Ho sognato Horton.
Ho sognato Horton che doveva travestirsi da un Freddie Mercury giunto alla mezz’età per passare il confine e scappare in Messico.
… Per fortuna il senso dei sogni non sta nella loro interpretazione letterale, o sarei eccessivamente cinica.
Ho sognato Horton e ricordato Horton – il suo sporco divano vissuto, il letto spoglio, Kendall…
Kendall nel sogno era una mano a tenaglia sulla nuca, il che potrebbe essere una specie di sunto del personaggio Kendall – la mia mente è, a livello inconscio, molto più riassuntiva di quanto io sappia essere.
Ho esperito la quiete di Horton, quella di un paesaggio bianco, di un bossolo freddo, di un lavandino scrostato che non si dà neanche più la pena di puzzare.
Ho riaperto il suo file, quello con quell’assemblamento di pezzi che un dì costituiranno un insieme poco organico ma sufficiente a fungere da account. Horton è inconcluso, ciò che lo indaga non può che inconcludersi (viva i neologismi). Ma vorrei concludere questa inconclusione perché a Horton ci tengo – o meglio, tengo che dica la sua.
Non lui direttamente, ovviamente. Horton ha la natura del personaggio secondario, del personaggio-spalla, del tizio che in Blade Runner anziché correre fa origami, e così dice la sua, si esprime per assenze più che per presenza, per cose evitate più che per azioni portate. Per sottrazione.

Il Padre portava in luoghi per adulti e diceva: prendi quello che vuoi. Una birra, un whiskey, una coca, un bicchiere di latte: sono tutte variabili. Poi parlava, e spiegava – ti tratto da adulto, Cody, non ti prendo per il culo.

[…]

«I due casi ci mettono tanto a unirsi. Non mi domandi il perché, lo può intuire. Il giro di film è innocuo e deve esserlo perché tocca volti e nomi moderatamente intoccabili. Horton fa un passo avanti per far collimare le indagini, la sua spalla fa un passo indietro. Horton non ha le competenze né il ruolo per farsi dare il caso, chi ha ruolo e competenze ha altre priorità. Fanno tanti telefilm su queste dinamiche. Siamo in America. L’iniziativa individuale della borghesia protestante è nostra madre. Lasci stare le mie divagazioni, ha capito il punto. Vorrei offrirle una vicenda meno banale, ma il male sta, hanno detto, nella banalità.»

È un personaggio che impone una caratterizzazione esile. Non si parla. E ancor meno comunica con il mondo esterno. Quando lo fa, fa parlare prima il distintivo.
Vorrei divagare con lui, ma è troppo vuoto per ciò. A volte osservo quanti pochi appigli lasci, e mi chiedo come abbia fatto a prendere forma – avrebbe potuto dissolversi, sarebbe stato più semplice.
Quell’assemblamento di pezzi di narrativa che lo riguarda è la su via per la redenzione in qualità di personaggio. Essendo di base un prototipico sbirro corrotto, meno chiassoso dei tipici sbirri corrotti da fiction (ci pensa Kendall a fare chiasso, sì che Horton possa seguirlo in placido silenzio), parte come personaggio negativo – e tale rimane, lungi da me dargli l’assoluzione o fargli miracolosamente cambiare carattere, ma vorrei usare quell’assemblamento per costringere il pubblico a mettersi nei suoi panni. Così, tanto per, tanto per rompere le palle al prossimo e reiterare la banalità del male – e smettere di assumere la ridicola parte della creatrice che si dispiace di quanto incompreso sia un proprio personaggio. (Beninteso: Horton piace. Ma piace in quanto sbirro corrotto, e io vorrei invece giungere all’essere umano sottostante.)

«Sei sveglio?»
Voce mal modulata di una bambina poco incline a risultare simpatica. La bambina si chiama…
«Mh?»
… Non ricorda il nome della bambina. Occhi né scuri né chiari, né neri né azzurri né marroni. Biglie che non sanno neanche di che colore sono.
«Sei sveglio?»
Donna? No, una puttana non chiamerebbe sua figlia così. Marla? No, neanche così. Ma c’era una a, da qualche parte.
«Mi senti o dormi?»
«Dormo.»
La bambina oscilla tra i tre e gli otto anni. Suppone. Sa camminare e parlare ma non è fuori di casa a fare qualcosa di meglio che cercare di stargli antipatica. Tra i tre e gli otto anni. Abbastanza per recepire un messaggio.
«Sei sveglio.»
Forse.

Horton mi ricorda che attendo delle foto ritraenti Sna con bambina. A parte che per l’unicità dell’evento, sono curiosa di vedere che espressione ho mentre interagisco con la creatura.
E a tal proposito, dato che Horton non ricorda che nome quella bambina abbia, credo si chiamerà "Noa". O "Noah". Tanto la a c’è. E mi sembra giusto fare onore alla consuetudine, infilando nei miei scritti pezzi di persone reali.

Un lunedì mattina si presentò alla scrivania di Tom Hapscomb un uomo, barba di un giorno, allampanato caucasico virante alla cenere – capelli: biondo cenere scuri; occhi: grigio cenere; vestiti: il fondo di un posacenere; pelle: cinerea – con i propri documenti in mano.

Ieri mi sono svegliata, ho aperto l’armadio e ho osservato delle chiazze di colore viranti verso il grigio e il color sabbia. O una mescolanza dei due.
Li ho indossati, per uscire di casa sentendomi in sintonia con il titolo L’insostenibile leggerezza dell’essere – non ho mai letto il libro, e dai commenti pare che il titolo non suggerisca nulla di auspicabile, ma la mia mente vi legge una sensazione che dietro all’apparente insostenibilità cela uno scorcio di pace dei sensi.
Einmal ist keinmal, dice Kundera, e potrei sputargli in un occhio – ma il romanzo s’ambienta a Praga, e per amore di Sedlacek potrei leggerlo. Tanto per. Tanto per aggiungere un romanzo ai tanti.
Canone inverso mi attende, senza pretese, e mentre leggo Ancora un giorno usando A Rough Trade come segnalibro, mi dico che quella storia angolana è solo una delle tante storia angolane, e la storia angolana è una tra le tante storie che dovrò scorrere. Namibia, Botswana, Sud Africa: dove la De Beers esiste ufficialmente. Sierra Leone: un luogo in cui la non-ufficialità della presenza della De Beers non ha cambiato un cazzo a livello di influenza della nostra amata società sugli eventi.
Capi su Skype mi dice:
“Sovranità sul territorio, popolo, apparato di governo.”
… O qualcosa del genere.
Sono tre criteri generalmente accettati, dovendone definire – e s’è dovuto – per il riconoscimento di uno Stato.
Durante l’Assedio di Kimberley, seconda guerra boera, la maggioranza dei “soldati” presenti era composta da operai De Beers, armati dalla De Beers, per proteggere il Big Hole (della De Beers).
L’Assedio di Kimberley è una circostanza eccezionale, che non regge nessuna tesi meritevole d’attenzione – quello a cui voglio arrivare è l’analisi di una situazione in cui una società economica diviene una società in senso più largo. Fusione tra economia e diritto. E altre cose, ovviamente. Per il momento penso scrivendo per capire di cosa devo interessarmi, su cosa zoomare, quali voci finirebbero nell’elenco di parole chiave, quali discipline scomodo.
Abbiamo economia e diritto. OE ha descritto una tale tesi come “politica”. Aggiungiamocelo. Sono anti-specializzazione. Abbiamo la pubblicità e le realtà a cui punta come realtà da analizzare sociologicamente, con una pubblicità che funge da politica estera.
Ho capito che non mi interessa decidere se la De Beers, come detentrice di poteri dello Stato, sia buona o cattiva, attui buon o cattivo governo. Mi interessa arrivare al dimostrare che lo attua. Non sono particolarmente portata a elogiare ciò che oggi il mondo occidentale elogia degli Stati riconosciuti, non devo difendere nessuna carta delle Nazioni Unite.
Voglio solo dire che Dio esiste – non in cielo, ma in terra, come entità (antropomorfa o meno) che detiene pietruzze abbastanza sacre da sconvolgere Nazioni.
Questo perché, grazie a Capi, un dì mi sono chiesta come dovesse passarsela un ipotetico giovane erede di una De Beers. Magari un minorenne. In una delle società a conduzione famigliare più grandi che esistano. A parte il lieve carico di responsabilità che lo attende e modella nel frattempo, mi domando se per questo cittadino del Sud Africa esista una legge capace di tutelarlo dalla legge della famiglia. Se esiste qualcosa che il padre, o la madre, possano non fargli. Dove si infilerebbe l’ONU i diritti umani quando si parla di una De Beers, che l’ONU potrebbe comprarsela (esagero, ovviamente, una serie di dinamiche non renderebbe così facile la transazione; i soldi forse comprano tutto, ma per comprare l’ONU bisognerebbe pagare bene un po’ troppa gente).
L’erede minorenne è un paradigma, che sta bene nella fiction perché riassume in sé il simbolo di quello che Foucault chiama l’abbattersi della legge del Re sul popolo, o qualcosa del genere.
Al di fuori della fiction ho un terzo d’Africa e il restante mondo per l’esportazione.

Horton mi osserva dal divano scuotendo la testa.
“Dove cazzo sei finita…” starà pensando. Non è una domanda. Neanche una constatazione. I pensieri gli escono come feci, cadono, prima di farsi capire svaniscono sul fondo.
Stanotte ho provato a dormire, inutilmente. Ho speso un paio d’ore pensando, dando forma a un pezzo di trama che lo vuole prendersi una bambina in casa. Schiere di assistenti sociali si sono presentate all’anticamera del mio cervello, chiedendo udienza. Come giustifichiamo questa cosa? E questa?
Non so quanto la trama lascerà Noa(h) in casa di Horton, ma intanto ho lasciato che ci si mettesse più o meno comoda, osservando il mio grigio trentenne affrontare la nuova quotidianità. Vedere compromessi sorgere all’orizzonte – quali accetta e quali no? Dove cambia e dove no? Horton è tessuto dalla monotona quotidianità, e muoverlo significa seguire minuscoli cambiamenti nel tempo. Quanti anni ha Noa(h)? Sa prepararsi una colazione? Speriamo di sì, o affronterà digiuni. Bisognerà chiamare in causa il vicino Summer, che richiederò tramite il mio avvocato di fiducia (Sedlacek) a chi l’ha partorito, ossia Cauchemar? Quanto rompe i coglioni Noa(h)? E quanto li rompe Horton? Chi dei due pulisce quel tugurio sì che l’assistente sociale non spedisca Noa(h) altrove per rischio di malattie per mancanza di igiene? E i ricevimenti con i professori? Faccio pausa, e immagino Kendall osservare terrorizzato la bambina in cerca di socializzazione. Il pensiero è divertente, tenendo conto che Kendall è nato dal T-1000, come estetica e come espansività. Kendall riuscirà a non estrarre la pistola puntandola su Noa(h)? O perlomeno a non spararle? Kendall che porta a casa Horton ubriaco e il mattino dopo fa bere uova crude alla bambina. Bambini al parco che vogliono giocare con le pistole d’ordinanza. Un nanerottolo che da grande vuole diventare poliziotto e impila domande a riguardo. Horton che passa fuori la notte dicendo a Noa(h) che, se ha lamentele, può rivolgerle all’assistente sociale e farsi spedire verso l’ignoto. E se non vuole finirci, che vada bene a scuola. Horton che si domanda cosa sappia fare e cosa non sappia fare un mezzo-umano (ossia un bambino), Horton che risolve moltiplicando per uno e mezzo la sua quotidianità. Un hamburger e mezzo a pranzo. Una birra e mezzo – no, una birra e mezza coca. Un paio di boxer nuovi e mezzo paio di mutande nuove – no, all’abbigliamento può pensarci Summer, tanto lava tutto lui. Se moltiplica per due anziché per uno e mezzo l’assistente sociale vedrà un miglioramento. La quotidianità degli uomini portanti bambina che procede. Le mamme single onnipresenti a scuola? L’assistente sociale che preme per una moglie. La necessità di una figura femminile. La madre di una compagna di Noa(h) che la pensa come l’assistente sociale. Kendall che dice alla compagna di Noa(h) che tanto Horton non va con quelle così. Così come? Beh, per iniziare non è una puttana. Il nanerottolo wannabe poliziotto che chiede se la pistola è carica. È carica? È carica è carica? Posso provare? Sparo in aria e non si fa male nessuno. Posso posso posso?

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