Il corridoio è coperto da un sontuoso tappeto lavorato a trame sottili, precisa dedizione russa – qualsiasi cosa i russi siano.
Non è possibile decifrare l’intricato arabesco camminandoci sopra: bisognerebbe inchinarsi, premere il dito in un punto e umilmente cominciare a decriptare il gioco di fili che si sorreggono gli uni con gli altri, sottilissimi a formare quella trama pesante, così tenacemente fitta da sopravvivere a un bombardamento. Gli angoli sono appena stati smussati dall’esplosione, ma il tappeto non si è mosso. I disegni fitti ingurgitano la polvere che si solleva dalle macerie. Ce n’è sempre, nell’aria. Te ne rendi conto con orrore quando per la prima volta passi la mano sul naso colante – accade il primo giorno, di solito – e la ritrai osservando due sgommate di fuliggine sul dorso. Cenere alla cenere ai tuoi polmoni.
Quelli di Erich devono essere scuri e rattrappiti, carcasse d’insetto pulsanti. Quando tossisce il ventre s’incava, lo stomaco rientra come un palloncino sgonfio e la divisa aderisce sulle costole accartocciandosi in un drappeggio espressionista.
Dicono sia mezzo russo.
Dice che saper parlare il russo, conoscere i russi – qualsiasi cosa siano – quanto conosce i tedeschi e intendersi con entrambi perfettamente non lo rende mezzo slavo. Non che se lo fosse se la caverebbe meglio. Nessuno, qui, si aspettava tutto questo. Questo vuoto, intende. I palazzi troncati a metà a cui non viene dato il colpo di grazia, e che custodiscono i cadaveri delle vittime dei cecchini – non c’è abbastanza esplosivo per buttare giù i palazzi, e comunque sono tutti frammenti di un’enorme trincea.
I corpi lasciati a rantolare nei punti scoperti – come lì, dove c’è il tappeto – diventano parte del tutto, trincea a loro volta. Nemici o amici, i colpi in canna sono troppo pochi – la Endlösung, dice, la soluzione finale, non ha mai contemplato la sorte degli amici. Non c’è né fatalità né clemenza per loro, nei preventivi non sono stati calcolati e quindi di munizioni non ce ne sono, tutto qui.
E comunque non ci sono proiettili neanche per finire i sovietici.
Non rimane che attendere che muoiano e si accatastino gli uni sugli altri ed ecco un altro riparo. Qui tutto risucchia tutto, ciò che viene risucchiato risucchia a sua volta, e il gran problema è che non si capisce dove vada a finire il tutto. Un buco nero. Stomaci, palazzi, uomini, munizioni. Cadaveri usati come trincee, a volte come munizioni, palazzi e stomaci come bossoli vuoti.
Non c’è sangue slavo in Erich, e quando era infiltrato nella parte opposta del Fronte poteva dire con eguale sincerità che non c’era spirito tedesco in lui, non come loro lo intendevano. Bastava tacere la precisazione e rispondere alle domande.
Sei tu quell’uomo che ha raso al suolo questa città con un ghigno sardonico? Che uccide i bambini nei ventri delle madri? Che di notte ride strappando arti ai vecchi?
Sei tu quell’uomo il cui fine ultimo è la nostra sofferenza, che la cerca e poi la deride?
Sei tu il nostro nemico per nascita?
Sei tu il Male?

Mai stato nessuna di queste cose, Erich, mai conosciuto una persona che fosse il terrore riflesso negli occhi dei russi. Ha conosciuto idealisti, realisti, cinici, soldati inconsapevoli, sadici anche, pazzi pericolosi, ma mai una persona che fosse quello che i russi intendevano.
Il Fronte è un palazzo crollato a metà, dice: da una parte macerie e rovine, dall’altra una facciata che nasconde mille cecchini.
Ed Erich sta in mezzo.
Lancia un tozzo di pane sul tappeto che guarda al cielo, e i passi di un nano risalgono le scale facendosi sempre più nitidi, più lievi, meno mostruosi per l’immaginazione. Quando arrivano al piano sono scarpe di stracci di una bambina, appena percettibili. Corrono allo scoperto, la razione aggiuntiva viene agguantata e poi scompaiono senza eco.
«I cecchini non sparano ai bambini.» dice Erich osservando il tappeto. «Non da quando abbiamo cominciato a usarli come esca.»

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