Nel sogno di stanotte sono in un bar, un bar in cui non vado da tempo, un luogo in cui andavo ai tempi delle medie.
Mentre sfoglio in piedi un giornale, pensieri organizzativi mi girano per la testa: devo trovarmi con l’Angelo (un mio amico che chiamo così nella RealLife) quel giorno, aspetto una sua chiamata per i dettagli.
Così leggendo e riflettendo, noto con la coda dell’occhio una persona davanti a me fare un movimento; non faccio in tempo a capire che mi sta abbracciando.
È un mio ex compagno delle medie, che pare felicissimo di vedermi, inquietantemente felice – ma il mondo è strano, la gente varia, va bene così.
Scopro che questo mio compagno – che chiameremo D. – segue con me un corso di OE, e mi trovo a lezione con lui. Gli ho detto che devo incontrarmi nel pomeriggio con l’Angelo, scoprendo che si conoscono, e durante la lezione sento frasi sospette intercorrere tra D. e il suo gruppetto di amici dall’aria teppista.
(Ciò che rende questo sogno un sogno, ossia irreale, è che OE permetteva a qualcuno di parlare durante una propria lezione; che stesse spiegando i Boeri era meno inverosimile.)
Cogliendo frammenti di frasi, capisco: D. è il classico psicopatico da film che da ragazzino era ossessionato con me, ora che mi ha rivisto è tornato a esserlo, e si sta accordando con i suoi amici per andare sul luogo dell’appuntamento dove l’Angelo si farà trovare prima di me, per massacrarlo in compagnia.
I sospetti vengono confermati quando, a metà lezione, D. e amici escono dall’aula assieme.
Esco anche io, correndo verso il luogo dell’appuntamento per trovarmi lì prima di tutti.
Quando D. e compagnia arrivano io sono al bancone del bar designato, e sto bevendo qualcosa in un bicchiere da birra.
Mi volto, leggo nei loro occhi il piano sfumato ma non abbandonato. La cosa mi fa incazzare.
Suppongo mi faccia incazzare perché mi sarei aspettata una coda tra le gambe. Non saprei. So che prendo il mio bicchiere, ormai vuoto, e lo frantumo contro quello che D. tiene in mano, pieno.
Gesto simbolico, null’altro, innocuo. Agito il bicchiere che tengo in mano, che ora è un’arma bianca – che non userò, perché è solo un avviso, un simbolo – ma un po’ troppo forte, e D. reagisce prendendo bicchieri vuoti e bottiglie dal bancone e rompendomeli addosso.
Sospiro interiormente, e penso: finché me li rompe addosso e basta, non è pericoloso.
L’importante è che, una volta rotti, non li usi come arma bianca – intanto mi causi pure lividi e si sfoghi, gli passerà.
E quando gli passa, mi trovo a guardarlo con dispiacere. Non mi ha fatto quasi niente (niente in confronto a quello che avrebbe potuto farmi usando una bottiglia rotta a mo’ di coltello), ma dentro è psicopatico. E mi spiace. Vorrei quasi dirgli, quando gli è passata, di chiamarmi per discutere di questa sua psicopatia, ma penso che cane mangia cane e tanta apertura potrebbe essere letta come debolezza, e farlo quindi perseverare.
Sospiro interiormente e rinuncio al proposito.

… Mah.

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2 comments

  1. …c’è qualcosa di profondamente inquietante in tutto ciò, lo sai vero?

    Cioè, se come dice il vecchio zio Freud, il tuo inconscio sta tentando di dirti qualcosa, TREMO a pensare a COSA.

    O forse il tuo inconscio è una puttana, come la famosa sfera emotiva.

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