe dire facendo un parallelo, ma non sono poi così sicura che un parallelo si possa fare.
Più approfondisco la questione sudafricana più sento di dover sospendere ogni giudizio. La fiaba del colonialista bianco cattivo sull’inerme africano non regge se ti viene il sospetto che l’africano – con i suoi motivi, buoni o cattivi – potrebbe essere molto più bastardo sul bianco che viceversa. La fiaba del colonialista bianco sarebbe sviante, perché il colonialismo non esiste più e siamo tutti cambiati da allora. Oltre al fatto che dare per scontato che tutti i sudafricani di pelle scura siano intimamente per i pari diritti e il libero mercato e tutti quei bei valori occidentali sarebbe d’una supponenza inaudibile, giacché di sudafricano non ne conosco neanche uno. Non vorrei mai trovarmi nell’imbarazzante situazione dell’idealista che guida un corteo per i diritti delle donne musulmane e viene fermato da una donna con velo che gli dice di farsi i cazzi suoi.
Non vorrei, soprattutto, addentrarmi in questa ricerca con pregiudizi. L’unico giudizio che accetterò in me sarà quello che avrà come basi quelle che devo comprendere – o la comprensione a che servirebbe?

E questa destabilizzata disposizione mentale mi fa riflettere anche su VB e su come due esseri umani possano concepire la stessa situazione in modo totalmente diverso, applicando i propri valori a cose diverse. Con diverse priorità. E via discorrendo.
Avrei voluto Denis online per sfogarmi in modo pulito, senza lasciare tracce, ma Denis non c’è e io d’altro canto non ho privacy. Strana parola, “privacy”. Come “libertà”. Ci si può ficcare di tutto, dai più alti ideali alle più basse giustificazioni.

“Ma il tuo ragazzo sa che ho dormito avvinghiata a te e con la faccia tra le tue tette e che avevi le mutande bagnate?”
“No, mica gli dico tutti i dettagli.”
“Magari questo potrebbe interessargli. Intendo, se io fossi un ragazzo avresti dovuto dirglielo.”
“Credo di sì.”
“E se l’avesse fatto lui? Con un ragazzo, o una ragazza?”
“Non lo so. E anche se lo fa, di sicuro non me lo dice.”

Non ricordo come avessi risposto. Qualcosa come “Eh beh.”, credo, l’equivalenza di un rimanere senza parole. Domandare “Ma allora perché ci stai assieme?” era una domanda troppo insensata perché troppo sensata, in quanto stavo parlando con una persona che eleva la sincerità a principio sommo in ogni rapporto.
Non avendo posto la domanda a VB ho continuato a porla a me stessa in loop.
“Ma perché ci sta assieme allora?”
Ci sono diverse risposte, ed è per liberarmi dal loop che ho bisogno di parlare con VB.
Una risposta sfata il mito per cui VB considera la sincerità fondamentale, tanto più fondamentale quanto più il rapporto è importante. Davanti a una tale omissione non si può parlare di “dettaglio”, e se si può dovrei chiedere di discutere con il ragazzo di VB di alcuni dettagli. Tale permesso, suppongo, mi sarebbe negato.
Mi spiacerei di scoprire in VB una persona insincera. Mi spiacerei molto. Farei un qualche atto catartico – come appurare se uno swarovski brucia, ubriacarmi, elemosinare sesso da qualcuno, o la spalla da qualcun altro – e mi troverei liberata dal gioco. Dal dispiacere no, ma non è il dispiacere ad ammazzare. (Non me, perlomeno.) Probabilmente alzerei la voce, solleverei improperi e offese, e poi boh. Credo che “boh” sia il punto fondamentale, tra l’altro.
Una seconda risposta non sfata miti, ossia: sì, i dettagli omessi sarebbero esattamente “dettagli” nella visione di VB. Non lo sono nella mia, però – o meglio, non è nella mia visione l’aver voglia di essere considerata un dettaglio da VB, non sono per i rapporti squilibrati.
Una terza risposta è quella che non conosco ma mi riservo di lasciare aperta, perché non posso sapere tutto e amo essere stupita.

Non è la fretta di stringere cerchi attorno a una persona a muovermi. Quella fretta la conosco poco, me amante del “che le cose vadano come devono andare, con i loro spontanei tempi”, me che non necessita di termini rassicuranti o cose del genere.
A muovermi è la fretta di capire il fulcro dell’incoerenza, che è diventato fulcro del rapporto. Non so fidarmi di una persona che mente (omette) così spudoratamente, perché potrebbe farlo con me.
Potrebbe farlo comunque, ma andare a sbattere contro una parete quando si sa a priori che è costellata di spine è eccessivamente stupido.
Ma non è questione solo di fiducia.
La sincerità di una persona è uno dei fattori che mi fanno piacere questa persona, perché mi fa provare stima – e no, non so apprezzare qualcosa che non stimo.
C’è poi la fretta di smettere di trattare male VB. Sì, sto trattando male VB. Tratto male VB – suppongo per rabbia – e poi dico: “Tanto per te non è una novità, vero, essere assertiva?”
“Assertivo” è la parola del mese, sì. E usata in modo scorretto – ma ha poi ormai importanza, dato che questo termine ormai significa “VB”?
Due volte mi ha detto che mi avrebbe chiamato o mandato un messaggio – quel genere di cose che si dicono così per dire, per abitudine, non giuramenti sulla propria dignità – per poi non farlo. La prima volta l’ho chiamata di notte svegliandola – metodo punitivo: la prossima volta non vorrai essere svegliata di notte, vero? La seconda volta non so che ho fatto, forse ho solo alzato la voce, forse ho usato ironia, forse ho usato la cosa come pretesto per maltrattare – sono tre varianti dello stesso concetto, poco cambia cosa ho fatto realmente.
Ciò che conta è che non ha sollevato lamentale, mi ha dato ragione, e adesso mi fa la telecronaca dei suoi spostamenti. Mi dice quando esce dal lavoro, in quanto sarà a casa, quando si connette. Se non rispondo perché dormo non insiste. Mi manda SMS per non svegliarmi, non si lamenta del fatto che non sento il cellulare, mi chiama una sola volta e poi attende.
Io chiamo, se non risponde richiamo. Se mi annoio richiamo ancora. Se ho le palle girate chiamo di nuovo. E non si lamenta.
Ho provato a fare e dire cose solo per vedere se reagiva, e ha puntualmente reagito asserendo la mia volontà. Le cose che ho fatto e detto le ho finte, trovandole assurde, e lei le ha asserite.
Potrei salvarmi il culo dicendo che sono prove del nove per testare l’altrui reale pensiero. Estremizzare se stessi fino a estremi che non si condividono per vedere se l’altro li condivide per compiacere. O perché asserisce per abitudine.
In realtà ormai non lo so più neanche io.
So che non mi va di provare questa rabbia. Non mi va di indulgere nel giochetto di dare comandi ed essere compiaciuta. Non in questa situazione, in cui alcuni miei gesti diventano dettagli omessi. Il dittatore nello sgabuzzino non è gli scopi morali della mia vita.

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