Schemi mentali e geografici.

“… Una cosa angosciante. Esci alle 6 dalla metro di Sesto e ci sono file di controllori messi a barriera umana. Sembrano poliziotti. Uno di fianco all’altro, attaccati, non lasciano spiraglio libero.”
“È perché hanno paura.”
“Paura?”
“Sì, non girano più da soli. È successo diverse volte che venissero picchiati.”
Dialogo avuto con la compagna di mio padre, milanese d.o.c., in cui io facevo quella angosciata.
È angosciante la fila di controllori che sembrano pronti a caricare, soprattutto perché sono fake. Mostri loro l’abbonamento magnetico, che potrebbe essere scaduto, e ti fanno passare. Sono lì per rappresentanza. Come il militare che tiene compagnia al carabiniere (o era un poliziotto?) alle porte del Duomo. Anche il militare è ridondante e serve a far scena. I carabinieri sono già forze armate, prerogativa italiana quella di avere questo strano corpo, a che servono dei militari che non sono stati istruiti per muoversi in città, quando i carabinieri sono fatti apposta?
Il militare allunga lo sguardo nella borsetta per controllare non vi siano cose pericolose. La voglia è quella di portarsi dietro una pistola giocattolo, con il pezzo di plastica rossa davanti, obbligatorio per distinguerla da una pistola vera, aprire la borsetta e fare:
“Buh!”
Il controllore non ferma me per controllare che l’abbonamento sia valido, e il militare mi guarda nella borsa con la faccia di chi si sente sminuito nel fare una cosa così ridicola, quando gli è chiaro che non ho con me oggetti pericolosi – come risulta chiaro al controllore che il mio abbonamento non è scaduto.
Ho la faccia non straniera (beh, un po’ da immigrata slava, ma non risulto un puttanone quindi la maggior parte delle volte escludono l’ipotesi; da tedesca o francese, ma è gente affidabile, no?), mi muovo da pendolare (ossia di fretta; frenesia come tratto distintivo) e li ignoro umanamente come loro umanamente ignorano me: ciò mi garantisce una tutela preventiva dalle procedure.
Fermano il senegalese, il nord-africano, quei pochi cinesi che si trovano a Sesto, i giapponesi turisti perché il turista giapponese sta sulle palle, l’americano perché è poco europeo, lo slavo perché è slavo, il punk perché è punk; fermano chi non somiglia a un italiano medio, con l’assurdo assunto che non sarà l’italiano a contravvenire, quando l’unica certezza sugli italiani è che se possono girare attorno a una legge, tenderanno a farlo.
Tanto non controlla nessuno.

Mappare i Paesi di provenienza dei miei compagni nelle prime file è come conoscere la storia del colonialismo e della decolonizzazione, o come conoscere i nomi di tutti gli stati americani.
Sulla storia del colonialismo e della decolonizzazione mi sto applicando, benché sia un po’ fake. È deviante parlare della storia del Congo, quando il Congo non esiste se non sulle cartine; non parlo di governi poco stabili, ma di un’omogeneità che non esiste a nessun livello. E mentre fai questo pensiero, ti rendi conto che in dieci anni i nomi dei Paesi africani sono cambiati – Aspetta, ma la Rhodesia… oggi cos’è? E la Namibia? Cos’era? E come chiamavano prima il Sud Africa?
Per l’Erasmus andrò a Kiel, e guardando su google maps quanto fosse distante dalla Danimarca mi sono chiesta cosa comprendesse esattamente lo Schleswig-Holstein. Kiel è lì? Rimembranze di uno Schleswig-Holstein conteso tra Germania e Danimarca nel XIX secolo.
Ci ho pensato perché dico “Andrò in Germania”, ma l’unica realtà è che andrò in una città di lingua tedesca – il che non assicura sia una città tedesca. Quanto la cultura tedesca l’ha fatta propria? Cos’è la cultura tedesca, a parte che un epico delirio nazionalista vecchio secoli?
E potrebbe sbattermene relativamente, ma se mai farò affermazioni su cultura tedesca e Kiel, dovrò sapere di che parlo.

L’affare Schleswig-Holstein è situato nel tempo, accaduto in determinati anni nel XIX secolo e quindi rintracciabile.
La storia del colonialismo, e soprattutto della decolonizzazione, è tutta uno Schleswig-Holstein.
Se avere remore nel parlare della “cultura tedesca di Kiel nella storia” potrebbe essere visto come puntigliosità, parlare di quello che volevano i congolesi quarant’anni fa sarebbe un po’ più che una generalizzazione. Sarebbe una cazzata nuda.

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