Il Martini&qualcosa sarebbe inteso per accompagnarmi dolcemente al sonno – poi ci sono gli attimi insonni, che durano dalle dodici alle ventiquattro più del tempo di veglia previsto.
Il problema, allora, è che hai già fatto tutto. Hai studiato, letto, scritto, chattato, eseguito facezie, persino cucinato, sistemato un po’ di armadio, e non ti rimane nulla – a parte le spalle tirate come fossero pezzi di cuoio stesi al sole che stanno seccando, e non sono indurite per sforzo ma per stanchezza.
Mi passa davanti agli occhi la sensazione di aver voglia di badare un po’ a me – tipo: migliorare me stessa, un passatempo che accomuna alcune persone – ma non riesce a farsi scopo a sé. Ne servirebbe un secondo, uno in cui la me migliorata funge da mezzo, ma non ne trovo. Attacchi di claustrofobia.
E non riesco a reggermi più di quanto reggerei un filosofo invecchiato e inacidito che siede con le sue chiappe sul mio divano incapace di stare zitto e patologicamente blaterante esistenzialismi. Sparategli – Dio, per favore, sparategli chiudendo gli occhi, sparategli sparategli sparategli e che taccia. C’è una sola persona che vorrei abbracciare, ora, ed è me stessa – ma Me gioca al gioco della carota e dell’asino, e vuole farmi seguire quella carota fino a un cratere. Debole come un vecchio che trascina un carretto e perciò si stanca – e non si rende conto che il carretto è vuoto, non ha peso, è il proprio peso quello che sta trascinando.
Vorrei essere uno di quegli animi che, colti da peso e dolore, crollano nel sonno – sono uno di quegli animi che colti da peso e dolore vengono svegliati, a cui vengono messi spilli al posto delle ciglia perché non osino chiudere gli occhi e che fissano terrorizzati se stessi allo specchio.
Vorrei essere uno di quegli animi che, colti da peso e dolore, crollano nelle braccia di qualcuno perché il calore umano rinvigorisce – sono uno di quegli animi che colti da peso e dolore dondolano la testa guardando il soffitto e se qualcuno si avvicinasse mordergli un braccio sarebbe da sperimentare.
Ma ci pensi, vivere tutta una vita così?…
Non che sia impossibile, anzi, sembra borghesamente tollerabilissimo, ma ci pensi?… A non vedere via d’uscita perché lì fuori non c’è niente che ti interessi, né all’interno qualcosa che ti sproni a uscirne, e bevi Martini&qualcosa con la placidità con cui pensi a violente e improvvise e definitive – il vecchio blaterante che finalmente tace, cazzo – esplosioni?

2 comments

  1. [Non che sia impossibile, anzi, sembra borghesamente tollerabilissimo, ma ci pensi?… A non vedere via d’uscita perché lì fuori non c’è niente che ti interessi, né all’interno qualcosa che ti sproni a uscirne, e bevi Martini&qualcosa con la placidità con cui pensi a violente e improvvise e definitive – il vecchio blaterante che finalmente tace, cazzo – esplosioni?]

    Ahh lord, soprattutto dopo aver dovuto ingoiare ‘Senilità’ di Svevo a forza per un corso di letteratura, leggere te è un piacere unico.
    Adoro la tua prosa sciolta che segue il ritmo dei tuoi pensieri e varia ritmo – cosa molto rara, in una prosa – diventando a tratti forsennata e angosciante. 10 e lode.

    “borghesamente tollerabilissimo” ti frutta un bacio a fior di labbra – che ti invio da qui 🙂

    1. [Adoro la tua prosa sciolta che segue il ritmo dei tuoi pensieri e varia ritmo – cosa molto rara, in una prosa – diventando a tratti forsennata e angosciante. ]
      La prosa è l’unico modo di avere una sorta di senso del ritmo, considerato che musicalmente non me l’hanno implementato.

      Pensare per metà in inglese mi sta scardinando l’italiano – il che a tratti non è un male, perché per tradurmi, non riuscendo a trovare l’espressione idiomatica equivalente, me ne invento.

      [“borghesamente tollerabilissimo” ti frutta un bacio a fior di labbra – che ti invio da qui :)]
      Tengo segnato. 😛

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