Sua Eminenza Grinsekatze.

Sul tavolo: tazze vuote, posacenere pieno, una dispensa, un libro quasi finito di riassumere, il taccuino.
Moleskine.
Che sta venendo divorato.
In camera ho una lunga fila di Moleskine. All’incirca uno all’anno – acquisita abitudine di prendere l’agenda giornaliera, anche se l’uso che ne faccio è poi quello di un qualsiasi taccuino. Ma è più grossa, dura di più, ed è vecchia abitudine quella di usare agende come quaderni.
Prima dei Moleskine e dopo le agende ci sono stati quaderni – una decina, incollati o legati l’uno all’altro, a formare questa pila sgangherata.
Sono una delle persone meno legate alla conservazione di ricordi che conosco, ma alla fine ho una cronaca dettagliata della mia vita, dalla pubertà in avanti, mezzo parola scritta. A volte diario, a volte racconto, a volte ideazione – a volte ghirigori a bordo pagina.

Quasi finito di riassumere uno dei saggi, come detto. Poi è venuta un po’ di trascrizione di Gioco della rosa, intervallata dalla grafica relativa (sto cercando di fare una copertina).
Sul desktop un file attende. Al suo interno vi sono poche righe, scritte da ubriaca o qualcosa del genere.

Il bastone da passeggio è lo stesso – ne riconosce l’unicità dal modo in cui la luce dei lampioni s’infrange sulle sfaccettature dei diamanti incastonati. I riflessi creano una ragnatela di luci che scompare prima di completarsi.
Ma basta e avanza.
Dopotutto la fatalità si fa appena intuire, prima di abbattersi.

Giusto per fissare il concetto.
I diamanti mi parlano. Quando ne vedo uno (riprodotto, tendenzialmente, nella vita quotidiana non inciampo in diamanti), questi mi parla e mi dice:
"Sono un simbolo-simbolo-simbolo! Dì di me! Di me!"
Un simbolo potente, appena finisco di capirlo.
Anche il bastone ha la sua potenza, come simbolo.
Un bastone con diamanti incastonati dovrebbe far sbocciare qualcosa di orgasmico – se saprò non farmene travolgere, rimanendo a contemplare alla Genet.
E diamanti e rose si mescolano nella mia testa, come pistole e rose nella testa di qualcun altro. Credo tra l’altro l’accostamento non dia un prodotto dissimile.

Il mio caro compagno che chiameremo X insiste bonario. Dopo avermi fatto notare che il mio sfregare la mano tra le gambe durante la lezione ha un suo particolare senso (al che gli è stato risposto che lo capisco perfettamente, anche io mi farei cogliere da quel senso, se fossi lui; ma capita io non sia lui), dopo il chiedermi via e-mail se può lasciarmi un bacio, reitera il mio essere distante.
Dovrei dire alle persone che in realtà sono il Papa; mi si chiami "Sua Eminenza Grinsekatze" e ci si arrenda a questo fatto.
Gli ho scritto:

Sono spesso sentita "distante", senza che io stabilisca alcuna distanza volutamente, ma in questo caso credo che la tua sensazione dipenda non tanto da un mio mettere distanze, ma dal fatto che tu vorresti più vicinanza di quanta ne voglia io. Quindi: tu ti avvicini, e io invece sto ferma.

E trovo molto grottesche queste tentate analisi seriose dopo due settimane di conoscenza (per un totale di ore settimanali di 9, tutte di lezione); ma trovo grottesche molte cose; qualcuno potrebbe dirmi che “Sua Eminenza Grinsekatze” ne ha da insegnare sul grottesco, e avrebbe ragione – ma si sa, la ragione di Io suona sempre più sensata della ragione di Qualcuno.
Credo comunque dovrò cambiare tattica. Non mi va di fanculizzare l’amico, probabilmente al suo posto non sarei differente (beh, magari forse; per sentire me dire che qualcuno mette distanze dobbiamo prima aspettare che smetta di fumare o bere caffè), e poi è simpatico&interessante, quindi ricorreremo all’antica grottesca tecnica del dirgli di considerarmi un uomo: magari per assurdo con un uomo potrebbe finirci a letto (e mi pare in questo senso abbia già dato), ma non triturerebbe i coglioni al suddetto con retorica sulla vicinanza e sulla lontananza, e se lo facesse sarebbe una checca e io odio le checche, quindi potrei cominciare a deriderlo suggerendogli dignità.
Di solito – so che è assurdo – funziona.
(Dell’uso e abuso di reificazioni altrui.)
Domani farò la mia performance sociale da scaricatore di porto e tutto si risolverà (self-fulfilling prophecy).

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