H&K&varie.

Da una parte c’è un cadavere. Difficile del resto non diventarlo, con la gola aperta da un orecchio all’altro.

… Niente da dire. Mi mancava Hyoga.

"Com’è armato?"
"Ne ha per un mezzo distretto di polizia. Il bastardo si dev’essere preparato per un bel po’ prima di fare questo casino."
"Può avere anche l’arsenale della NATO, ha due mani sole."
"Se ha un laciagranate del cazzo può essere anche un fottuto mutilato, ma basta che riesca a tirare il grilletto in qualche modo e diventiamo due manifesti sul muro."

Mancavano Horton e Kendall.

Hyoga mi è apparso su MSN chiedendo di scrivere. Non avrei tempo, non avrei nessun fottuto tempo, ma è da mesi che si procrastina, e gliela dovevo.
A posteriori gliene sono più che grata.
Negli ultimi tempi mi sono data a cose troppo seriose o cervellotiche, troppo impegnate e impegnative – ci mancava la caustica secchezza dei due sbirri.

E a proposito di narrativa, sto profondamente amando Zulu. Abbastanza da spiacermi, poiché l’autore scrive in francese e non viene granché tradotto.
Sto trovando in questo libro una rara capacità di andare oltre ai generi. E una rara visione della società che descrive – non quella sudafricana, che non conosco abbastanza per sapere quanto Férey le sia fedele, ma la società umana in generale.
La varietà con cui sa dipingere personaggi parla di una mente non ottusa da una sola visione del mondo – o, se questa c’è, è abbastanza sottile da non influenzare il modo in cui il mondo lo dipinge.
E un tocco d’ironia, ma di quella a tradimento, che noi amiamo profondamente, che ci fa aprire la boccuccia in una O sorpresa e ammirata.

Horton è una sagoma nelle ombre di fianco alla tenda, rasente al muro. Se lo psicopatico ha un fucile a pompa, e se decide di usarlo per tatuare il muro che li divide, di Horton rimarrà poco – ma non ha l’aria di quello che aspetterà molto. Kendall lo conosce, e riconosce la concentrazione che gli solca la fronte: Horton sta aspettando. Un’incrinatura nella voce dello psicopatico, per la precisione, in cui infilarsi per divaricarla a colpi di arma da fuoco.
Ma lo psicopatico è uno psicopatico, e bisognerebbe essere psicopatici per decifrarne i moti interiori.
Il problema è: Horton lo è abbastanza?

Scrivere con Hyo mi ha ricordato l’utilità di scrivere scene d’azione: devi saper riassumere. E devi saper rendere azione e sens-azione al contempo. Show, don’t tell. Sacro dogma a cui la mia convoluta mente tanto fatica ad arrendersi.


“… Potrei chiederle una sigaretta?”
“Non volevo fomentare in lei il vizio.” Pausa. “Oppure… Avrei potuto offrigliela a due minuti dalla metro, così avrebbe dovuto aspettare fuori.”
“Lei è… è… Non me lo faccia dire.”
“Ma adesso mi perdonerà.”
… dissi passando l’accendino.

Ultimo dialogo avuto con la docente di sociologia. Che dire? Credo mi diverta fare così, qualsiasi cosa così sia. Intrattenere, forse. Lei e me. E i presenti.

In questo stressante periodo mi rendo conto di maltrattare un po’ Capi. Un po’: eufemismo. Sembro un sergente istruttore che non ha spazio per lodi – ma questo lo penso a posteriori, ogni volta, dispiacendomi.
Le ho anche detto, assolutamente credendoci, che è colpa sua. Che la sua assertività richiama questo mio modo di fare, che è latente. La prendo per il culo facendo paralleli tra me e lei e Sedlacek e Kjeld, su cui valeva lo stesso giochetto. Penso semplicemente che, a furia di interpretare un personaggio, ci siano due scelte: o il personaggio diventa sempre più noi, o noi diventiamo sempre più il personaggio (che equivale alla prima, solo che abbiamo l’illusione di diventare qualcosa di diverso da noi stessi). Per il momento non sono un corrotto avvocato pedofilo né un corrotto sbirro placidamente violento, ma i nostri due beneamati hanno in comune quello che è presente in me, che non è la corruzione (a che servirei corrotta? Non ho né il potere d’azione di un avvocato né quello di un proiettile), ma una visione del mondo dicotomica – termine Leitmotiv nei riassunti sul genere concepito sociologicamente. Non suddivido l’umanità per organi sessuali, ma per una delle caratteristiche che viene comunemente depositata in uno a spese dell’altro: il potere. Non il potere sottile foucaltiano, onnipresente e che si auto-genera, ma quello più rappresentato, quello del cane-mangia-cane, delle gerarchie che si esprimono in continuazione per mantenersi, se non sono sottomesso sto sottomettendo.
Ovviamente tale dicotomia, per me, vale solo nel sociale – un solo immenso, perché nel sociale rientrano i rapporti personali, e non so perché ma tendo sempre ad alzare (metaforicamente) la voce nel costruire relazioni.
E mi spiaccio.
Perché è un meccanismo perverso che avrebbe senso d’esistere solo in un contesto che forma persone fatte per subire e annuire, niente di auspicabile, ed essendo fan dell’imperativo kantiano non mi fa piacere agire nel micro come troverei ingiusto (leggi: insensato) agire nel macro.

Anyway…

Devo scopare. Questa è una delle poche certezze del periodo, assieme a quella per cui sono stressata (da cui viene l’esigenza di scopare, per sfogare stress), che ho due esami da preparare, Erasmus da organizzare, e una serie di altre piccole cose che non ho voglia di.
Per la legge di Murphy, oltretutto, gli appuntamenti con il sociale si sono raccolti tutti in questo periodo. Ormai, dinnanzi a un’offerta di incontro, la mia reazione interiore è un ringhio – è l’istinto di sopravvivenza della mia esigenza di studiare, suppongo, e dall’altra parte c’è un basso e costante ringhio che esprime l’assoluta voglia di avere tempo libero e onorarlo con i piccoli appuntamenti sociali di cui sopra.
Sono spaccata interiormente in due parti:
1) “Tu, comune mortale, come osi pensare che io abbia tempo da dedicarti?!”
2) “Tu, comune mortale, ti prego, trascinami via da tutto questo!”
Sarà che il sergente istruttore (“Heil, General Tanz!”) non si limita a urlare a chi è esterno a me.
Nell’attesa dell’ormai idolatrata scopata, trovo fisicamente piacevole fare esercizi, chiaro segno che non so più dove sbattere la testa. Il mio corpo, che vorrebbe dimenarsi su un altro, s’accontenta e così gode mentre faccio addominali o chiamo in causa dorsali, deltoidi e pettorali.
Contare le luci e ombre sul mio addome come mera consolazione al pensiero che prima o poi si contrarranno per qualcosa di piacevole in sé, non per piacevolezza derivata concettualmente.
Sigh.
Andiamo a masturbarci la muscolatura.

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