Boh.

Murphy mi pensa con amore.

Giovedì mattina Maletta non c’era.
Non che il docente titolare del corso abbia avvisato. Neanche a inizio lezione. Lei non c’era e basta, e il non sentirla neanche nominata ha dato la kafkiana impressione che non fosse mai esistita.
Quindi, ho chiesto.
E la risposta è iniziata con lo spiegare che la dottoressa Maletta non era potuta venire per motivi di salute, ed è continuata e finita incensando l’emerito professore di filosofia che la sostituiva, giusto per compensare il fatto che era un sostituto.
Che ha tenuto una lezione su Heidegger, da bravo matusalemme alla Statale, componendo un monologo mentre per tutto il tempo fissava un angolo del soffitto dell’alta aula. Professori-mummie che vengono pagati per ascoltare il suono della propria voce. Il contrasto con Maletta, ossia con chi avrebbe dovuto esserci, mi ha fatto uscire dall’aula alla fine del primo tempo.
Ho mandato un SMS a Maletta, e non mi ha ancora risposto.
Dio saprà quel che non so io, ossia come sta Maletta.

Poi c’è stato un funerale.
Nessuno che io conosca, ma qualcuno la cui morte è stata vicina a chi stasera doveva essere qui con me.
L’ho saputo durante la lezione di OE, deprimendomi.
Ma sono viva.
E si farà settimana prossima.

La lezione di OE era l’ultima.
Per l’occasione ha dato performance del suo lato peggiore, quello dell’insegnante pronto a umiliare lo studente che osa parlare dei cazzi propri durante la lezione.
Da una parte c’è la rassicurante consapevolezza di non poter ricadere in quella posizione. Fino a un certo punto. L’esame sarà massacrante. Certe umiliazioni funzionano se si ha la coscienza sporca, e non conosco l’economia quanto vorrei per averla esattamente pulita.
Ma temo sarebbe massacrante anche dopo due anni di studio intenso.
Dall’altra parte c’è il pensare che è da insegnanti con tali atteggiamenti che viene la da me tanto odiata soggezione per il corpo docente. Inutile e perversa.

Ho rivisto F. e F.
Uno mi ha chiesto se magari a Kiel (ci andiamo entrambi, entrambi con il progetto Erasmus, ma partendo da facoltà diverse) potrebbe capitare che lo stupri. No, spiacente – e mi spiace davvero per questo simpatico ragazzo che a tenue modo suo aveva dichiarato con serietà e umiltà un certo interesse nei miei confronti, dopo mesi di conoscenza. Ma no, non credo lo stuprerei.
L’altra mi ha chiesto quando può tornare a trovarmi. Dall’ultima volta è rimasta la sua lamentela perché non le ero saltata addosso (me misero essere, che non le saltò addosso in quanto lei era, ed è, fidanzata – come ho potuto?).
Ho rivisto la SiC, la cui pietista amicizia impone argomenti meno correlati a lenzuola e stupri e stupri consenzienti mancati. Ha pietisticamente mangiato una mela dinnanzi a me, e ciò ha santificato il momento.

Il mondo è in debito con me, di Maletta e di una notte di sesso.
Non sono puntigliosa sui debiti, parto dal presupposto che le cose vadano fatto per il piacere di farle e non per avere gratitudine – ma Messer Mondo è un discorso a parte, nel senso che la pensa come me, e non onora sempre i debiti, a meno che non siano morali, e dubito possa considerare in termini morali una notte di sesso (benché io lo faccia). Per quanto concerne Maletta, posso solo sperare che il Dio che Ride non ci metta lo zampino. Di nuovo.

Intanto, però, ho tagliato i capelli, che hanno smesso di sembrare paglia in vena di lamentarsi.
Intanto, però, ho fatto la presentazione di sociologia, e credo sia andata bene. È andata bene la mattinata in generale, nel senso che le altre presentazioni – contro le mie contro-aspettative – erano interessanti. Durante la mia ho avuto gli occhi dei pochi presenti, ed era poi ciò che contava – assieme all’avere i miei nei loro, prima di diventare come l’emerito professore di filosofia sostituto di Maletta che fa lezione guardando lo spirito di Heidegger stagliato sul soffitto dell’aula.
Intanto ho ripreso a fare addominali. Con il fisico in vena di lamentele che mi sto ritrovando da qualche parte dovevo pur iniziare, e tendo sempre a iniziare dall’addome.

Dopo la presenza dell’assenza di Maletta, in stazione a Sesto, mi avvicino al posacenere per spegnervi la sigaretta, e colgo la fine di una frase che parla di buone maniere quando si fuma, capendo che si sta riferendo a me.
Alzo lo sguardo e trovo quello di un signore.
"Che espressione triste." mi dice.
"Sono semplicemente molto stanca."
Qualche altra battuta scorre, qualcosa su una sua brutta giornata. Ne parla con candore, con filosofia. Mi sta simpatico. Usa un modo di dire, un modo di dire toscano.
"Lei è toscano?"
"Sì."
"Vive qui o è qui per oggi?"
Era lì per quel giorno, per quella giornata iniziata proprio male. Una ragazza-donna, accanto a lui, sua amica o parente o non so cosa, continua a seguire il dialogo sorridendo leggera, con la stessa placida leggerezza che lui usa. Sorride guardando lui, sorride a me, guarda lui, guarda me.
Sembrano due dei di un culto politeista, incarnati, che riflettono su un dramma su cui sono destinati a riflettere in loop, e per ciò ormai lo fanno con quello strano sorriso.
Gli dico:
"Le auguro allora che questa giornata prosegua meglio."
"Ormai è andata."
"Spero allora che finisca in fretta."
"Ecco, questo è un buon augurio."
Una pausa, fa un tiro dalla propria sigaretta, mi guarda e domanda:
"Lei è un avvocato?"

No, non aveva bisogno di un avvocato.
Semplicemente, pensava parlassi come un avvocato. Ah sì? Ho dovuto ridere alla domanda. No, piuttosto carriera diplomatica. Domandare a qualcuno se è un avvocato è offensivo? Mi basta il mio, di avvocato.

… Da cui sono andata martedì, pensando che preferirei andare dal dentista – ma dal dentista non ci vado mai, quindi non ci sono paragoni da fare.
Non so se sia la diffidenza nei confronti della "razza", o delle conseguenze che un appuntamento all’avvocato setta, se dipenda dall’importanza di quel che si dice e decide, ma quando sono lì tendo a denudarmi di ogni cosa che non sia calcolo e camminare verso l’obiettivo dell’appuntamento. Vivessi sempre così, sarebbe leggera, la vita. Sai cosa devi fare e lo fai. Il problema è che le conseguenze ultime saranno in mano a un giudice che non puoi neanche sfiorare.
Quando Nonna è stata investita sotto casa, e io mi sono trovata sopra al suo gonnabe cadavere in attesa dell’ambulanza (incredibile l’angoscia di una testa immobile con una chiazza di sangue gorgogliante sotto, quando non sai da dove esce e non puoi muovere quella testa; non è il timore della morte della persona, ma quello dell’ignoto e dell’impotenza a prevalere) – uno degli episodi grazie al quale ho un avvocato – in quel momento la sensazione era simile: quel sentire di poter gestire tutto senza sbavatura. O quasi.
E spesso mi dico che se quel giorno mi sono comportata esemplarmente, abbastanza da meritarmi la stima dei vicini, non è stato perché io sia dotata di particolare sangue freddo, ma perché in una situazione del genere sai esattamente cosa non devi fare, e lo sai così bene che l’impegno per non farlo ti riempie e svuota la mente al contempo, come se i pensieri fossero una cascata, un flusso continuo, mai la stessa acqua.
Non devi capire cosa fare, ma farlo e basta.
Di contro odio non poter fare e basta. Come con Maletta, ad esempio.
Non mi sono messa e non mi metterò a controllare necrologi. Sarebbe ossessivo, avendo zero indicazioni. Ma rimane – intermittente – il controllare sul sito di Germanistica se ci siano annunci, o il mandarle un SMS.
Ritorna, puntuale, ogni tanto il pensiero che se morisse e lo scoprissi dopo, allora… allora… Non so come sarebbe l’allora, il punto è che non voglio trovarmi a scoprirlo.

Due notti fa ho sognato che, quando la lezione dell’esimio professore di filosofia finiva, Maletta arrivava.
Nella realtà del sogno lei non era assente per motivi di salute, semplicemente l’orario era sbagliato: lei c’era ma due ore dopo.
E io, intravedendola – una io che però non era presente se non come consapevolezza – provavo una sensazione breve quanto straziante al pensiero che non c’ero.
E son strane cose, da queste parti.

Bury all your secrets in my skin
Come away with innocence
And leave me with my sins
The air around me still feels like a cage
And love is just a camouflage
For what resembles rage again

So if you love me let me go
And run away before I know
My heart is just too dark to care
I can’t destroy what isn’t there
Deliver me into my fate
If I’m alone I cannot hate
I don’t deserve to have you
My smile was taken long ago
If I can change I hope I never know

I still press your letters to my lips
And cherish them in parts of me that savor every kiss
I couldn’t face a life without your light
But all of that was ripped apart…
When you refused to fight

So save your breath I will not hear
I think I made it very clear
You couldn’t hate enough to love
Is that supposed to be enough?
I only wish you weren’t my friend
Then I could hurt you in the end
I never claimed to be a Saint
My own was banished long ago
It took the death of hope to let you go

So break yourself against my stones
And spit your pity in my soul
You never needed any help
You sold me out to save yourself
And I won’t listen to your shame
You ran away you’re all the same
Angels lie to keep control
My love was punished long ago
If you still care, don’t ever let me know

If you still care, don’t ever let me know…

Ascolto saltuariamente questa canzone. L’ho ascoltata diverse volte frustrata, non riuscendo ad apprezzarla del tutto perché non riuscivo a prendere parte. Non potevo prendermi quella dell’Io narrante né quella dello you.
L’unico modo per averla appieno è prendere entrambi i ruoli.
(Ma non amo lodare canzoni lacrimevoli. Quindi ho aspettato mesi per.)

Non voglio essere compresa.
No, non è una dichiarazione di principio e assoluta, è una risposta a una riflessione interiore sul come io abbia voglia di finire tra le braccia e gambe e tette e natiche e lembi di carne e quant’altro altrui, cullata dal respiro.
E da un silenzio di parole.
O di identità e domande.
Come quel breve scambio di battute in stazione con due significativi sconosciuti.
Il bello del sesso è che tende a rendere significativa la persona con cui sei a letto. Dona significato aggiunto, o forse lo spoglia dei significanti inutili. Non so.
Voglio guadagnarmi il pane quotidiano, per un paio d’ore, dando orgasmi – facendo ossia un lavoro creativo e divertente – venendo pagata in muta presenza, che è cosa rara. Parliamo sempre così tanto. Se non stiamo esprimendo stiamo domandando. Se non ci sono né affermazioni né domande, spesso, un certo disagio paralizza le cose.
Non so se il silenzio legato al sesso sia figlio del tabù o se sia un residuo di sacralità, ma posso ampiamente sbattermene e goderlo come sacralità.
Non so se sia per residui di sacralità, o se per morali aggiunte, che il sesso denuda le persone. Non fisicamente. Semplicemente, le rende tutte più uguali – in senso positivo, beninteso, nel senso: “Abbiamo tutti questa cosa in comune.”
Ma sto aggiungendo filosofeggiamenti inutili.
Voglio un respiro denso e ritmato ed esausto, il mio e quello altrui, in un silenzio sacro in cui risuona il tatto. Fine.

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