For the Love of God.

… Infinità di materiale che cala su di me.

Fino a un paio di giorni fa potevo ripassare a memoria le informazioni su DeBeers&affini trovate, in quanto vagamente esigue.
Poi, ho parlato con OE.

Non che OE abbia di proposito fatto qualcosa per aprire le dighe. Il modo in cui seguendo il percorso da lui consigliato io sia giunta a trovarmi sommersa da materiale è solo parzialmente debitore al mio amato settuagenario. Un debito parziale ma fondamentale, perché in due giorni ho trovato un filone d’oro e i tasselli appena intuiti hanno cominciato a prendere forma già incastrati.
E questa ricerca pare non troppo impossibile.
Ma dirlo è inutile, perché non so esattamente che cerco.
Intanto, approccio le guerre anglo-boere per schiarirmi le idee. Come libro da lettura non impegnativo mi (ri)do a Kapuściński, in Angola – da leggere con A Rough Trade aperto di fianco. Il PC mi apre Jstor e le riviste che Jstor non mi dà me le darà la biblioteca di scienze politiche – due riviste, finora, trovate, su Africa ed economia, Africa e politica, e già sono un’immensità rispetto alle speranze che riponevo. Mi diverto già a cercare informazioni dettagliate per collegare passaggi che i singoli libri non collegano, per collegare storia e storia economica, primi ministri inglesi e oro a Johannesburg.
Domani ordinerò The Heartless Stone. Capi ha ordinato ieri The Last Empire, dicendo:
“Così vediamo se c’è qualcosa che ti serve.”
Vediamo? Via da me quel noi inquietante, per favore.”
Ma avere una persona con cui discutere della ricerca è sacro. Tra l’altro, questa ricerca non sarebbe partita senza di lei.
Il prossimo passo è prendersi sul serio e mantenere obiettività.
Prendersi sul serio: lo faccio di rado. Sono troppo abituata a essere curiosa, non trovo i prodotti della curiosità necessitanti d’essere presi sul serio. Essi, semplicemente, sono. E prenderli sul serio significa fare una specie di accordo con se stessi, qualcosa come: “Vedi di arrivare da qualche parte”.
Oh, di parti ne ho visitate e ne visito tante. La curiosità a questo serve. Quel che mi manca è credere che una ricerca possa avere un valore in sé e non un valore per me.
Mantenere obiettività: voglio fare una ricerca su dati, non su pensieri o interpretazioni. Non sono abituata a ciò. Benché la parte economica voglia essere solo una delle parti della ricerca, è quella fondamentale – e fondamentalmente io non capisco un cazzo di economia, nel senso che mi manca quella logica.
E quando OE mi dice:
“Alla fine del corso lei avrà tutti gli strumenti per fare questa ricerca.”
… Io so che cosa intende. Con avrà intende potrà avere, a seconda di come mi gioco me stessa come persona che sta apprendendo un metodo. E, dato che sono profana, lo seguo anche per le vie che non capisco perché debbano essere seguite, o anche solo approcciate.
Il tutto sapendo che non so cosa cerco.
Mi sono posta la domanda che avrebbe voluto essere cardine della faccenda, ossia: pro- o anti-DeBeers?
La domanda non funziona.
Un po’ perché più cerco di essere anti-DeBeers più la DeBeers mi sta simpatica, un po’ perché che la DeBeers sia Dio o il Diavolo, i peccatori sono gli uomini (sì, sì, anche – persino – Nicky Oppenheimer è un essere umano, ma un solo essere umano non ha abbastanza coscienza per prendersi carico delle azioni di tutti i venditori e i compratori esistenti).
Un po’ perché, come OE ha esemplificato…
“… I bilanci sono pubblici, ma lei non può sapere di cosa sia composto quel 10 nei costi. Magari 1 è per l’estrazione e 8 per il finanziamento di guerriglieri. O 5 è per l’estrazione e 4 per una società che lei non ricollegherà mai alla DeBeers.”
… Perché non potrei avere abbastanza dati né per essere pro né per essere contro.
Perché l’Olocausto mi ha [francesismo] stracciato le palle [/francesismo], e mentre lo faceva mi ha inculcato un pensiero che potrebbe esemplificarsi così:
“I tedeschi vennero tacciati di genocidio; gli israeliani vengono tacciati di genocidio.”
… Ok, una tale affermazione farebbe nascere discussioni più che chiuderne, ma ho voglia di chiudere i dibattiti seriosi riguardanti l’Olocausto pensando che non so. Che forse i tedeschi erano affetti da follia sadico-anale collettiva, che forse questa follia non è che una forma di cultura, che forse di tedeschi affetti ce n’erano 3 su mille, o forse non erano folli ma spietatamente contemporanei, forse i cattivi erano gli ebrei ma cattivi quanto Gesù Cristo che viene crocefisso – e dato che non ho ancora ben capito cosa penso di Gesù Cristo, e questa è solo una delle mille plausibili conclusioni, ho solo voglia di far tesoro delle stracciate palle che non ho pensando che l’Olocausto non mi darà risposte perché è subissato da troppe domande retoriche, sono quasi tutti morti e a chi potrei andare a chiedere, se non a traumatizzati sopravvissuti (notoriamente il traumatizzato è una categoria affidabile come fonte di verità), dato che i carnefici hanno tutto l’interesse a non parlare?
Userò la parola “Olocausto” per dare fastidio a chi usa pregiudizi politically correct con nonchalance e vedrò di evitarla accuratamente pensando alla ricerca sui diamanti. (E tanto ci tornerò comunque: il primo Oppenheimer era un ebreo tedesco scappato dalla minaccia razzista e Tel Aviv smercia quotidianamente più diamanti dei cazzi che la cinematografia porno riprende nello stesso lasso di tempo.)
Il tesoro che mi ha dato è un relativismo non esistenziale ma di analisi dei dati, e la coscienza che non esiste un approccio revisionistico alla storia perché la storia è revisionismo della realtà – e qualsiasi altra disciplina che cerchi di narrarla, analiticamente o meno.
Vorrei chiudere dando del nazista a un filo-nazista di passaggio e dello speculatore senza scrupoli a un commerciante di diamanti ebreo, per sfogo, ma di veri filo-nazisti e di veri ebrei speculatori non ne conosco, quindi mi fumerò una sigaretta in attesa che il Creato partorisca una tal specie di assoluti (Nicky Oppenheimer escluso).

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