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Attendo l’arrivo di foto con sottotitolo "Sna con bambina".
La bambina si chiama Noa ed è figlia di amici di amici e me la sono trovata alla Villa senza possibilità di replica. Conoscendo il mio amore per i marmocchi, Smo mi ha fatto credere che io e Capi avremmo dovuto condividere il letto con la pupattola – l’ha fatto solo per il gusto di vedere la mia espressione, e avrei voluto vederla anche io.
L’incontro è iniziato così:
"Mi guardi così perché non sono timida come tutte le bambine."
"No, guardo tutte i bambini così."

Non ho odiato Noa, anzi. Persiste il pensiero che una buona percentuale dell’insopportabilità dei bambini sia dovuta agli adulti che hanno attorno – Noa ne ha di strani ed è un soggetto interessante. Noa è stata anche la prova del nove che mi ha permesso di sfaccettare la mia opinioni di alcuni degli adulti presenti nel fine settimana – bambini come cartine tornasole del carattere degli adulti che vi interagiscono – e scopro che ci sono modi, adulti, di trattare con marmocchi che sono in grado di farmi stare sul culo l’adulto in questione.
Ho riflettuto anche sulla splendida trasparenza dei bambini.
L’occasione è stata una Noa piangente perché, giocando con Cauchemar, una ciocca di capelli si era incastrata ed era stata strattonata. Noa ha pianto per il dolore mentre la tenevo in braccio e le dicevo che tanto il dolore passa, ha smesso di piangere quando il dolore è passato, e poi ha ricominciato – e viene fuori, in meno di un minuto e con meno di due domande, che alla base c’è un terrore nei confronti di quel tipo di dolore perché la madre la spazzola con violenza.
Un adulto, pur volendo essere sincero e limpido, avrebbe abbisognato venti minuti, quattro domande e due premesse.
Noa mi ha anche ricordato il gratuito essere fastidiosi dei bambini, andando in loop sulla domanda "Perché?" per il gusto di, finché non le ho detto che era noiosa.
E quando, dopo la "confessione" (che "confessione" non è stata, questo è il lato splendido dell’essere bambina) sui capelli pettinati dolorosamente, mi ha chiesto quieta se era ancora noiosa, ero indecisa se scoppiare a ridere per la semplicità dell’animo umano a ogni età, intenerirmi, imbarazzarmi, compiacermi, scappare urlando o rassicurarla. Si potrebbe insomma dire che mi ha spiazzato – e nella maggior parte dei casi essere spiazzata mi piace.
Sono abituata a un parco umanità che, se teme d’essere noioso, fa tutto tranne che chiedere se lo risulta effettivamente, perché vi si associa il timore (fondato) che la risposta sarebbe falsa o sviante. (Ridicolo essere umano che fa tutto da solo, da Genesi ad Apocalisse.)

Il fine settimana è stato intenso.
Mi sono ritrovata faccia a faccia con qualche dinamica umana che persisto nel non voler capire a livello personale, piccole gelosie e malumori. Non ho attuato Lokasenna, ma un più pacato discorso. La moderazione è derivata da diversi fattori. Una certa stanchezza, da una parte, figlia della stanchezza che avevo attorno e del pensiero che un approccio nudo&crudo non avrebbe fatto che acuire le ragioni alla base dei motivi per cui mi sono trovata a volere una Lokasenna. Dall’altra parte c’era un’amarezza portatrice di accidia, una specie di rinuncia a priori, un "Facciamo il minimo sindacale.", e ho poi detto in tono mite a una Capi una cosa come: "Sai cosa? Chi se ne frega. Crepino tutti, crepiate tutti, crepi io, e sia la pace."
I termini apocalittici erano dettati da amarezza, stanchezza e quel prendere le cose con filosofia un po’ nichilista. Sottotitolo: shit happens. Senza rancore. E chi potrebbe dirmi che questa posa cinica è una posa avrebbe ragione, ma ci vuole l’inciso: è una posa che assumo con me stessa per vivere con leggerezza.
Sono sicura esistano modi più neutri e meno annichilenti di appiattire il mondo quando si necessita, ma ho 23 anni e sono in via di rodaggio, il mio humus culturale di già pronto mi ha fornito il cinismo.

Ho dormito con Capi, e di riflessioni ce ne sono due.
La prima concerne il fatto che è la seconda volta in un mese che spendo ore in pseudo-petting (il petting può essere pseudo-petting, essendo già uno pseudo di suo?) con una ragazza, e forse è una punizione divina per non aver sofferto sufficiente frustrazione sessuale in precedenza.
Non è un pensiero esistenzialista nato da speculazioni, ma dal mio corpo che per smaltire gli ormoni poi ci mette tre giorni. (Ci si abitua a tutto, ma in questo caso preferirei l’ignoranza.)
La seconda concerne come Capi mi piaccia. Come persona, e di riflesso in un letto. La seconda concerne il mio farmi rapire per qualche istante non dalla sua smisurata taglia di reggiseno ma dal suo viso – non perché il viso sia più bello e meno superficiale di un paio di tette, ma perché una certa sintonia rende quel viso carico di espressioni e significati da cogliere.
Ho avuto un piccolo groppo nell’interiorità quando mi sono resa conto che dieci minuti dopo l’avrei salutata. Mi è spiaciuto salutare qualcuno, spiaciuto senza dover accatastare ragioni per spiacermi, spiacersi prima di sapere perché – e non mi accadeva da tanto tempo.

Prima di giungere alla Villa c’era in me una latente rabbia, un essere all’erta di quelli che abbisognano un’aggressività per rassicurarsi sul fatto di essere pronti, e ci ho messo un po’ a capire la fonte. Non era solo la situazione generale confusa, quella che ha sviluppato in me l’esigenza di una Lokasenna. Si trattava piuttosto del mio percepire e temere (temere di percepire) una gelosia nei confronti di Capi che avrebbe potuto osare cercare di sottrarmela. E il fastidio scaturito non era solo il fastidio di principio che posso provare dinnanzi a qualsiasi randomico atto di gelosia. C’era anche un timore reale che quella gelosia potesse agire effettivamente – e un moto interiore che diceva: "Col cazzo."

Ci sono state tante discussioni, in due giorni, placide, scanzonate, intrise di atmosfera pesante, ilari.
C’è stato un dirmi che il mio modo di fare (quello che suona supponente & da "Io ho la verità infusa.") rischia di allontanare persone da me. La mia risposta al momento è stata una cosa del tipo:
"Ben venga che chi si allontana a causa di un’affermazione troppo forte non mi stia tra le palle."
(Sono una provocatrice che s’applica con costanza ed equità.)
Ma c’è altro.
Dinnanzi a:
"Non temi che le persone si allontanino? Nessuno vuole non piacere alle persone."
… Il presupposto interiore non era che il mio uscirmene sovente con affermazioni forti e discutibili agisca come una specie di selezione naturale, ma dal presupposto che non ho nulla da temere. Sono viziata. Di attenzioni e cure. Investo l’attenzione che mi viene rivolta vedendo se, applicando provocazione, possa uscirne qualcosa di nuovo e rivelante. Il rischio è di perdere l’attenzione investita, ma sento di averne abbastanza da non doverne chiedere in prestito.
E l’attenzione che la sottoscritta catalizza è stato uno dei temi dell’atmosfera pesante. Capi è tornata a casa infastidita dal fatto d’essersi sentita considerare come subordinata alla mia persona. E no, questo non era un dato di fatto, ma – credo – la reificazione di una credenza (una credenza legata a me come collezionista di attenzione). So cos’è una persona subordinata a me e so che mi rompo i coglioni qualche eone prima di poterci sviluppare sintonia. Il dato di fatto era una sintonia particolarmente accentuata tra la sottoscritta e lei, con la sottoscritta che è la sottoscritta e che quindi esprime in modo smorzato anche l’entusiasmo più acuto, e perciò non è tacciabile d’essere subordinata ai propri sentimenti (per le persone; per i temi e gli argomenti è un’altra questione).
Sono abituata al mondo degli adulti, dove le persone non parlano tra di loro ma con le proprie e altrui reificazioni.
(Io, per sfuggire a tale Vanitas, tendo a sottrarmi dal gioco a priori; è pavido in sé ma avvantaggia a livello relazionale.)

Una nota particolarmente negativa risiede nel rendermi conto che, sempre più, penso che è inutile aprire bocca per esporre un parto logico della mia mente, in quanto non verrebbe capito. Sottotitolo: morte della comunicazione per morte dei presupposti.
Mi sono messa a giocare (particolarmente) con processi analizzati dalla sociologia, ossia processi che per definizioni sono invisibili (salutiamo i "dispositivi" foucaltiani), e quindi è facile dirsi che il prossimo non potrà vedere. Che questa sia la verità o meno, che le impressioni siano veritiere o meno, poco conta; ciò che conta è che il pensiero depaupera l’espressione.


Ringraziamo Amu per aver segnalato i Ministri:

… Ecco tieni le parole da non dire, ma cosa te le dico a fare?
Lo ricordiamo come quello che non ci ha provato mai.
"Fa che non parli di me!"
"Fa che non parli di me!"

[…]

Il giorno in cui volevo ammazzarti, mi sono nascosto
E ho contato fino a dieci cento mille
Poi son tornato fuori e qualcuno era già morto!

Lo ricordiamo come quello che non ci ha provato mai.
"Fa che non parli di me!"
"Fa che non parli di me!"

Testi opinabili che mi piace ascoltare in loop.

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