Well, you look at people, like what can I get, bigger house, more possessions. You wonder what is important to them… You know conspicuous consumpation when there are people that just cannot buy enough, spend enough, have enough, you know. You see that, and maybe that, I don’t know, maybe not so much competition with the neighbor, but just want, want, want, for the sake of wanting because it is there.

Una delle interviste riportate sull’articolo che sto traducendo. Non sarebbe necessario tradurlo per presentarlo, ma sono masochista. (Odio tradurre. Tradurre è l’Anticristo.)
Ieri la dottoressa, presentando i vari articoli, mi ha fatto il piacere di farmi sapere che ho scelto quello che trova più difficile. Questa sua difficoltà è facile da spiegare: non amerà Foucault – perché, se lo amasse, non troverebbe la foucaultiana base su cui l’articolo poggia difficile, ma adorabile – e io trovo adorabile il fatto che sto leggendo proprio il libro di Foucault che viene citato.

Ieri, dopo lezione, ho passato un’ora e mezza nella sede di economia, nel seminterrato, a fare fotocopie.
Non solo OE ci dà un’infinità di pagine come bibliografia (secondo modulo, 3 CFU: 1000 pagine), ma ce le dà pure fuori edizione.
OE che ha scritto un libro intitolato Fattore Orgware, e che per spiegarci cosa sia l’orgware ci parla di antimateria. (Con OE spiegazioni e approfondimenti sono interscambiabili.)
Ovviamente tutti questi sono fattori positivi. Come positivo è il fatto che tra i vari materiali s’incappa nella crisi del ’29 – mi entusiasmava lo studio dell’economia per il periodo in cui siamo, e sono rassicurata dal fatto che a introdurmi a questa materia sia il nostro disillusoaberpropositivo settuagenario.


Rifletto sulla paura del domani.
Un dì Ghiro stupì nel sapermi convivere con una certa paura strisciante di sottofondo (non del domani, generica).
Di questi giorni si presenta di frequente (la paura, non Ghiro) e mi spompa. Gli appigli all’oggi, che potrebbero risollevarmi dal domani, sono pochi e fragili, e mi sento come se fossi in metropolitana da un’infinità, senza tenermi, tutto il corpo teso per mantenermi in equilibrio.

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