A.D.

Il vago ricordo di ieri, prima di addormentarmi, con la mente per un attimo focalizzata su: A.D. 1630.
Al risveglio ho rimesso mano e occhio allo scaffale che regge i testi e gli appunti correlati a quella parola chiave, trovando… tanta roba. Troppa roba. Il metodo usato nello studiarla mi ha lasciato tracce di sé – entrando nei suoi panni (del motodo) quell’ammontare infinito dovrebbe ridursi in scompartimenti mentali ordinati. Spero. Come assaggio ho preso in mano il saggio in tre volumi, di cui due mi interessano, sulla storia francese: 60 pagine andate.
Ed è strano, studiare storia, dopo la da poco avvenuta riforma dello studio della storia.
Riforma dello studio della storia: la storia è un insieme di soggettività, e un insieme di soggettività non fa un’oggettività.
Non che non lo sapessi prima, ma trovarmi a dibattere di nazisti ed ebrei morti ha dato una sacralità al “dubita sempre!” in relazione alla storia.
Però è piacevole studiare un massacro senza sentire echi morali tra le pagine – parlo di quello degli Ugonotti, Notte di San Bartolomeo, A.D. 1572 – adoro i deliri collettivi come tema, l’avevo detto?
Il passato anno universitario mi ha fatto riempire le lacune su Inghilterra in Riforma e Controriforma (ossia: Inghilterra che se ne sbatte di entrambe), studiare bene la nostra amata Guerra dei Trent’Anni etc – ora mi manca giusto la Francia.
Ho aperto il collage di fogli su cui è rappresentata la genealogia europea del nostro amato periodo – sottotitolo: come sono legate tutte le dinastie tra loro? – una gran orgia. Il passo successivo è districare l’orgia di guerre e battaglie – gli Asburgo di Spagna con i Savoia con Venezia con la Germania con gli Asburgo d’Austria, un bel cerchio con Francia e altri in mezzo al banchetto.
E capire.
Lo studio di Riforma e Controriforma si è rivelato eccezionalmente utile, in svariati campi, e non credo solo per la tendenza dell’esperto di un periodo a ricollegare qualsiasi cosa a quel periodo.
Grazie, Honorato Torchia e marrano Zacharia Nogueira.

Ho finito Shadows Return in tre giorni. Leggere un libro in una lingua che non padroneggi ti fa cogliere particolarmente certe cose, come ad esempio il fatto che il verbo più usato è “to bow” – considerato il mio precedente discorso su master-slave in relazione a questo libro non mi scioglierò in speculazioni e collegamenti e freudianismi, fate pure voi. L’ho divorato come si divora un dolce che conosci dall’infanzia e che non ha alcun senso nutritivo se non per il tuo piacere – conosci i personaggi e i cliche e ti va bene così – e adesso voglio il quinto, e cazzo, esce quest’estate.
Ho deambulato dinnanzi alla mia libreria bohemienne (vedi: scaffale da magazzino) scorrendo i titoli dei libri ancora da leggere, inciampando in un Argento vivo di Neal Stephenson: troppo grosso per non inciamparci. Riflettendo sull’eventualità di procurarmelo in lingua. Sarà un intrico di giochi di parole come Snowcrash? Mi sto informando.
In attesa, ho preso uno dei libri che mi aveva portato Stefano dicendomi: “Dovrebbe piacerti.” Ho aperto con poca speranza il libro da fiction seriale recante in copertina una nazi pin-up, ma dopo 10 pagine ho dovuto ingoiare la mia non-speranza e stupire: Claudia Salvatori ha una sconcertante abilità nel riassumere in brevi frasi concetti profondi e dinamici. Se non scrivesse sottomettendosi all’eroismo e al gioco dei ruoli (per creare l’androginia della protagonista ha ribadito un’infinità di volte cosa è maschio e cosa e femmina, facendomi il favore di farmi sapere cosa siano “maschio” e “femmina” nella sua testa – favore piacevole per due chiacchiere, ma che a mio parere una scrittrice non dovrebbe mai permettersi, il lasciare tracce delle proprie generalizzazioni palesi mentre delinea un mondo) sarei già inchinata ai suoi piedi – per fortuna qualcosa mi salva sempre, e quindi credo mi limiterò a contattarla se riesco (era amica di Stefano? Fottuta sia la mia mancanza di memoria).

Mi sono fermata dallo scrivere quella cosa che avrà una rosa nel titolo, rendendomi conto che necessito un aggiustamento alla trama. L’ho fatta troppo esigua, intesa per uno scritto breve, e ora che si è rivelato espanso in pagine quel vuoto va a discapito del ritmo.
Credo chiederò consiglio. A Ghiro, ad esempio. (Sì, tu.) Dopotutto una cosa come dieci anni fa mi aiutò ad aggiustare la trama del mio primo futuro romanzo… (No, Ghiro, non sto lusingando, constato.)
Oltretutto, c’è una curiosa mancanza di caratterizzazione nei confronti della vittima. (3/4 dei personaggi non hanno ancora nome, e nel frattempo li indico usando segni grafici: c’è triangolino pieno, cerchio con croce dentro, quadratino con croce dentro, stellina…) Credo di aver demonizzato troppo la mia vittima. Dopo averla definita sciorinando tutte le peggiori cose che mi passavano per la testa, caratterizzandola per così dire per negazione (ossia dicendo quello che non è), quando diventa effettivamente vittima di ruolo smette di essere un essere umano e diventa un pupazzo che subisce e reagisce. La mia ottica master-slave è abituata a gestire situazioni con risvolti sessuali, e non può essere questo il caso. Per questo non so dare un senso a quella vittima? Diviene depositaria solo di istinti distruttivi e quindi viene cancellata? L’Io narrante ne giova leggendo in quei timorati occhi la sottomissione, non la persona. La persona, prima di acquisire il ruolo di vittima, viene descritta per un paragrafo e caratterizzata (non egregiamente, potevo fare di meglio, ma viene caratterizzata), poi diventa un ammasso di carne e silenzio al centro dell’attenzione ma non illuminata. Lo scritto, tra l’altro, sta assumendo contro la mia volontà i toni del Giovane Toerless – era preventivato che quel libro fosse una delle fonti principali, si vede lontano chilometri, ma il problema è che il mio sarcastico protagonista sta diventando toerlessiano nel suo osservare il mondo agendovi solo quando spinto da impeti che non comprende. Passività osservatrice tedesca.
Ho bisogno di aggiustare la trama.
Sono certa che quando avrò una salda trama tra le mani il cui climax esplode in un determinato punto, allora sia la caratterizzazione della vittima che l’agire del protagonista si faranno meno vaghi.

Ho aggiunto pezzettini microscopici a Requiem del coccodrillo, ma mi serve il mio fottuto laptop. Mi serve. Il mio fottuto. Laptop. Ho anche carenze nella sfera grafica del mio animo. Lavorare al lato grafico dei miei scritti mi aiuta a concettualizzare il contenuto, oltre che a fare pausa ma senza realmente distogliere la mente.

4 comments

  1. [Ho aggiunto pezzettini microscopici a Requiem del coccodrillo, ma mi serve il mio fottuto laptop. Mi serve. Il mio fottuto. Laptop.]

    Ti adoro quando mi vai in isteria sincopata per frustrazione

      1. [In questo periodo mi adori per svariati motivi, non tutti esattamente invidiabili. :P]

        Well, il punto è che, dopo una giornata distruttiva al lavoro, tornare a casa e trovare il tuo post scritto come dio comanda e molto oltre, mi fa bene. Mi fa sorridere e mi rilassa.
        Hence l’adorazione.

        Per ‘cerchietto con croce’ potresti usare l’acronimo! CCC suoan bene 😛

        1. Uso simboli perché se uso lettere (“A”, “B”, etc etc…) poi sono condizionata nella scelta del nome o nell’ordine di importanza. 😛

          Grazie, Cam.

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