Il sogno di una notte è spesso una trama di sogni, come un giorno è una trama di trame, e in quello di stanotte un tratto ferroviario era stato mutato andando a pesante svantaggio di una città.
Non ricordo quale fosse.
Era tra Piemonte e Toscana.
Chiamiamola città X.
Non ricordo neanche se la città X aveva semplicemente subito pesanti svantaggi economici o se era stata un po’ rasa al suolo.
Quando il suo nome appariva di nuovo, ero qui, a Lecco. In centro a bere un caffè. E a un certo punto, all’americana, gli altoparlanti si zittivano (all’americana: Lecco non ha abbastanza altoparlanti in giro perché si possano sentire zitti), e poi una voce qualunque, senza sottofondo pubblicitario, senza nulla, nuda come un essere umano improvvisa in un microfono, diceva qualcosa come:
“Avete danneggiato la città X, vero?”
Seguiva un silenzio terrorizzato (un silenzio da attentato terroristico, essendo quella la cosa temuta). Un silenzio lungo secondi. E poi tutte le persone scoppiavano a ridere – e io vacillavo tra il sentirmi sollevata dalla risata e l’angoscia data dal pensare che nulla aveva smentito quel messaggio per portare tutti a ridere.
Per compiacere la mia angoscia due tizi in nero con manganelli in mano entravano in scena e cominciavano a colpire i presenti. Li vedevo da lontano, come sagome scure al cui tocco esplodevano macchie rosse.
Il resto è un film americano.
Io che trascino Mater (invecchiata per l’occasione) verso casa cercando i vicoli più sconosciuti della città, quelli che un abitante della città X non poteva neanche intuire.
Io che frego loro una “divisa” e un manganello per colpirli a sorpresa.
Tra di loro c’è un bambino, ma questo suo essere un infante non gli toglie nessuna pericolosità: puntandogli il manganello sul petto mi domando cosa cambia legislativamente per me, invece, se colpisco lui o un adulto. Per fortuna il moccioso, al tocco, scoppia a piangere e smette di essere pericoloso.
Poi arriva la polizia e ci litigo allegramente.
… Boh.

… Bel libro, Canone inverso.

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