Performance.

Quell’e-mail sarà stata mandata? Ne parlerà ancora?

… Ok, è angosciante aprire un post chiedendosi che effetto avrà sul circondario.
C’è una tag, tra le mie, che è surround. Fu aggiunta due anni fa. Il termine fu scelto per una mera questione di significante. Me italiana, e in Italia surround lo trovi in Dolby Surround, che fa venire in mente un cristallino suono che si propaga a dovere. Una cosa bella e soddisfacente, insomma, che ricollegai al piacere che provo quando un’idea, un progetto, un qualcosa parte da un punto della Rete (questo, nello specifico) e si propaga.
Non avevo considerato che un suono può partire da qui, fare giri a me sconosciuti, e tornare nella forma di un inquietante memento"Ciò che scrivi muta la realtà che ti circonda!"
Sto riassumendo un saggio di sociologia che – essendo un saggio di sociologia scritto da poco – non può rinunciare al parlare di performatività, nell’accezione data dalla linguistica d’inizio XX secolo e reinterpretata da altre scienze sociali, per cui, ad esempio, ogni atto linguistico può essere considerato performativo.
Dovendo arrendermi a questa performatività innata, non volendo io offendere qualche linguista/sociologo morto che ha dato la vita per essere ricordato per tale scoperta/invenzione e imporla all’intero genere umano, chiederò a chi legge in questo preciso istante di non considerarmi una filiale dell’ANSA, perché purtroppo non rinuncerò al volermi sentire libera come un bucolico fringuello ogni qual volta mi accingo a scrivere qui sopra. Libera di scrivere supposte verità e immani cazzate, manifestazioni scandalose della verità (ciao, Foucault) e menzogne.
Purtroppo, una serie di paranoie mentali mi porta ad aderire a una sincerità patologica, che sovente sfocia nell’essere una rompicoglioni o semplicemente inopportuna – ma questa è una questione deliziosamente personale, che non garantisce che questo LJ sia una filiale dell’ANSA più di quanto i reports annuali della De Beers garantiscano che i diamanti De Beers sono conflict-free.
Ne approfitto per specificare che questo angolo di Rete è fottutamente solipsista. Che vi vengano citati persone, cose, fatti, Dio, la De Beers, è una mera illusione.
La realtà dei fatti è che vengo sempre citata io, io, io, io, io. Riflessa in varie cose. In atto di copula simbolica con queste varie cose.
La patologica sincerità sopra citata, accompagnata a un patologico amore per l’espressione più diretta e lineare possibile, fa sì che io tenga fottutamente al pensare che ho tutti i mezzi e le capacità per parlare direttamente con una persona, se il mio intento è quello di parlare con una persona specifica e non ai posteri (che, ovviamente, non sono che un altro riflesso di me).
Chiedo scusa a chi tra voi non capisce la necessità di tali estremizzate ovvietà, ma come avrete notato questo LJ ha una cronica mancanza di commenti, a cui però non corrisponde una mancanza di lettori – e non ho mai cercato di fare una lista mentale di chi siano questi lettori, perché provengono da ambiti troppo disparati, perché questo LJ è pubblico, perché ogni tanto scopro di avere un lettore e non lo sapevo, e quindi infine – se volessi fare quella lista – potrei lecitamente cadere nelle spire di una paranoia.
Uso questo LJ parzialmente per permettermi di mantenere aggiornate persone che non sento in altro modo e per diffondere cose che mi entusiasmano. È un uso parziale ma fondamentale, a cui non rinuncerò.
Ma l’uso principale, quello che mi fa mettere qui davanti a scrivere per voglia/necessità, è quello di dialogare con me (io che parlo con me mentre Me osserva e commenta). E questo dialogo è terribilmente privo di filtri voluti (avere filtri voluti anche con me stessa mi farebbe anelare con più urgenza a un cappio).
Per ragioni di privacy, e soprattutto di privacy come definita e regolamentata dalla legge italiana, tendo ovviamente a oscurare l’identità delle persone di cui parlo quando parlo di cose private e personali che riguardano costoro. Ciò nonostante, questa minima censura è attuata dalla sottoscritta, e la sottoscritta ama scandalose manifestazione della verità (ciao Foucault, sempre citato a sproposito). Per ciò, se qualcuno trova che tale censura non sia bastante a tutelare la privacy, ha un unico modo di tutelarsi: smettere di farsi conoscere da me (o causare in me un interesse pari a zero, ma come obiettivo richiede calcoli un po’ troppo ardui, quindi propenderei per una soluzione più netta).
E ora tornerei a fare uso di questo LJ nei modi sopra esposti.
Grazie per l’attenzione.


… Quella fottuta e-mail è peggio di un paper. Le si sono addossate e ricollegate troppe cose, e l’idea che sia (quasi) pronta per essere spedita e cancellata dal mio desktop mi fa tirare un sospiro di sollievo.
Ne seguirà altro. Non è il capitolo di un libro che puoi scrivere e poi puoi lasciare lì con la libertà di dimenticarlo.
Ma questo altro sarà, appunto, altro, e in qualche modo un capitoletto del libro sarà stato fatto. Odio cordialmente stare troppo a lungo su qualcosa, ma non è purtroppo evitabile quando quel qualcosa richiede la tua intera attenzione perché si necessita uno sguardo d’insieme, e poi la lucidità di scendere nel dettaglio senza dimenticare che è un dettaglio. E la pazienza, necessaria a staccarsi da quella Sé che ha scritto per far rileggere a una Sé che non porta più addosso il punto di vista che è venuto a formarsi mentre – durante la stesura – si è cercato di dare un senso alla sequela di parole da esprimere.
Amo giocare con i punti di vista.
No, amo non è la parola giusta.
E forse non si necessita di altro verbo che accompagni giocare.
Io gioco con i punti di vista, è il mio metodo di ricerca della conoscenza. Se non funzionassi così non potrei appassionarmi di economia, che in sé ha ben poco che mi si confà, perché l’economia non è che l’ennesimo punto di vista da aggiungere al bagaglio.

Ultima o penultima lezione di OE:

"L’intelligenza è distribuita in modo eguale in ogni parte del mondo; all’interno di ogni sistema è distribuita secondo una curva gaussiana."

Ditemi: come faccio a non amare quest’uomo?
Che spiega il fattore orgware da lui inventato dicendo che è l’antimateria economica, e che dice che un sistema economico è tanto più ottimale quanto meno fomenta l’entropia?
Come faccio?


Oggi, una breve e piacevole chiacchierata con Hyoga, che mi parla di Kolmanskop.

Kolmannskuppe […] is a ghost town in southern Namibia, a few kilometres inland from the port of Lüderitz. It was a small mining village and is now a popular tourist destination run by the joint firm NAMDEB (Namibia-De Beers).

(Sì, lo so, dire “Vedete? C’entra la De Beers!” è un gioco troppo facile: la De Beers c’entra sempre.)


Un paio di giornate fa la nottata è stata spesa sul divano, fidato Moleskine sulle gambe e morbida Montblanc in mano (ogni volta che la prendo in mano faccio dubbi collegamenti tra l’inchiostro che scivola e umori umani sottratti a ricordi piacevoli; smetterò?).
Sto lavorando a quello scritto che avrà un hotel nel titolo (sempre che i diamanti non colonizzino il titolo). Ci sto lavorando in modo strano, nel senso che lavoro per partizioni.
Ci sono differenti livelli narrativi. Ci sono più presenti (che variano al variare del punto di vista) e più passati (che variano sia al variare del punto di vista che per altri criteri), che s’intersecano tra di loro. Il presente parla al presente di un passato che ha parlato di se stesso in sede separata.
La prosa è incerta, e ci sarà molto da sistemare. Sto cercando di lavorare perché lo scritto sia user friendly e non incomprensibile (già Requiem del coccodrillo è incomprensibile, stavolta posso evitare), perché la struttura narrativa è appunto fatta di presenti e passati che s’incastrano e ciò già complica le cose.
Sto sudando perché la rappresentazione del potere (che è uno dei temi centrali) non sia palesemente adorante, ma lo sia di riflesso. Lo sia suo malgrado. Show, don’t tell. Questo potrebbe fare la differenza tra uno scritto accettabile e uno scritto ingenuo.
Come al solito, non so quale sarà la morale – o meglio, quella cosa che chiamo per semplicità “morale”, ma che non lo è, perché quel che scrivo non porta morali risolutrici.
Uno strano gioco di punti di vista da indagare fa sì che io senta che, finché non tocco con la parola scritta il cuore pulsante dei due protagonisti, non potrò ammantare con questo tutto il resto. Il che significa che mi sto conducendo a quei cuori pulsanti (il padre per Van Beumer e la madre per Sedlacek) arrancando, e sapendo che dovrò tornare indietro per spargere ciò che ne ricavo.
Non potrò conoscere il vero carattere di Van Beumer finché non sarò entrata in lui nel momento in cui viene schiacciato a terra da un potere troppo onnipotente per opporvisi. E non è una metafora. Devo scrivere di lui che fissa il pavimento macchiato del proprio sangue mentre un bastone lo colpisce.
Perché purtroppo al momento non lo concepisco.
Non concepisco la non-reazione esteriore e un machiavellismo interiore che organizza una vendetta fredda.
Il carattere di Van Beumer è figlio di quel momento, e ciò significa io devo ancora partorire il vero carattere di Van Beumer.
E poi c’è il rapporto tra Sedlacek e Jarmila, che finora ho conosciuto come potrebbe conoscerlo un esterno che osserva in loro tutti i segni di un incesto ma che non lo ha mai visto in atto.
So cosa Jarmila deve essere: la donna. So che deve essere una donna con un fiuto raro e che chiunque vorrebbe compiacere perché vederla compiaciuta è orgasmico. So che quell’incesto è leggibile in ogni sfumatura, in ogni unghia smaltata che passa tra i capelli scompigliati del figlio, nelle pose scelte perché parlino all’altro e ne soddisfino le aspettative, nel modo in cui le distanze in pubblico si configurano. So che è un rapporto che non vive di senso del peccato commesso, che non ha mai percepito l’incesto come peccato perché gli altri sentimenti erano troppo forti. Un rapporto che fa trascendere.
Ma non so come sia il seno di Jarmila.
Non conosco il suo sapore.
Non ho la più pallida idea di che espressione riservi all’atto che sta compiendo.
Foucault direbbe che do così tanto peso alla sessualità, come fonte di verità, per colpa del dispositivo di sessualità che ha sostituito il dispositivo di alleanza. Beh, Foucault ha ragione. E che sia io a farlo non ha importanza, Sedlacek e Jarmila dovranno assolutamente farlo perché il lettore vorrà riconoscere nella loro sessualità la fonte di verità. Probabilmente loro, pre-freudiani, danno alla sfera sessuale la stessa valenza che altri darebbero alla sfera economica, ma si adegueranno, sia pure per la durata di un orgasmo.


Piccola nota sociale: ho voglia di rivedere S.
Il pomeriggio passato con lei è stato un po’ più che piacevole, pensandoci a posteriori. Impegni e timetable hanno posposto il bis di un bel po’, e attendo quel bis con un sorriso.
Ho avuto piacere nell’averla come compagna di passeggiate a Milano (che, odiata e amata città, tende sempre a essere ottima ospite quando si parla di passeggiate con neo-conosciuti).
Attendo il piacere di averla come cantante alle sue prove, come ospite che ama cucinare nella propria casa, come altre sfaccettature della sua persona che mi verranno mostrate.


In queste settimane sto leggendo, a sprazzi, Un grido fino al cielo.
A parte qualche licenza poetica tipicamente riceiana, e qualche forzato estetismo tipicamente riceiano, trovo in questo libro la Rice storica che mi piace (da leggersi assolutamente in italiano; probabilmente in inglese mi farebbe schifo). Sono passati anni dalla mia lettura di Scelti dalle tenebre, che sarebbe il suo libro che preferisco, quindi non so se preferisco Un grido fino al cielo a quello.
So che in Un grido fino al cielo ho Venezia, una Venezia che viene accompagnata da descrizioni grazie a cui la ritrovo. Ho dei castrati, argomento su cui dovevo informarmi, che dovevo approcciare – non so quanto affidarmi alla Rice per il lato “informazioni”, ma perlomeno mi pone dei contesti.

6 comments

  1. Ti do piena liberatoria a parlare di me a ruota libera (bene, ma meglio male), ovviamente per narcisismo.

    Uno dei lettori che non commentano.
    Chiwaz.

      1. Ah nessun problema, anzi 🙂
        Che poi il fatto della liberatoria era uno scherzo, non pensavo certo che tu ne avessi bisogno di alcuna, sennò tanto vale tenere uno spazio come questo.

        1. Sulle foto (come su qualsiasi opera artistica) ho la deformazione finto-professionale dovuta alla degenza tra fotografi e artistoidi.
          Lì più che privacy è rispetto dello sbattimento/opera altrui. 😛

        2. Mi sono sforzato più sull’altra dove ho dovuto farti sghignazzare 😀

          Chiedo un contropermesso per pubblicarla sul forum dove scrivo!

        3. Quale? Questa?

          Con me non hai bisogno di permessi. Ho un bollino CreativeCommons tatuato sull’osso sacro: finché non mi usi a scopo di lucro sono liberamente diffondibile; se mi usi a scopo di lucro, basta che mi dai la mia percentuale. 😛

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