Bah.

Ont-elles roulé des cigares
Ou trafiqué des diamants?

Sono inciampata in Rimbaud. Di nuovo.
Beh, Rimbaud è l’unico poeta che capisco (non che mi piace, per farti piacere o meno qualcosa devi prima capirlo, e io non capisco la poesia), nonché uno dei pochi che rimangono sempre presenti di fianco al letto, tipo Bibbia.
Il fatto che fosse un bel ragazzo me lo fa prendere sul serio. Troppo facile darsi all’arte quando d’aspetto si è dei cessi, è come la storiella della volpe e dell’uva – eh, a me l’uva non piace, per questo scrivo poesia – e troppi grandi artisti erano dei gran cessi.
No, il problema di Rimbaud non era un sembiante invendibile, ma qualcos’altro.
Quando ero piccola e cercavo risposte dovevo cercarle in persone con problemi simili ai miei. Non sappiamo che problemi avesse Rimbaud, ma per la me-lettrice di allora non aveva importanza: avrebbe avuto quelli che servivano a me.
Doveva essere dell’aspetto intuito dalle foto, e non essere grato a nessuno per tale aspetto, né tantomeno per il genio letterario. "Genio" è una parola un po’ del cazzo, diciamo che da adolescente scriveva con la fluidità di un adulto, quindi si è potuto evitare – da adulto – quella estenuante ricerca della perfezione stilistica in cui molti adulti s’incagliano. Ne conosco a frotte, di gente che usa ogni forza per giungere a una prosa d’una virgola più ineccepibile – gran spreco.
Sul sito di una casa editrice è scritto:

Il linguaggio: Non potete scrivere come parlate, solo gli ‘incolti’ lo fanno.

Ed è una gran cazzata, ma non è colpa della casa editrice. È colpa della scissione esistente tra parlato e scritto, e del fatto che la maggior parte della gente parla di merda, e quindi quando scrive è meglio che si rifaccia a qualcun altro e a non a se stesso.

In questi giorni sono intollerante. È colpa di Facebook, in parte, dei miei troppi contatti, che mi fanno subire quotidianamente performance di glorificata mediocrità.
Non accuserei mai qualcuno di essere mediocre di tanto in tanto – ho smesso di fare certe cose: una buona dose di mediocrità è necessaria a sopravvivere e comunicare, quindi a sopravvivere e a vivere – il problema è quando il quadro di una persona è fatto di sola gloriosa mediocrità. E per "mediocrità" qui intendo "arrendevolezza alla retorica". E per "retorica" qui intendo l’equivalente intellettuale della persona che sa scrivere solo usando espressioni idiomatiche ribadite in mille sedi.
Odio chi diffonde pubblicità morali come (cit.) "Non permettere mai che nessuno faccia le TUE scelte al posto tuo!", o (cit.) "Quelli che…almeno una volta avrebbero voluto fermare il tempo…", o qualche altro sacro concetto che dovrebbe essere espresso sempre e solo con creatività, e non perché la creatività sia bella (io troverei molto creativo filmare una persona scorticata viva), ma perché presuppone un minimo di rielaborazione, che dovrebbe evitare una certa routinizzazine – e non perché la routinizzazione sia male (trovo molto bello abituarmi a non essere nauseata dal mio odore), ma perché rende ciechi.
E poi odio chi diffonde pubblicità morali perché .
Inciampare in Rimbaud mi ricorda una scena di Poeti dall’inferno, in cui Di Caprio saliva su un tavolo e pisciava sui presenti poeti trovandoli non abbastanza geniali. Tirava in causa non ricordo cosa per tal gesto scandaloso, ma non importa che tirasse in causa: la scandalosità del gesto, per quanto mi riguardava, rivelava quanto scandaloso fosse che chiunque si sentisse in diritto di reclamare lo status di poeta.
Mi è capitato spesso, avendo una formazione da artistoide, di essere scusata, o spiegata, o giustificata, o elevata a priori in quanto avente lo status di artista.
Da supposta artista non ho mai ben compreso perché un artista (qualsiasi cosa sia) debba avere maggior diritto di essere sconveniente, anzi debba esserlo per dovere, mentre chi non ha tale status non ha scuse a cui aggrapparsi.
Da persona che convive da sempre con una cosa che viene chiamata "fantasia" (io non la chiamo: è parte di me) mi è capitato spesso di vedere persone evocare "fantasia" e "arte" per giustificare il proprio pensiero o le proprie azioni.

"Scusa, ma qui non si capisce un cazzo di quello che dici."
"Eh, ma sai, è il mio lato artistico…"

Sarà che così sovente non si capisce un cazzo di quello che dico (e faccio), che una tale scusa non reggerebbe a lungo. Dovrei adottare una scusa diversa ogni mese, per rimanere credibile.
Sarà forse per causa di questa mia incomprensibilità naturale e per nulla romanticizzata che non romanticizzo l’elitarismo. Se dovessi chiudermi a un ristretto numero di persone le probabilità di avere successo nella comunicazione sarebbero in prossimità dello zero.

Qualche giorno fa avevo scritto un post, ma da solo era troppo pesante per essere pubblicato. Mi sono auto-moderata, nell’ottica di chi deve sfornare un prodotto equilibrato, o qualcosa del genere.

Ricorrente è il sogno con VB e il suo ragazzo e una quest atipica per me, impegnata a dibattere il rapporto che c’è tra me e VB con il suo ragazzo, al fine di dare a questo rapporto uno status.
Status come “cittadinanza”. Quella cosa che ti fa avere diritti e doveri.
E di fatto questi sogni traggono molta ispirazione dalla fiction ambientata in tribunale e dalla fu giurisdizione norrena, con prove di forza e democratiche discussioni a braccetto.
Che razza di struttura mentale.
La più semplice quest del «libera la ragazza dal drago» o «fotti la ragazza a» non è effettivamente attuabile, non mi darebbe il tipo di cittadinanza che cerco – ne cerco una da apolide, con diritti e doveri nei confronti di tutti e nessuno.
Il lato perverso tipico della mente umana da Freud in poi si manifesta nelle sue più retoriche bassezze, e nei miei sogni il «brutto ma buono» (ossia: «brutto ma ha la faccia simpatica, e per quel poco che so di lui credo mi starebbe simpatico come compagnia per una serata al bar») ragazzo di VB vede subire una metamorfosi che lo inquadra di volta in volta in un diverso cliché negativo. Nel sogno di stanotte incarnava il deuteragonista saldo e materiale, quello che si esprime per mezzo di una fisicità imponente e di un modo di imporsi tipico di chi sente che tutto gli è dovuto, e se non gli è dovuto è abituato a prenderselo senza mezzi termini. Nel sogno pensavo che ciò non era poi così illogico, considerato che io non incarno certo il protagonista dal cuore gentile. Una trama del genere implica una sostituzione, sebbene nel mio caso parziale, e la sostituzione richiede oggetti simili.
Lo pensavo basandomi sulla solita me, e sulla me che ogni tanto con VB esce – che è una solita me in potenziale, intollerante per i mezzi termini e che s’impone finché può per mettersi comoda.
L’altra sera, con una minima quantità d’alcol in corpo – ossia a sufficienza, essendo io in un periodo astemio – ho detto a VB una cosa come:
«Quando torni mandami un messaggio, che vai a dormire o meno. Tanto fai sempre quello che ti si dice.»
Benché l’uscita avesse il tono della battuta gratuita, non lo era esattamente. Il tono dispotico era stato caricato da una serie di fattori – la situazione poco chiara, i sogni come quello di stanotte, skype che quella sera funzionava male… Quando ci si abbruttisce motivazioni correlate e motivazioni del cazzo si mescolano e saldano senza sentirsi in dovere di dare spiegazioni – se poi la persona a cui ti rivolgi non te le chiede, allora è fatta. VB non me ne ha chieste. Dinamiche perverse – e lo sono perché poi io non chiedo scusa, e con ciò ammetto che un simile atteggiamento non è da me stigmatizzato all’interno del rapporto, e in effetti non lo è, perché talvolta non sopporto l’assertività di VB e ho questa contorta voglia di punirla dandole pane per i suoi denti, ma d’altra parte stigmatizzo l’atteggiamento a priori, ma Dio sa perché me lo tengo per me.
Nel sogno di stanotte il lungo dibattere, fornire prove e controprove, ascoltare e spiegare, capire e introdurre, si concludeva con me che facevo di proposito un gesto che facesse scattare una scintilla nell’arroventata situazione, portando il demonizzato ragazzo di VB a passare alle mani – perché siamo esseri umani beneducati che cercano soluzioni pacifiche.

Ho sempre più remore a indossare quello che sembra un anello di fidanzamento e non lo è. Il suo significato è non meno denso e non meno importante, ma parla di alleanze per una ricerca e di celebrazione di un’intesa in creatività, ammicca a diamanti prima che a ciò che le pubblicità di diamanti ammiccano.
Ma i significati che diamo alle cose e quelli che questi hanno in una situazione sono cose differenti, e quell’anello tende ad avere sempre la stessa conseguenza ogni volta che incontro un conoscente:
«Ti sei fidanzata?»
La gente che mi conosce bene dimentica in fretta che questa domanda implica qualcosa che va in contraddizione con il mio essere, ma non è questo il punto. La domanda mi ricorda che l’oggetto simbolico rimanda a una persona che è fidanzata. Lo status di fidanzamento è per me un male di per sé, ma è una questione ideologica trattabile come astratta; nello specifico caso lo status di fidanzamento mi sta davanti come un vetro, ben lucido, che a seconda dell’angolazione mi permette di vedere o con nitidezza quello che è oltre e irraggiungibile, o il riflesso di me stessa con un’espressione incazzata.
Una me basculante, che non sa come giudicare la situazione.
A VB ho anche detto che dobbiamo parlare di una cosa che ci riguarda. Questa, ovviamente – ovviamente per me, per VB non saprei. Per VB o chiunque altro. Il mio medio atteggiamento non credo porti le persone a pensare che io possa avere a cuore una qualsivoglia questione che include una sola persona per volta, a meno che questa persona non sia famosa e morta o viva e simbolizzante un argomento a cui tengo.
Nel sogno mi domandavo se assumere l’atteggiamento solitamente correlato alla persona che ha un’altra persona a cuore avrebbe migliorato la situazione, aperto un canale comunicativo, qualcosa. E mi domandavo se dovevo assumere un’espressione triste, o contrita, se era il caso di far scendere qualche lacrima o sarebbe stato fuori luogo, e soprattutto credibile. L’amarezza pur presente rimaneva di sottofondo, dentro, espressa all’esterno in rabbia – il che ben s’interfacciava al sembiante addossato al ragazzo di VB, il grottesco sembiante stereotipato, che di riflesso rendeva me grottesca.
Il problema principale, nel sogno, era l’interfaccia. Era il fatto che il ragazzo di VB non poteva concepire che la questione che portavo fosse seria e da considerare come consistente, quindi mal comprendeva l’impegno che mettevo nel portarla avanti.
La situazione, in effetti, sarebbe:
«Scusa, vorrei aprire l’ultima porta al mio rapporto con la tua ragazza, che entrambe simbolizziamo nello scopare, e perciò vengo qui per accordarmi con te perché per quanto mi riguarda quando due persone si fidanzano sono un po’ un unico essere, si appartengono, quindi tu sei proprietario per metà di lei; considerato che il suo corpo ci starebbe, e la sua mente mi ha già abbondantemente in simpatia, ti spiacerebbe se me la portassi a letto? Non fraintendere, non voglio fregartela, continua pure a essere il suo ragazzo.»
Capitolo, avveniva ciò che di norma avviene dinnanzi a un simile discorso in ipotesi:
«Sognatelo.»
Con ancora una punta di nervosamente divertita perplessità.
Tanto valeva concludere in bellezza e far scattare la scintilla, fargli arrotolare le maniche sui bicipiti e passare a un linguaggio universale, no?

Mettere un post come questo tutto solo soletto sarebbe stato intollerabile per me. La questione è così amara che non si può prendere da sola, motivo per cui sovente evito di prenderla e basta.
Ci sarà un giorno – non troppo lontano – in cui prenderò VB e se ne parlerà.
Sarà un discutere molto impegnativo, e per un unico mero motivo: non ho nessuna voglia di perdere la presenza di VB, e il rischio è quello. E se ciò capitasse, sarebbe per mia scelta – per il mio bene, e retoriche simili – tienti lontano dalle porte chiuse che hanno dietro una calamita e tu sei ferro puro, perché continuerai a sbatterci contro diventando sempre più rincoglionita.
Non posso dirmi certa che senza la presenza di VB troverei comunque qualcosa che sostituisca il bene che fa alla mia quotidianità, perché non si è certi di nulla, ma c’è una buona probabilità che mi rialzerei in fretta.
Ciò nonostante il pensiero del vuoto che rimarrebbe è un po’ lacerante. No, "lacerante" non è la parola giusta. "Desolante", ecco, perché VB riempie una desolazione di fondo. Tornerei a qualcosa che conosco, un luogo che fa scommesse con te e dice:

"Più volte tornerai da me, più sarà difficile allontanarti da me."

Non è quindi il pensiero dell’assenza di VB a intristirmi, tornerei semplicemente a qualcosa che conosco.
È più il pensiero di quello che perderei prima di averlo vissuto a far salire qualche lacrima. Penso sia un bene. Penso sia una specie di sintomo di una certa voglia di vivere.
C’è poi il constatare che VB ha preso un posto che tutte le restanti mie conoscenze vedono solo da lontano. Sono una misantropa, dentro, e quindi è normale tenere una certa distanza tra me e l’umanità, ma al momento tale distanza è spiccatamente marcata, al punto che l’unica persona a cui telefono di mia iniziativa e voglia, nella quotidianità, è VB. Questo significa che estromettere VB lascerebbe posto a sonoro silenzio.
Da brava misantropa, sono abituata a non avere persone come obiettivo (se non sul breve periodo). Da brava misantropa, tale per troppe occupazioni da svolgere in solitudine, occupazioni che stancano senza lasciare soddisfacente stanchezza, le pause diventano rare e sacre, e VB è una pausa. Anche le sigarette sono una pausa, e sono sacre. Vivrei, senza sigarette, ma potrebbe scapparci il morto. Assolutamente come effetto secondario e per sbaglio, ovviamente, senza elevante consequenzialità logica.

Sono riflessioni così, spesso d’intestino, a riempirmi la testa in questi giorni. Mi rovinano l’umore, fanno scendere la qualità delle mie performance, circoli viziosi, mi rimane poco di cui compiacermi.

Per amara ironia ho partorito un personaggio che è l’estremizzazione della Me più malata, quella incontrollabile e rimbaudiana degli anni precedenti alla maturità legale, quella che giustificare sarebbe impresa folle, l’unico senso è contemplarla, e perciò come personaggio funziona.
(Anche ai tempi, fossi stata un personaggio, avrei funzionato; ma ero una persona, questo era il dramma.)
Come personaggio è tenero e angosciante. Ha il diritto di fare performance estreme perché fare performance estreme è il suo unico senso. Mi ricordo come il mio essere borderline avesse finito con l’essere questo: solo gesti estremi, solo gesti violenti, solo cose che possano sopraffare il vuoto sottostante.
Come personaggio deve avere più coerenza di quella che avevo io ai tempi.
Un personaggio deve avere coerenza, o non è riconoscibile nella sua individualità; io d’individualità non ne avevo, quindi non avevo coerenza e mi trovavo in effetti insostenibilmente poco credibile.
Questa condizione mi dava però un’incredibile libertà morale, che mi ripetevo non avrei mai dimenticato, pena il disprezzarmi. Pur di non tradirla sarei morta – beh, ci ho provato.
Non l’ho dimenticata.
Una morale me la sono costruita, da zero e con le mie manine, per questo ho l’atteggiamento pedante tipico del moralista. Rimane la consapevolezza che me la sono costruita e che non è un qualcosa di pre-esistente, e questo lascia una porta spalancata sul vuoto sottostante – ciao, horror vacui.
Adesso credo di stare esperendo la fase di transizione del tipico letterato tedesco del ‘700-‘800, figlio di una letteratura che vive di due filoni: il giovane ribelle e il vecchio pedante. Spesso il giovane ribelle crepa prima di poter diventare vecchio, condizione che teme.
Io non sono crepata, benché ai tempi mi sia stato difficile accettare di stringere la mano al lento decadere anziché sparire (dignitosamente o meno, concetti relativi) prima di potermi mettere in gioco e rischiare di fallire.
Non posso fare il vecchio pedante, non ho lo status correlato.
Posso fare la persona con la crisi dei 24 che si auto-interroga per dare un senso alla crisi. A ogni crisi ci sono masse che teorizzano, non vedo perché essere da meno. Preferirei affogare la crisi tra le cosce di qualcuno, ma è un desiderio superficiale – se non lo fosse l’avrei già fatto. Vorrei essere adesso lì ad affogare, ma non ho voglia di sbattermi per arrivare a quell’obnubilamento – cerco un po’ di carburante borderline in Rimbaud, che se non è un sano interesse a farmi finire tra le cosce di qualcuno sia un proiettarsi cieco. Qualsiasi cosa va bene pur di arrivarci, cazzo, a quelle benedette cosce.
L’alcol non è un’alternativa sufficiente, perché allo stato attuale serve solo a farmi venire mal di testa e a farmi maltrattare VB – ho sempre saputo di avere la sbronza cattiva, ma non è un problema se non hai target su cui riversarla, si tramuta in sbronza casinista.
Avrei anche tanta voglia di bere al solo scopo di fare cazzate divertenti, ma ho il nulla di cui sopra che attende famelico alle mie spalle alitandomi addosso, e una bestiolina ringhiante che aspetta di appropriarsi del mio corpo non appena questo si renda debilitato.
Bah.

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