Punti di fuga.

Friedrich Reck-Malleczewen doveva essere un prussiano con i coglioni – con «prussiano con i coglioni» intendo quelli che vengono così chiamati et quindi caratterizzati a posteriori, retroattivamente, con una certa nostalgia per questi uomini all’antica, legati alla propria terra da generazioni di nobiltà, e che trovavano il nazismo aberrante almeno quanto il comunismo.
Tutto questo io lo suppongo leggendo il suo Il re degli anabattisti, uscito poco dopo il ‘45 e in Italia non so quando, di sicuro è fuori edizione, e ringrazio il pio uomo che l’ha messo online sì che io potessi leggere Reck-Malleczewen introdurre l’opera chiedendosi perché scriva un’opera su Jan di Leida dato che lo depreca tanto.
Anch’io, fossi in lui, me lo chiederei, affiancando alla domanda una parentesi di auto-psicanalisi, ma suppongo che il prussiano trovasse anche Freud un’aberrazione.
… Comunque, grazie, Friedrich Reck-Malleczewen.

Sto leggendo per la terza volta la narrazione degli eventi münsteriti. La prima è stata con Q (geniali Luther Blissett, geniali, che danno al protagonista del romanzo i panni del personaggio storico, predicatore, che accompagnò Jan, e a Q. il fondamentale ruolo di… Beh, non spoilero), la seconda con Kristus (c’era un’H? Dov’era?).
Luther Blissett ha dipinto uno Jan Bockelson carnevalesco; in Kristus è un ispirato mistico molto pietistico; Reck-Malleczewen lo odia in quanto popolano che prende il potere con mosse da popolano, nonché come precursore di Hitler.
(E mi domando se vi sia questa triplica visione anche nei confronti di Hitler, con Chaplin che fa da avatar della prima.)
Riuscirò a unire le tre visioni?


«Parli come quel profeta…» commentò Geertje, e accarezzò la piccola rotondità che andava formandosi sul ventre del novello pappone. Quando era arrivato aveva le ossa coperte da uno straccio di carne, Jan.
«Quale?»
«Si chiama come te, Jan. Viene da Haarlem.»
«Lo hai ascoltato?»
«Non io…» Geertje si accostò maggiormente, una coscia stesa su di lui. Scintille di calore, un guanciale più caldo per la notte. Un guanciale meno pidocchioso, quello di Jan. «Dicono…»
«Hai detto che parlo come lui.»
«Cieli venduti come puttane. L’ha detto lui.»
«E ci credi?»
«A cosa?»
«Ai cieli venduti come puttane. A lui. A me. Alle puttane che salgono in cielo. Ci credi?»


Sì, mi è tornato il PC. Solo che manca la linea. Quella dovrebbe tornare massimo entro quarantotto ore.
Mi piace avere il mio amato LeBaron senza connessione. Sono operativa e non distratta, anche se devo rimandare una serie di ricerche («Le sanguisughe hanno denti?» – «Che velivolo inserisco nel ‘42 a Stalingrado in mano alla Wehrmacht?» – «Che faccia aveva Rothmann?»). Intanto trascrivo, schematizzo, faccio i miei schemi per sociologia… Bevo caffè e mi faccio venire mal di testa. Faccio bozze di siti. Backuppo e raccolgo scritti. Studio e bevo MartiniBianco&SuccoDiMelaVerde e mi faccio venire mal di testa. Aspetto con dedizione che i due saggi di Foucault arrivino – e penso che Foucault e il suo indirizzo mi danno speranza. No, speranza non è il termine; diciamo: mi danno un posto. Probabilmente è una cloaca o un boudoir mal areato o il bordo di un precipizio, ma, si sa, l’importante è sapere qual è il proprio posto. I saggi di sociologia, a furia di parlare di Stati ed etnie e minoranze e generi e scomporre ognuna di queste cose mi hanno in qualche modo spiegato perché non faccio parte di un genere – o meglio, perché non mi sento facente parte. Qualsiasi cosa io mi senta, sono parte delle cifre che la Chiesa Cattolica dice comporre il totale dei suoi fedeli, di quelle che compongono il popolo italiano, e di una serie di altre statistiche – il problema, al solito, non è il cosiddetto dato «oggettivo» (quantificabile) ma quello «soggettivo» (che dovrebbe essere qualificabile, ossia darmi qualità, ma sorvoliamo).


Il dramma è la mancanza di un dramma, dice Erich. È la solitudine ignorata del busto d’uomo strappato alle proprie gambe e gettato sull’angolo del tappeto. Se i cecchini non l’avessero sotto tiro ne raccoglieremmo i resti e li seppelliremmo. Bruceremmo. Occulteremmo. Perché smetta di puzzare e di suggerire geometrie contorte nel gomito piegato al contrario.
Al crepuscolo, quando i cecchini cambiano zona, i bambini salgono – Erich butta un altro tozzo di pane sul tappeto – e si chinano sul torso, assottigliano gli occhi cercando di capire la fisica di quel gomito distorto. Rotolano sul tappeto a occhi chiusi, li aprono all’improvviso gettandosi nelle trame infinite dei fili, impossibili da comprendere nella loro interezza, costante fonte di sorprese. Incapaci di dare una spiegazione satura di sé. Come il torso decomposto. A ogni disamina rimane una fessura, un buco nero pronto a risucchiare la certezza sul quadro d’insieme, a rosicchiare come un tarlo la sazietà di chi vorrebbe dire:
«Ho compreso.»


Continuo la lettura della Salvatori, cui ho accompagnato quella di un paio di interviste.
Ecco, come dire… Mi ha fottuto.
Mi ha tratto in inganno, mascherandosi così bene dietro la sua scrittura da farmi credere che la narratrice coincidesse con l’autrice.
Mi ha fottuto e l’adoro per questo.
Il fatto che la copertina del libro ritragga una mistress in abiti pseudo-nazi con un frustino in mano mi dà un’idea della necessità che l’editoria ha di vendersi, di quali compromessi debba adottare e di come le apparenze siano tutto (quella copertina deve aver convinto lettori a leggere come avrebbe convinto me a non leggere, se quel romanzo non mi fosse stato regalato con un «Ti piacerà.»).

(Perché in italiano si aggiunge l’articolo determinativo ai cognomi delle autrici e non a quello degli autori?)

In questi giorni di manca di PC o di Rete o di entrambi, sento con una certa costanza Capi. La certa costanza mi fa sorridere e mi fa porle domande tipo:
«Ma perché lo fai?»
Ossia: «Ma perché alla fine di ogni telefonata mi dici che ci sentiamo domani? Che ne sai, che ci sentiamo domani? Come puoi sapere che ti ricorderai di chiamarmi?»
Oppure mi fa porre paranoici trabocchetti come sbottare in eccessi e vederla reagire con pazienza per poi dirle che vuole sempre compiacermi. (L’ho soprannominata «tonno», quello che tagli con un grissino, e ne sono nate deliranti speculazioni in cui la sua monogamia è la scatoletta e quindi io non allungherò il mio grissino o si sbriciolerebbe.)
Ora, è indubbio che per avere un rapporto quotidiano et paritario con me bisogna essere dotati o di immane menefreghismo (e capacità di non prendermi sul serio) o di immane pazienza, e suppongo che quella più che pazienza sia una naturale predisposizione al compromesso. Ossia: io sciorino estremi e lei li riduce al compromesso, ossia, dal mio punto di vista, li compromette, e quindi io esagero gli estremi perché non possano essere attenuati – e lei rimane placida e ironica.
Si è sviluppata una tale sintonia che ormai ogni involontario provarci con lei si sta sciogliendo – il «provarci» tipico include una persona che conosci poco e che vorresti conoscere avvalendoti anche di un letto – e quindi suppongo sia un lato positivo – il mondo è pieno di persone che conosco poco e che vorrei conoscere avvalendomi in primis di un letto.
Rimane, forte come la fede, il Vanitas vanitatum, lo strisciante memento mori che dice che se Capi dovesse svanire domani sopravviverei benissimo, e piangerei più la mancanza di ore spese chattando e giocando che quella della sua persona, ed è per questo che ogni tanto esce il:
«Ma perché lo fai?»
E analizzo e mi interrogo, e mi chiedo se questo suo essere mediatrice bendisposta e che tende a soddisfare il benessere altrui (quando «altrui» è parte della sua cerchia di amici, cosa che a me pare toccare) sia un fatto per così dire «caratteriale» o se «culturale», e se esiste una differenza non squisitamente teorica tra le due cose.
E ovviamente non ho risposta.

Tra i boudoir di Foucault e Jan Bockelson e Capi e le riflessioni sui massimi sistemi, in questo periodo il Requiem mi sta esaltando come si suppone dovrebbe esaltare un Wagner – ma Wagner non mi dice una sega, e ne soffro molto.


Vescovo von Waldeck al detronizzato e in attesa di giudizio Jan Bockelson:
«Sei tu re?»
Risposta di Bockelson:
«Sei tu vescovo?»

19 comments

  1. “Le sanguisughe hanno denti?”

    Sì. se non sbaglio ne hanno due, affilatissimi, per tagliare la cute e poi iniettare una sostanza anticoagulante, eparina, prima di suggere il sangue.

    La dottora docit

    1. … E si chiamano “dentelli”. 🙂
      Queste sono quelle tipiche inizie che conosci o se sei del mestiere (e chi, di mestiere, oggi applica sanguisughe? Spero non tu :P) o se ti tocca andare a cercarlo giusto per sapere qual è il termine più adatto perché devi inserirlo in un racconto.

      Wikiwiki: “La bocca è circolare e provvista di dentelli calcarei. Produce un potente anticoagulante per meglio succhiare il sangue e un anestetico per impedire alla vittima di provare dolore, permettendole così di nutrirsi indisturbata.”

        1. AHAHHAHAH che lavoro di…
          … Ma scherzi a parte, mi riporti alla mente un qualcosa in cui appariva questa figura, ma non mi ricordo dove – libro, film, saggio, chiacchiere? Ha il suo fascino.
          Ne sai altro?
          Tipo sul come faceva.

        2. Sì.
          Ora ti erudisco 😛
          So perché, perché per anni mi sono concentrata sulla figura del cerusico (per pesti etc) e a lezione il prof di Med mi disse che non potevo non sapere da dove le prendesse, quelle stramaledette sanguisughe, e così me lo spiegò. Io avevo risposto, presa in contropiede, ‘al mercato?’ XD.

          Ti quoto uno degli ultimi numeri di Focus storia, che lo cataloga tra i 10 peggiori lavori della storia (ti porterò poi fotocopie degli altri). E sì, trovo anch’io che abbia fascino come figura. O_o’. Cmq:

          MIGNATTARO:
          […] Il loro terreno di caccia erano le zone paludose, dove si offrivano come esca immergendosi nelle acque stagnanti con i polpacci e le cosce bene in vista, alla portata dei trecento minuscoli denti (non erano due?!?) di ogni verme assetato di sangue che nuotasse nelle vicinanze. Fatto il ‘pieno’, si staccavano le prede una a una dalle gambe e le raccoglievano in una sacca. Intanto però, a causa del morso, ogni ferita rimaneva aperta anche per dieci orem facendo perdere al poveretto una quantità di sangue pari a mezza lattina di birra da ogni ferita. (e ora la parte dickensiana:) In uno stato di debolezza continua e a rischio permanente di infezione, il mignattaro non poteva neppure curarsi: i suoi magri guadagni non bastavano a pagare un dottore.

        3. … un bambino? una capra?

          Suppongo che avessero scelto i propri corpi un po’ per esclusione; cani, gatti etc. probabilmente non resistevano abbastanza a lungo come strumento di lavoro, e morivano dissanguati prima. Ma devi anche contare gli aspetti psicologici e religiosi della faccenda, con una sanguisuga prima su di un animale e poi su di un uomo.

          Anche il conciapelli non se la passava bene.
          “Fin dal XII secolo gli ‘scorzieri’, i conciatori di pelli di Venezia, furono obbligati a lavorare sull’isola della Giudeccs, lontano dal centro abitato e in prossimità di un corso d’acqua. Lo stesso succedeva in tutta italia. […] le carogne di animali, gli scarti di lavorazione, ma soprattutto la puzza che si sviluppava dal contatto delle pelli con i prodotti usdati per la concia, si trasformavano in un mix che, si dice, faceva scappare persino i cavalli. […]
          Dopo aver messo a mollo le pelli con calce e allume per un mese per non farle imputridire, i conciatori passavano la giornata chini sul loro cavalletto a raschiare. Con una specie di coltello ricurvo e poco affilato eliminavano il pelo e il grasso.

        4. ^__^ sapevo che ti avrebbe interessato, quella su Venezia. Quando passi per Milano per esami fai uno squillo e ti porto il resto. In caso ti servano prima provo a far funzionare lo scanner, ma non assicuro nulla.

        5. Tranquilla, al momento ho una quantità sovrumana di carta stampata e non n corso di lettura e studio, o in attesa.
          Ho il continuo terrore di dimenticare un pezzo. °-°

        6. Ti capisco bene, sia per la quantità di carta e libri sia per il terrore perderli, se volanti, e di dimenticarli, se nozioni. Solo che il mio terrore è fondato, il tuo meno. 😛

        7. 5 libri di sociologia (1 un arrivo)
          2 di diritto (per il terzo sto umilmente aspettando)
          3 libri di narrativa
          2 libri di Foucault in arrivo che figurati se lascerò ad attendere
          E sto finendo “Il Re degli Anabattisti”
          … Credo siano questi, SE non ne dimentico. 😛

        8. 4 di storia moderna.
          3 di cultura inglese.
          vari, letteratura italiana. dante. >__>).
          e… un fantasy!

          e i nostri appunti chilometrici. Auch. Avere una lista da conti della serva davanti fa ancora più male della pila sulla scrivania.

        9. Ahhh, Wuming!
          … No. T_T
          Non quelli che ho letto.
          “Stella del mattino” (Wu Ming 4) è il migliore dopo Q tra quelli che ho letto (che son poi 3).

        10. Aww, vedrò di godermi al meglio Q, allora; visti i commenti in giro, sarà facile apprezzarlo.

          [“Stella del mattino” (Wu Ming 4) è il migliore dopo Q tra quelli che ho letto (che son poi 3).]
          Perfect! Stella del Mattino è anche quello che, dal titolo, mi ispirava di più. Grazie 🙂

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