Praat julle Germaan?

Mi pare un’eternità dall’ultima volta che ho aggiornato, e invece sono stati pochi giorni, benché lunghi, e per nessun motivo particolare.
È tornato il freddo.
A Kiel, l’anno prossimo, farà molto più freddo.
Mi hanno preso per l’Erasmus a Kiel, e io ora vorrei disquisire elencando descrizioni e informazioni su questa città sul Baltico, ma non ne ho poi così tante, e ciò forse aiuta nel darmi quella lieve rarefatta gioia da ignoto.
I tedeschi sono tedeschi e gli italiani sono italiani – e mentre l’e-mail dall’università italiana non mi è ancora giunta, ieri (domenica, tengo a sottolineare) ha scritto un professore da Kiel. In tedesco. Anche qui ha compartecipato il fascino dell’ignoto, soprattutto il panico di dovergli rispondere in crucco.
Ma Murphy, si sa, è Murphy.
Ho scritto la risposta a orecchio, traducendo un paio di termini mezzo dizionario, e l’ho data in pasto a Sebastian (madrelingua) perché me la correggesse.
Mi ha detto che era perfetta, non avrebbe saputo fare di meglio, quindi in automatico non mi sono fidata e l’ho data in pasto a Camilla, che ha ribadito, dicendo che a volte una pausa aiuta a riassestare la conoscenza di una lingua, ma sei mesi di vuoto sono considerabili una pausa?
Meglio così.
Kiel è sul Baltico. Per me ciò significa molto. Per chiunque abbia studiato per anni vicende di sporchi barbari in nave, soprattutto svedesi, il Baltico significherebbe molto.
E poi è mare.
Se lo guardi stando sulla spiaggia sembra non avere fine. Puoi ricordarti che oltre c’è della terra, poi ancora mare e poi ancora terra, ma così a occhio è mare e basta, e questo stare sul mare mi piace. Mi conforta. Perché? Boh. Ha importanza?
È un piccolo sogno, un’università del genere. Non è difficile fantasticare su un’università estera, essendo abituata a quella di Milano. Puoi permetterti di farti aspettative, tanto sarà di sicuro meglio di quello che hai. Almeno per infrastrutture.
E poi sono tedeschi.
Il che significa che non sono italiani.
E forse scoprirò che non potermi lamentare dell’umanità con cui convivo mi sottrarrà un ruolo interiormente fondamentale, forse scoprirò che invece è solo una barriera oltre cui non sono mai andata – e, se l’ho fatto, non ricordo bene come fosse.

Ho avuto le foto di Sna con bambina. Magari ve le offrirò in pasto, non appena le avrò tutte. Intanto, Sna con bambina ha questa faccia di chi sa cosa deve fare e sa come farlo, e se non lo sa sa che troverà un modo. Sna con bambina non ha gli occhi su di sé, e già questo è strano.

Ho fatto il logo a questo forum di gioco di ruolo, in cui sto anche giocando.
Collaborare con Capi rende l’inserimento in un gioco di ruolo molto semplice e veloce: riusciamo a delirare con metodo e ad alta produttività in poco tempo (sottotitolo: a fare cazzate sei bravissima).
L’epoca vittoriana non mi entusiasma (ha smesso di farlo verso i miei 18 anni), ma capita che in quegli anni ci siano giacimenti minerari appena scoperti e guerre anglo-boere, e così capita che io faccia tre PG con un filo conduttore: diamanti.
Un tagliatore (così m’impratichisco con le scale di qualità delle gemme, che male non farà), un analfabeta boero finito a Londra (e se continuo così imparerò l’Afrikaans, che pure male non farà, wat dink yj?), un primogenito ripudiato, che era primogenito dei Dunkelsbuhler, che è la famiglia di gioiellieri presso cui lavorò Ernest Oppenheimer da giovane, e da cui fu spedito in Sud Africa.
L’Afrikaans ha lo stesso word order del tedesco, si declina quanto io sono eterosessuale e la parte più difficile è il plurale dei sostantivi (perlomeno per me).
C’è da dire che i pidgins hanno un fascino tutto loro, dovuto al fatto che sono grammaticalmente una stronzata e sono emanazione semi-diretta di una cultura, nel senso che essendo giovani funzionano poco a convenzioni grammaticali.

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