L’Altro, me e Me.

Mi ha svegliato una chiamata di H. di ritorno dagli innevati monti qui sopra. Dormivo uno dei lunghi sonni conseguenti alle lunghe veglie. Poi c’è stata una lunga cena (lunga è qualsiasi cena che richieda più di trenta minuti tra preparazione e consumo) in un Indian Fusion con lui e Mater, che io a lungo ho ripetuto hanno diversi motivi d’inclinazione spirituale per andare d’accordo, e ovviamente avevo ragione (ovviamente). Il micio miagola perché il mio letto è stato spodestato da un dormiente H. (e il mio micio non dorme da solo con sconosciuti).
Mi chiedo se vi sia un senso nel lato del letto che una persona sceglie per dormire. Mi chiedo perché in automatico le persone si posizionino sul "mio" lato. Mi chiedo se sia una tendenza generale preferire quel lato nei matrimoniali o se le persone abbiano un sesto senso atto a fottermi il posto.
Non che conti, nello specifico. Stanotte non dormirò (quando H. mi ha svegliato erano le 5 del pomeriggio), ho dormito tanto e ho cose da fare. E domani arriva Mara, e io dovrò di nuovo cambiare le lenzuola e cederò di nuovo il mio letto preferendo il divano perché Mara ha il sonno leggero.
Non che io sia predisposta a dormire con le persone.
Accade dopo il sesso, se il sesso viene al termine di una lunga veglia, e allora il sonno sale splendidamente e io crollo.
Ma se il sesso non c’è, o se non c’è la lunga veglia, preferisco un divano a un matrimoniale occupato – tendo a dormire da sola tanto quanto tendo a infilarmi nel letto altrui per non dormire. Il mio lato intimo è legato al sonno anziché al sesso?
H., suo malgrado (nel senso che forse preferirebbe tacerlo), lamenta il mio rimanere distaccata. È una lamentela egocentrica da persona che "di solito fa la parte dello ‘stronzo’ distaccato", e quindi non digerisce del tutto che sia io quella che per prima reclama una sigaretta. Nella sua ironica lamentela celata da osservazione sottintende che essere additati come stronzi è conseguenza di un’incomprensione, perché gli stronzi in questione sono distaccati dopo e non durante, perché durante sono "caldi" (e qui credo si debba specificare che H. traduce dalla madrelingua l’inglese "hot", suppongo). Dialogare con H. significa sottintendere molte cose, il che rende me felice e il riportare i dialoghi arduo nell’ottica di volerli comprensibili all’ampio pubblico, ma credo sia la vita. La sua, più del doppio della mia, e quindi ha la possibilità di rivendicare la sua maggiore esperienza dinnanzi a praticamente qualsiasi mia esistenziale rivendicazione – ma il "vantaggio" che vede in me non è dovuto, per come lui la vede, in una maggiore esperienza, bensì in una diversa fattura – questa probabilmente dovuta alla cultura dei miei tempi e non dei suoi, o forse al modo in cui siamo diversamente nati (diversamente abili?), non lo so.
So che in questi giorni ascolto in loop A Love Suicide e leggo il testo.

Say
Where is my shame,
When I call your name?
So, please don’t set me free
I’m as heavy as can be
I will do you harm
I will break my arm
I am a victim of your charms

I want to be dead
When I’m in bed
I can be so mean
You can beat me
I would like to shame you
I would like to blame you
Just because of my love to you

And
Love itself is just as innocent as roses in May
I know nothing can drive it away
Though
Love itself is just as brief as a candle in the wind
But it’s greedy just like sin

Alone but sane
I am a love suicide

‘Cause
Love itself is just as brief as a candle in the wind
It is pure white just like sin

Alone but sane
I am a love suicide

‘Cause
Love itself is just as innocent as roses in May
It is pure white just like sin

E penso che lo so ma non ce l’ho.
Questa canzone è stato il bocciolo caldo attorno a cui ho costruito Mr Sedlacek, e la uso ogni qual volta devo caratterizzare il suo contorto Io. Serve ispirarsi ad altro, o si scriverebbe sempre (di) sé. Poi si continua a scrivere e si crea un confronto tra l’Io di Mr Sedlacek e me, e tra me e Me, e tra Me e l’Io di Sedlacek, e la conclusione è che io conosco quella roba ma non la vivo.
E non ci sarebbe da dispiacersi di ciò, riflettendoci.
Se Mr Horton è l’essere esistenzialmente più vuoto e malato che io abbia creato, Mr Sedlacek è l’essere interiormente più contorto e malato – con una facciata d’avvocato intangibile.
(Odio i poliziotti e creo Horton; odio gli avvocati e creo Sedlacek; chi altri odio?)
Ciò nonostante, per quanto mentre H. lamenta il mio distacco io senta quest’ultimo una sostenibilissima leggerezza dell’essere, se mi finisce nelle orecchie A Love Suicide un po’ di appetito mi viene.

L’Acero Rosso è partito, e bene.
Il progetto collaterale di me e Capi procede (chiamato “La Mattonella”), con al centro un Sedlacek e un Van Beumer che si rivelano archetipi di due qualità principali in una visione manichea ambientata in un mondo regolato dal master/slave: chi impone e chi subisce.
Ho amato Capi perché ha tratteggiato così bene la vittima da farmi provare com-passione – l’ha fatta provare in primis a Mr Sedlacek, che dinnanzi a questa com-passione è andato in tilt (il carnefice si realizza nell’imporre, non nel subire; comprendere a livello passionale lo stato di una vittima erode il suo status).
Mr Sedlacek mi ha forwardato la com-passione e neanche io mi sono sentita tanto a posto.

Per questo penso, colpevole come un religioso insignito che si sente peccaminoso, mentre H. mi dice di come io sia distaccata, che se H. fosse una creaturina più plasmabile in corpo&mente io sarei molto meno distaccata&equilibrata. Penso che nella vita bisogna provare di tutto, e ho provato a provare di tutto, quindi ho anche provato a mettermi nei panni della persona che gode della propria passività mentre un terzo (oltre a me e Me) s’impone, però, al confronto con l’attività plasmatrice, il ruolo passivo, per usare un francesismo, non regge un cazzo. Oltretutto, quando ho provato il ruolo della creatura passiva, un lato di me andava in berserk e desiderava ardentemente umiliare con violenza il terzo.
Credetemi: mai sperimentato sentimento peggiore tra i sentimenti violenti esperiti.
Per questo, forse, Sedlacek è un essere abietto in attivo (e non in passivo, e suppongo l’essere abietto in passivo sia il bystander o colui che fa ciò che gli viene ordinato di fare anche se ciò che gli viene ordinato di fare è abietto) e io, in attimo di com-passione per la vittima Van Beumer, mi dico con immane certezza (la certezza della fede, circa, che si auto-sostenta e auto-giustifica) che se dovrò fare qualcosa di massacrante per la mia sensibilità preferirò ammazzare a mani nude cento persone piuttosto che assistere impotente alla castrazione della mia possibilità d’azione.
Immagino che interrogarsi su certe cose possa risultare utile.
Altrimenti, questa sarà l’ennesima speculazione mentale tra le diecimila che ho visto passarmi per la testa.

4 comments

  1. Hm, avere accesso al tuo Lj e leggerlo regolarmente getta nuova luce sui personaggi acetati (ha ha can I say that? from “acero”! – ok, nevermind….)

    [Per questo, forse, Sedlacek è un essere abietto in attivo (e non in passivo, e suppongo l’essere abietto in passivo sia il bystander o colui che fa ciò che gli viene ordinato di fare anche se ciò che gli viene ordinato di fare è abietto) e io, in attimo di com-passione per la vittima Van Beumer, mi dico con immane certezza (la certezza della fede, circa, che si auto-sostenta e auto-giustifica) che se dovrò fare qualcosa di massacrante per la mia sensibilità preferirò ammazzare a mani nude cento persone piuttosto che assistere impotente alla castrazione della mia possibilità d’azione.]

    Insomma, non sarai mai la SS che dice “ho solo seguito gli ordini”

    1. [personaggi acetati]
      Sarebbe a-cerati. 😛

      [Insomma, non sarai mai la SS che dice “ho solo seguito gli ordini”]
      “La banalità del male” no, grazie.
      (Baaaaaaaasta citare quel libro. :D)

    1. [La mette Sedlacek per sedurre Carlotta? :D]
      Se vuole 😛

      Pensa, l’avevo messa nel racconto in cui Sedlacek nacque.

      ************

      Moebius non si capacita.
      Porta alle labbra l’assenzio, servito in coppa Martini con un ricciolo di scorza di limone. Beve. Guarda il palco che ospita il pianoforte, e la donna nera. Le paillettes sprizzare scintillii sotto alle luci dei fari.
      La canzone ripete, nel ritornello, un mal masticato inglese.
      A love suicide, dice. So please don’t set me free.

      Here.

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